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CITTA' del FUTURO: non si costruirà a partire da nuove norme urbanistiche
15/12/2014
Maurizio Tira

Dal DECRETO SVILUPPO al DECRETO SBLOCCA ITALIA, ovvero della “SPERANZA PER DECRETO”
Tratto dalla Relazione al Convegno di Salerno del 12 dicembre 2014, organizzato dalla camera amministrativa di Salerno, dall’Ordine degli Ingegneri di Salerno e dal Consiglio Nazionale Ingegneri


La città del futuro non si costruirà a partire da nuove norme urbanistiche. Non è stato così nel passato, non potrà essere così nel futuro. Le città nascono e si evolvono per forze interne ed esterne, come le altre istituzioni umane. Ai nostri tempi poche ne nascono nella vecchia Europa, quasi tutte cambiano, con fasi di declino e di splendore. È quindi illusorio pensare che la rinascita urbana, la rigenerazione, la smartness tanto evocata si acquistino “per decreto”.
Detto questo non possiamo esimerci dalla riflessione su quanto sta accadendo nel panorama normativo nazionale in materia urbanistico-edilizia, come ha fatto meritoriamente il recente convegno di Salerno, organizzato dalla Camera Amministrativa, dall’Ordine degli Ingegneri e dal Consiglio Nazionale Ingegneri: un luogo di confronto tra ingegneri e giuristi che è auspicabile continui, a tutti i livelli, per il bene del paese.
Una prima considerazione: molti contenuti tecnici, che potrebbero anche non richiedere un intervento normativo, non solo vengono affrontati da leggi e decreti, ma vengono “annegati” in provvedimenti omnibus, rendendone difficile ai più la scoperta. Un vizio antico, ma che vede una preoccupante accelerazione e la novità assoluta dell’assegnazione ad ogni provvedimento di un’allocuzione ottimista: “sviluppo”, “del fare”, “sblocca Italia”. Una speranza “per decreto”!
Una seconda considerazione: si introducono come fossero novità provvedimenti già in uso, anche da tempo, in alcune realtà regionali, a causa della concorrenza dell’agire normativo tra Stato e Regioni. Niente di male copiare le cose positive, ma sarebbe più serio risolvere una volta per tutte il crescente smarrimento determinato appunto dal pronunciamento a due livelli diversi sulle stesse questioni.
Una terza considerazione: la mancanza quasi totale di valutazione degli effetti della norma dal punto di vista delle reali possibilità applicative. Non ha nessun significato introdurre una procedure senza “contare” quanti funzionari serviranno per una seria applicazione della stessa. Si pensi, solo a titolo di esempio, alle decine di migliaia di procedimenti di valutazione ambientale (di opere e di piani e programmi) che sono valutati da poche decine di persone, ad esempio nelle Agenzie regionali per la Protezione dell’Ambiente!
Una quarta considerazione generale. Cresce una diffusa sensazione che i problemi si risolvano introducendo procedure telematiche. Ciò non è sempre vero. La telematica serve a sbrigare operazioni dal bassissimo contenuto discrezionale e dall’alto numero di utenti. È positiva la posta certificata in sostituzione della fila alla posta per una raccomandata; è positivo l’home banking che da la possibilità di evitare le code alla banca per un bonifico, le code alla biglietteria per un titolo di viaggio. La telematica, invece, non riduce sensibilmente il tempo per acquisire un permesso di costruire: fa risparmiare toner, ma questo è un altro problema, non disprezzabile, ma diverso. I tempi per il titolo edilizio derivano dal personale che deve giudicare, dal tempo a loro disposizione, dalla loro competenza, anche dalla completezza della pratica, dalla sovrapposizione delle competenze, ecc..
Una quinta considerazione, di carattere culturale. La convinzione che un dispositivo tecnico debba essere introdotto per decreto è un vizio tutto italiano. Vi sono paesi che hanno risultati molto più importanti in molti campi ed una produzione normativa molto più ridotta. Senza addentrarmi in considerazioni su tutto il corpus normativo, restando ai temi urbanistico-edilizi, molte questioni potrebbero essere derubricate dal procedimento forzatamente lungo della produzione normativa. Due esempi. Uno: i paesi che prendiamo ad esempio per la ciclabilità hanno sviluppato delle linee guida molto dettagliate, che servono da riferimento per il progetto. L’Italia sta pensando ad un nuovo decreto ministeriale che non riesce a produrre! Due: da oltre due anni il Governo e il Parlamento si stanno occupando di una legge per il contenimento del “consumo di suolo”, ispirandosi fin dalla prima formulazione (luglio 2012) al modello tedesco del target di 30ha al giorno entro il 2020. Ebbene, la Germania ha adottato tale provvedimento nel 2004 non con una legge o un decreto, ma in documento strategico che aggiorna annualmente e che riguarda lo sviluppo sostenibile del paese.
Un’ultima considerazione: il rimando sempre previsto dalle norme ad ulteriori norme. Evidentemente il percorso per la produzione della norma è così lungo e defatigante che quando si arriva in fondo ci si accorge di non aver risolto tutti i nodi e quindi, dopo aver emanato un principio, si rimanda a decreti attuativi, da parte dello stato e/o delle regioni, illudendo di aver operato una semplificazione, che in realtà è incompiuta. Quanto male fanno i media in questo senso! Vale solo la pena richiamare che alcune leggi aspettano da più di venti anni decreti che ne attuino alcuni contenuti!
 
 

 

Dopo le considerazioni generali alcune proposte

 

Salutata con plauso la prescrizione del Regolamento edilizio tipo per tutto il paese, non si può non rilevare quanto più incidenti sull’attività edilizia siano le norme tecniche dei piani. I regolamenti edilizi, seppur importanti, vengono dopo le norme. Sarebbe utilissimo (ma per carità non pensiamo di scriverlo in una norma) che le regioni prendessero l’iniziativa di scrivere norme tecniche per i piani urbanistici a valere su tutto il territorio, con forti risparmi per i comuni, di tempo e di denari, e un’enorme semplificazione della presentazione delle pratiche.
 
La possibilità di ristrutturazione con deroga alla destinazione d’uso corrente è prevista per pubblica utilità, ma quale sia il criterio non è detto (e per carità non sia normato per legge). Si lasci la responsabilità ai consigli comunali o alle giunte di definire estendendo il concetto classico la pubblica utilità, che a livello locale può prendere molteplici sfaccettature. Ad esempio, la bonifica di un sito contaminato attraverso la trasformazione urbanistica è di per sé un’operazione che consegue una pubblica utilità!
 
Si tolgano le amministrazioni locali dallo stato di miseria che su esse incombe, sbloccando subito il patto di stabilità. In un paese fatto di un tessuto di piccole e piccolissime imprese, anche nel campo dell’edilizia, serve riattivare le oltre 8.000 stazioni appaltanti che sono i comuni. Solo così il territorio e le città potranno essere manutenuti e crescere. Solo così si ridarà fiato ad un comparto in crisi nerissima!
Si cominci da subito con l’escludere dal patto di stabilità tutti gli interventi per la prevenzione dal dissesto idrogeologico e sismico, per l’aumento della sicurezza stradale, per l’aumento della sicurezza delle città in generale, per la manutenzione delle reti che rischiano con il loro deterioramento di provocare disastri ambientali.
 
 

 

Qualche suggerimento per agili e quindi velocissimi provvedimenti normativi.

 

Serve un testo di chiarimento sul regime dei suoli, che chiarisca la commerciabilità o meno dei diritti edificatori e la perequazione possibile. Senza entrare, per ragioni di spazio, nelle motivazioni per una o l’altra tesi, serve fare chiarezza.
 
Si semplifichi il sistema dei vincoli, riducendoli e chiarendoli. Solo un profano può davvero pensare che la tutela dell’ambiente sia proporzionale alla quantità ed estensione dei vincoli imposti al territorio. Essa dipende piuttosto da un insieme di fattori, anche economici. Quando tutto il territorio agricolo fosse vincolato, ma contemporaneamente abbandonato, avremmo un esito disastroso!
 
Si semplifichi, davvero, l’apparato pianificatorio, restaurando la possibilità di redazione del semplice Programma di fabbricazione per i comuni piccoli (che sono la maggioranza di quelli italiani) e piccolissimi, almeno prima che si possano unificare. Si rinunci, in altre parole, a credere di poter imporre per legge piani strategici dove le strategie non sono definibili!
 
Una conclusione che potrà apparire non del tutto pertinente, ma che credo sia in fondo la chiave di volta.
Tutti, tecnici e giuristi, devono lavorare per obiettivi e non solo per il rispetto (sacrosanto) della norma. Liberata dalla paura, la società deve lavorare per fiducia e non sotto la minaccia di sbagliare.
 

 

Come proteggerci quindi dalla violazione della norma che va scongiurata: occorre rilanciare il senso etico della materia urbanistica e dell’agire tecnico.

 

È però una strada lunga, difficilmente comunicabile, apparentemente evanescente, ma che sola può restituire una speranza che non sia data “per decreto”!

 

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