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Apprendere dalla Crisi?
12/10/2017
Angelo Luigi Camillo Ciribini

La crisi di un settore, allorché essa sia così prolungata, evidentemente, è sinonimo di trasformazione, vale a dire, ne investe direttamente i caratteri strutturali. 
Tale crisi, peraltro, si è misurata sia nella contrazione dimensionale e categoriale (ad esempio, l'edilizia residenziale di nuova costruzione) sia in un accrescimento eccezionale di alcuni ceti professionali (come per gli architetti iscritti agli Ordini).
Naturalmente, a tale crisi, che ha investito solo alcuni Paesi dell'Unione Europea, se ne somma un'altra, di carattere globale, che coinvolge i tassi insoddisfacenti  di produttività del comparto rispetto a quello manifatturiero.
Il fatto è che, al termine, forse, del lungo periodo recessivo occorre, per prima cosa, saper riconoscere in che termini il paesaggio committente, professionale e imprenditoriale sia stato ridisegnato.
Ciò è reso difficile dal fatto che la sensazione epidermica sia che nulla si sarebbe voluto cambiare (ancorché molto sia mutato e che anche una parte del mercato sia stata desertificata): in particolare, quello che sembra preservato appare vertere sulla frammentazione degli operatori, sul loro individualismo, sulla loro distinzione per saperi e per responsabilità, come dimostrano, peraltro, i molti micro-conflitti sulle competenze che insorgono tra le rappresentanze e, più recentemente, anche tra alcune di esse e il mondo accademico, a proposito del sottile distinguo tra ricerca applicata, trasferimento tecnologico e prassi professionali.
La dicotomia interno/esterno colpisce l'Accademia in molti modi, da intra ed extra moenia a bibliometrico e non bibliometrico.
Ovviamente, una parte non banale di questa conflittualità discende dal ridimensionamento del mercato domestico e dalla difficoltà a competere sui mercati internazionali, ma, appunto, menzionando l'economia digitale e quella circolare, è come se queste espressioni evocassero un cambiamento che non si gradisce aprioristicamente, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali intrise di retoriche.
La profondità di questa trasformazione, che una narrazione operata a livello internazionale offre come radicale, come dirompente, addirittura capace di sconvolgere figure e mestieri antichi, pluricentenari, rimane, tuttavia, nel vissuto quotidiano degli operatori come latente, come futura, come possibile, ma certo non quale attuale, come davvero imminente.
Il trovarsi a metà del guado è, probabilmente, dovuto a una nostalgia per ciò che non è più e a un timore per ciò che non è ancora.
Per questa ragione, la transizione si delinea come la parola chiave, poiché in essa non è semplicemente insita la traslazione da un contesto noto a uno inedito, ma proprio nel traghettare consiste, in definitiva, l'essenza della destinazione.
Potrà, però, un'Accademia stretta tra identità antiche che paradossalmente riafferma e replica nel mentre che è aggredita su quel medesimo piano, e parametri bibliometrici che da essa la distanziano, indicare una credibile identificazione di questo orizzonte destinale?
Circolare e digitale sono, peraltro, attributi che, compresi nella loro interezza, disegnerebbero un ambito concettuale affatto estraneo alla generazione che oggi rappresenta la classe dirigente, ma, d'altra parte, la posta in gioco maggiore risiede proprio nel far transitare saperi tradizionali, contenuti analogici, in questo nuovo mondo, i cui contorni non sono per nulla completamente delineati. 
Tra l'altro, è molto significativo che le immagini che designano, in negativo, i saperi disciplinari come rigidamente distinti si siano traslati dal «silo» alla «corsia», da un contenitore a un flusso.
L'impressione, allora, è che la sfida si focalizzi sulla questione identitaria, nel senso della rivendicazione della propria identità, della propria riconoscibilità, come è palese per architetti, ingegneri, geometri, imprenditori, ma anche studiosi universitari dell'idraulica, della tecnica delle costruzioni, e così via.
Naturalmente, la salvaguardia dell'identità di per se stessa rappresenta una finalità legittima, poiché tutti i tentativi di enfatizzare multi-disciplinarietà, trans-disciplinarietà, inter-disciplinarietà, sono naufragati in sincretismi poco credibili che hanno indebolito, che hanno fiaccato ulteriormente, le discipline dai confini e dai contenuti più incerti.
Al contempo, tuttavia, il transitorio, che di per se medesimo è sinonimo di precario, interroga profondamente la radice delle cose, la loro sclerotizzazione che l'Accademia, per prima, stenta a rimettere in causa.
Ciò accade perché, ad esempio, del BIM, oltre che dei metodi e degli strumenti, si enfatizza la strumentalità, senza averne ben capito la genesi e la razionalità.
La risposta non può, però, essere semplicemente data aderendo acriticamente a pensieri comuni, a consensi internazionali, che intenderebbero rivisitare, riconfigurare, ripensare, reinventare, persino, il settore a partire da assiomi tanto indiscussi quanto discutibili, in cui emergono istanze di produttività e scompaiono tratti di umanesimo.
Alla medesima stregua, però, paventare la comparsa di nuovi player   nel settore (del settore: ormai) come i GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) oppure Airbnb o Uber, non è certo sufficiente a spaventare i competitori tradizionali.
«Tradizionali», tuttavia, sono definiti da Autodesk stessa Revit e Dynamo, mentre Project Fractal designerebbe un viatico che giungerebbe sino al Machine Learning: per tralasciare Project Quantum, il Software of Everything?, per dirla con Randy Deutsch, o Project IQ.
Per l'Accademia, in particolare, la transizione è imbarazzante poiché impedisce il rifugiarsi nella classica torre eburnea (ormai distopica), ma ostacola pure il rivolgersi al «mercato» (in profonda crisi identitaria, appunto).
A essa si chiede di formare i protagonisti digitali di domani confrontandosi cogli interlocutori analogici di oggi, cercando, ancora una volta, di esercitare un'opera di mediazione ardua.
Tipica, a tal proposito, è l'introduzione del «BIM», atteso e reclamato dagli studenti delle Scuole di Architettura e di ingegneria come l'emblema di un «avvenire» che essi percepiscono prima degli operatori.
Essa, invero, avviene spesso senza averne misurato il portato, senza avere letto e meditato, per dire, gli studi di Antoine Picon per AD o i saggi raccolti da Sabine Ammon per Springer.
La soluzione ipotizzabile? Riannodare pazientemente e lentamente i fili delle prassi impoverite del mercato che è stato, prospettando icone futuribili con realismo visionario, senza alimentare un divario già siderale tra la potenzialità e l'effettività.
Qui occorre, però, intendersi: o si misura accuratamente la cultura digitale e quella circolare, per ciò che esse sono veramente, o ci si rende vittime di linguaggi inconsapevolmente adottati.
Il guaio è che, in realtà, solo da poco e in parte iniziamo a intuire quali siano i contenuti veritieri e autentici di queste «svolte» e scarsamente possiamo verificarne la portata.
Gli scenari che, ad esempio, Balfour Beatty delinea per il 2050 appaiono persino più «apocalittici» di quelli di McKinsey e, alla stessa maniera, ci ricordano, però, quelli del Club di Roma, a testimoniare come le profezie e le predizioni siano suggestive, ma di per se stesse utili solo come riferimento per discostarsene parzialmente e per prendere coscienza.
Di questo futuro l'Accademia può proporre alcune «intuizioni», sempreché incontri un pubblico degli operatori ricettivo al dialogo su di esse.
Il fatto, ahimé, è che una simile audience sembra sovente ripiegata su questo frangente che dipinge come contingenza, poiché della crisi vorrebbe cogliere solo l'aspetto, appunto, contingente, non già quello strutturale.
L'Accademia, pur riconoscendo la complessità articolata di tutti i fattori ostativi che affliggono il mercato oltre le sue limitazioni intrinseche, dalla complicazione amministrativa alla concorrenza sleale, dovrebbe avere l'imperativo etico di non assecondare una lettura della crisi che non sia in chiave della trasformazione.
Molti sono, infatti, gli alibi che Accademia e Mercato potrebbero addurre per scansare il punto di interrogazione che è il logo della transizione, ma, così facendo, si perderebbe il punto di esclamazione che è l'icona della trasformazione.
Molti, dunque, temono una sorta di cosmesi digitale che il mercato instaurerebbe, ma sono proprio gli strumenti, una volta con essi acquisita una familiarità diffusa, che inizieranno a mutare il modus operandi degli attori al di là delle loro intenzioni e delle nostre predizioni. 

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