Come gestire le aree abbandonate: da Piteglio un modello innovativo

05/11/2015 2012
Gestire il territorio “a margine”: un modello innovativo per la cura delle aree abbandonate
 
Si è detto più volte che dalle piccole realtà spesso vengono le idee più innovative. Quelle che si devono trovare per forza per conciliare la ristrettezza di risorse con la domanda di qualità dei servizi paragonabile al resto del paese. Piteglio è un piccolo comune della Toscana montana che per il controllo delle aree boschive abbandonate sta progettando un sistema ingegnoso a metà tra il crowfunding e l’innovazione sociale, con uno sguardo attento sullo sviluppo, la creazione di posti di lavoro e la cura del bene comune.
 
C’è tutto un capitolo della gestione del territorio che spesso sfugge ai territori “densi”. Per territori densi si intendono quelli ampiamente popolati: le grandi aree urbane dove milioni di persone si trovano concentrate su segmenti di terra tutto sommato contenuti. La forza elettorale di questi mondi determina un potere di attrazione e di attenzione che minaccia di lasciare ai margini tutto il resto.
Quello che è interessante è che “tutto il resto”, che se ne parli o meno, è parte integrante di quei mondi. Già, perché i territori non finiscono laddove le persone si concentrano. I territori si estendono alle aree collinari e a quelle montane, zone dove il presidio antropico si fa ogni giorno più rarefatto e dove, per effetto di questa rarefazione, la gestione del territorio diventa sempre più complicata. Frane, smottamenti, tracimazioni di corsi d’acqua, fiumane che si riversano a valle, sono tutti effetti dell’abbandono delle aree cosiddette periferiche. Gli eventi catastrofici che si ripetono periodicamente nelle nostre città con frequenza sempre crescente ne sono l’espressione più evidente.
Al netto di quanto si può fare con le risorse pubbliche destinate alla gestione dell’assetto idrogeologico delle nostre montagne e dei nostri bacini collinari, è del tutto evidente che la chiave di volta vera è rappresentata dalla capacità di mettere in campo modelli di gestione sistematicamente orientati al governo del territorio. Un tempo c’erano i contadini, i pastori, i boscaioli che, con approccio da buon padre di famiglia, garantivano la cura, il taglio periodico dei boschi, il controllo e la ripulitura dei corsi d’acqua, la regimazione dei piccoli corsi. Oggi non c’è più nessuno. I fondi boschivi e collinari, nel passaggio fra le generazioni, si sono frantumati in una miriade di piccole porzioni di territorio la cui gestione, per i proprietari attuali, spesso residenti fuori, appare complicata oltre che diseconomica.
 
IL COMUNE DI PITEGLIO. Un piccolo Comune Montano della Toscana, Piteglio in Provincia di Pistoia, ha lanciato, di concerto con il Distretto Forestale competente, un progetto innovativo che si pone l’obiettivo di fornire una risposta strutturata al problema.
Visto che i proprietari non hanno più alcun interesse alla gestione del territorio, il Comune si è reso promotore di un processo che prova a guardare al sistema boschivo come ad una risorsa (qui tutte le informazioni sul progetto). E dunque, partendo dal presupposto che la massa legnosa può alimentare tutta una pluralità di filiere produttive, da quella energetica, fino ad arrivare all’impiego del legno come materiale da costruzione, si è posto l’obiettivo di una ricomposizione dei fondi privati in un tutt’uno che garantisca la massa critica e il volume produttivo necessari alla sostenibilità degli investimenti e alla loro prosecuzione nel tempo. Il concetto è: “Quello che singolarmente rappresenta un problema, in logica di gestione sistemica può invece essere una risorsa”.
L’idea è dunque quella di un progetto pilota, esportabile quale best practice in tutte le aree a forte degrado antropico, che si sostanzia di una semplice manifestazione di interesse dei proprietari rispetto al far confluire le loro proprietà in un fondo comune. Nel contempo si è costituito un Gruppo di Lavoro di tipo tecnico che sta studiando un modello di gestione che sia capace di compiere una trasmutazione dei beni immobili in un fondo di tipo mobiliare. Una sorta di “titolo verde” da tradurre periodicamente in carta moneta. L’esperienza è interessante e la sfida aperta.
 

Fonte: http://www.forumpa.it