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Le Incognite del BIM
01/08/2017
Angelo Luigi Camillo Ciribini

In questi anni mi sono occupato di digitalizzazione, assieme ai miei colleghi (chiamarli collaboratori suonerebbe riduttivo) presso l'Università degli Studi di Brescia, anche in relazione ad altri Atenei, non solo a proposito dei metodi, ma sovente, contrariamente a certe convinzioni, sperimentandoli per primi in Italia, al cospetto degli strumenti: ad esempio, a proposito del 4D, dall'allora Jet Stream e dell'analogo applicativo messo a punto a Stanford, sino a Synchro.
Personalmente, credo che l'Accademia non possa limitarsi a elaborare scenari, ma che debba preoccuparsi di validarli sul campo, confrontandosi con la complessità del reale.
Oggi, a distanza di almeno quindici anni, la panoplìa delle metodologie e degli applicativi che si rifanno al digitale, inteso come numerico, come computazionale, è davvero impressionante, cosicché le potenzialità appaiono enormi, ma anche le scelte e i relativi oneri saranno non trascurabili.
Di conseguenza, l'innovazione e il cambiamento, categorie che paiono essere, da alcuni, le più attese per il settore, sembrano necessariamente passare attraverso la digitalizzazione, comunque essa possa essere intesa o applicata.
Di fatto, l'istanza evolutiva del comparto, considerata come discontinuità, si presenta in caratteri molto simili a quelli del passato, sotto le vesti dell'industrializzazione (mancata), per quanto essa sia sinora stata accolta solo molto parzialmente, grazie a una accezione, invece, prudentemente incrementale, cosicché sentir parlare di Edilizia 4.0 fa ovviamente sorridere.
All'interno dell'Accademia stessa sappiamo bene che alcuni tendano a semplificare gli esiti della digitalizzazione, enfatizzandone gli aspetti e le funzionalità elementari, diminuendo il ruolo di chi, al contrario, propone sempre inedite sofisticazioni, e viceversa.
La digitalizzazione, nozione piuttosto complessa, ha trovato, nel comparto, una identificazione approssimativa nell'acronimo BIM, il cui significato originario è naturalmente ormai stemperato in una generale accezione, benché, alla prova dei fatti, il pensiero computazionale sia relativamente poco diffuso, in contesti profondamente analogici.
Che, a dispetto dei metodi, gli strumenti dovessero risultare prioritari non è stato per niente stupefacente, dato che il tangibile è più facilmente comprensibile dell'immateriale: in ogni caso, a un certo numero di operatori, in primo luogo, quantunque non in via esclusiva della progettazione, che hanno forte dimestichezza cogli applicativi, questi ultimi impongono un modus che li riconduce ai processi e alle metodologie.
Abbiamo, pertanto, accademici che configurano soluzioni inedite, benché spesso non del tutto coerenti con le prassi, e attori che affinano dispositivi noti, ma secondo modalità pratiche impossibilitate ai ricercatori e, infine, luoghi di ibridazione tra essi, di carattere formativo o professionale.
Il novero dei soggetti citati è, tuttavia, assai ridotto in valori assoluti, a fronte della pervasività del tema che appare straordinaria, persino esponenziale.
Che cosa pensano davvero tutti gli altri operatori? Che cosa temono? Che cosa percepiscono come fattore determinante?
Sono interrogativi a cui è difficile dare risposte univoche, in quanto esse oscillano tra la preoccupazione per gli oneri addizionali da sostenere e l'inquietudine verso modelli di lavoro sconosciuti.
Al netto degli obblighi e delle convenienze (i primi per rimanere nel mercato dei contratti pubblici, le seconde per ridurre le tempistiche autorizzative nel rilascio dei titoli abilitativi), è indubbiamente all'avvio un processo di omologazione per cui i riferimenti alla digitalizzazione saranno presto cosa nota e i gerghi del BIM assimilati rapidamente, molto precedentemente al ricorso a indicatori di maturità e di redditività.
Sotto questo profilo, la finestra temporale che preceda la banalizzazione, in cui sarà possibile épater le bourgeois, è assai corta, dopodiché qualsiasi specificità annegherà nel mare degli elementi conosciuti, sia pure «mediocremente», nel senso etimologico di ciò che sta in mezzo.
La autentica incognita che soggiace a questa riflessione risiede altrove: sul serio, metodi e strumenti potranno avere successo ed essere surrogati entro questa struttura del mercato? Oppure, al contrario, l'adesione a essi trasformerà i caratteri identitari del mercato stesso? 

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