L’Italia è un Paese martoriato dal dissesto idrogeologico. Intervista a Gian Vito Graziano, CNG

06/11/2014 2375

GIAN VITO GRAZIANO: "Fin quando non verrà fuori lo sdegno per la disattenzione politica per il territorio e non si scenderà in piazza per protestare, la nostra classe politica si occuperà di altre cose che ritiene più importanti".

La situazione del territorio italiano è fortemente compromessa. Le aree ad elevata criticità rappresentano il 9,8% della superficie nazionale e riguardano l’89% dei comuni, su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali.
Le regioni hanno stimato un fabbisogno di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio, cui però il governo nell'ultima Legge di Stabilità ha destinato appena 180 milioni per i prossimi tre anni. Ad aggravare ulteriormente il quadro è il consumo del suolo, aumentato del 156% dal 1956 ad oggi, a fronte di un incremento della popolazione del 24%. Presidente Graziano, come si può porre rimedio alla mancata attenzione per il territorio e alla evidente incapacità persino di comprendere il concetto di prevenzione da parte di chi ci governa?

"Attraverso la crescita della consapevolezza dei cittadini ed il formarsi di una coscienza sociale. Si tratta di un processo culturale, per questo dunque piuttosto lungo, il cui punto di svolta avverrà solo quando la gente percepirà come rischio per la salute pubblica, non solo la realizzazione di una discarica o l'inquinamento proveniente da una fabbrica, ma anche la probabilità che si verifichi un'alluvione o che una frana metta a repentaglio le abitazioni. Fin quando non verrà fuori lo sdegno per la disattenzione politica per il territorio e non si scenderà in piazza per protestare, la nostra classe politica si occuperà di altre cose che ritiene più importanti. Allora è importante parlarne sempre di più, con autorevolezza, cognizione e correttezza d'informazione, soprattutto nei cosiddetti tempi di pace, quando non c'è da raccontare o da commentare l'ennesimo disastro".

Dai 100 eventi meteo all’anno con danni ingenti registrati fino al 2006 siamo passati al picco di 351 del 2013 e a oltre 100 nei soli primi 20 giorni del 2014. Da ottobre 2013 all’inizio di aprile 2014 sono stati richiesti dalle Regioni 20 stati di emergenza con fabbisogni totali per 3,7 miliardi di euro. Il costo del dissesto idrogeologico sul territorio italiano ha raggiunto dal 1944 al 2012 la cifra di 61,5 mld di euro.
Lei è stato nominato nell'Unità di missione Italiasicura per il contrasto al dissesto idrogeologico, presieduta da Erasmo D'Angelis. Questa collaborazione rappresenta un primo passo per uscire dalla rincorsa alle emergenze che da decenni caratterizza l’intervento dello Stato ed entrare finalmente nella stagione della prevenzione dei grandi rischi alluvionali e di frane?

"Lo rappresenterà nella misura in cui la struttura sarà capace di spendere le risorse finanziarie disponibili, con criteri di compatibilità per il territorio, mitigando le situazioni di rischio più importanti in tempi molto più brevi di quelli normalmente necessari per appaltare e per concludere i lavori. Investire risorse finanziarie significa risparmiare rispetto ad una disastro che non avverrà, muovere l'economia asfittica che da anni caratterizza il settore delle opere pubbliche e persino creare nuovi posti di lavoro. La sicurezza dei territori in ambito idrogeologico e quella degli edifici in ambito sismico, proprio per la loro esigenza sociale prioritaria, costituiscono la base dell'investimento per il futuro di questo Paese. La prevenzione non è solo questo, è un sistema molto più complesso entro cui le risorse finanziarie costituiscono tuttavia un tassello strategico, ma la speranza che si stia iniziando un nuovo percorso è davvero tanta".

Qual è la prima regola per evitare vittime e danni in un Paese fragile come l’Italia?

"La prima regola è che i cittadini abbiano consapevolezza delle situazioni di rischio e soprattutto sappiano tenere comportamenti adeguati rispetto all'evento atteso. Troppo spesso le vittime hanno tenuto, loro malgrado, comportamenti errati che li hanno condotti a morire in uno scantinato, poi allagatosi, entro cui si erano rifugiati o nell'attraversare un torrente in piena. Per far si che la gente sappia cosa fare e ancor di più cosa non fare, soprattutto nei momenti di paura, occorre che i piani di intervento non strutturali, ovvero i piani di protezione civile siano presenti in ogni comune, siano stati redatti da professionisti competenti e siano portati a conoscenza della cittadinanza. Altrimenti, ancorché ben fatti, e purtroppo questa non è la regola, non servono proprio a nulla".

Il lavoro dei geologi italiani è stato a lungo sottovalutato o colpevolmente rimosso. I presidi territoriali e l’inserimento del geologo di zona negli organici dei Comuni, rappresentano un primo passo verso una consapevolezza diversa?

"Se è vero che la partita della prevenzione si gioca nel campo dalla pianificazione, come si può pensare di fare una corretta pianificazione senza avere la capacità di comprendere le dinamiche evolutive di un territorio, che è prerogativa dei geologi? E se i geologi sono assenti in quegli snodi della pubblica amministrazione dove si compiono le scelte, queste ultime non tengono conto né della normale evoluzione del territorio, né dell'evoluzione conseguente al porre in essere i contenuti della pianificazione. Sulla difesa del suolo molti parlano senza avere la giusta consapevolezza che le trasformazioni, ora lentissime ora velocissime, rispondono a criteri naturali di evoluzione della crosta terrestre. A nessuno, che non fosse medico, verrebbe in mente di interloquire sull’origine e sullo sviluppo di una malattia o sulla profilassi per debellarla. Perché allora non fare affrontare il problema a persone che sanno dell’origine e dell’evoluzione del territorio e di tutte le sue componenti?"

Quali sono i criteri sulla base dei quali aggiornare le linee guida per i progetti di messa in sicurezza verso una necessaria e preventiva configurazione degli scenari conseguenti all'inserimento di un'opera nel territorio?

"Il concetto di compatibilità dell'opera rispetto al contesto territoriale entro il quale essa si andrà ad inserire deve caratterizzare tutti i progetti e non solo quelli di messa in sicurezza, dai più complessi a quelli in apparenza più semplici, che nascondono talvolta l'insidia di innescare pericolosi scenari di rischio.
Si tratta di un nuovo modo di concepire la progettazione ed è importante che la struttura di missione di cui si è detto affianchi anche questo obiettivo agli aspetti squisitamente finanziari. Quante volte un'opera finalizzata alla messa in sicurezza di un'area non ha risolto il problema o persino lo ha aggravato? E quante volte l'opera ha trasferito più a monte o più a valle il problema che ci si proponeva di risolvere?
Non nascondiamoci infatti che, se esistono opere inutili e dannose, ci sono progetti da cui esse sono hanno avuto origine. E se ci sono opere realizzate male, anch'esse provengono da progetti, ora buoni, ora meno buoni, e da controlli e verifiche, questi sicuramente meno buoni, che ne hanno decretato la loro buona esecuzione. C'è dunque l'esigenza di conferire al progetto caratteristiche di coerenza con il contesto esterno, di conformità delle scelte, e, non ultima, di soddisfazione delle esigenze della committenza e della comunità alla quale l'opera è destinata. Anche su questo fronte si gioca la prevenzione, ovvero quello di far compiere ai progetti un salto di qualità verso la loro effettiva compatibilità con il territorio, inserendo in quel processo articolato che caratterizza la predisposizione di un progetto, l'individuazione degli scenari attesi all'esito della realizzazione dell'opera. Eviteremmo di realizzare ulteriori opere inutili e persino dannose, di cui l'Italia è sin troppo piena
".