Storie di musei - Strategie didattiche e formazione degli operatori

DIAPReM/TekneHub, Tecnopolo dell’Università di Ferrara
Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara
Stefania De Vincentis, Dipartimento di studi Umanistici, Università degli Studi di Ferrara
Fabiana Raco, Laboratorio TekneHub, Tecnopolo dell’Università degli studi di Ferrara


Storie di musei
Strategie didattiche e formazione degli operatori


La nuova dinamica che attraversa il concetto di museo è quella del racconto. Il contenitore, luogo della memoria collettiva, è scosso dall’esigenza di esprimersi. Perché il tesoro in esso custodito o che rappresenta rischia di perdersi nell’oblio, inteso non come dimenticanza, ma come consuetudine, abitudine e ovvietà. Si tratta del processo di dare per scontato qualcosa che si assume come proprio, il museo, la chiesa, il monumento, ma a cui non si presta attenzione e che cade nell’oblio. Un atteggiamento che ha assunto il grado di malanno sociale: la perdita di coscienza del proprio luogo equivale alla perdita della propria identità storica, del proprio vivere in un luogo. Il paesaggio e patrimonio culturale partecipano a insieme ai saperi umanistici, alla letteratura cultura e all’istruzione a costituire “il liquido amniotico ideale in cui le idee di democrazia, di libertà, di giustizia, di laicità, di uguaglianza, di diritto alla critica, di tolleranza, di solidarietà, di bene comune, possono trovare ancora un vigoroso sviluppo”. 
La riflessione di Nuccio Ordine introduce quella visione olistica in materia di beni culturali che descrive il ruolo della nuova ‘Commissione regionale per i beni culturali’ un organismo collegiale che “coordina, armonizza l’attività di tutela e di valorizzazione nel territorio regionale, favorisce l’integrazione inter -multidisciplinare tra i diversi istituti, garantisce una visione olistica del patrimonio culturale e paesaggistico, svolge un’azione di monitoraggio, valutazione e auto valutazione” ( D.P.C.M.171/2014, art. 39).
Anche in sede ministeriale si preferisce un concetto più inclusivo, olistico appunto, alla precedente azione sinergica a cui ci si riferiva per promuovere le attività che dovevano caratterizzare la ricerca e la strategia in ambito dei beni culturali, sottolineando come il risultato dovesse essere raggiunto grazie a un apporto multilaterale e multidisciplinare.
I due interventi qui esposti affronteranno due aspetti chiariti nel piano dell’educazione, uno sul valore di una nuova strategie di comunicazione di cui debbano dotarsi i musei; il secondo sulle nuove linee e sulle esigenze di formazione rivolte agli operatori culturali.

Raccontare il museo
La riforma Franceschini per i beni culturali e del paesaggio esprime un’interpretazione d’insieme degli elementi alla base del già sfruttato concetto di valorizzazione, dove tutela, conservazione e promozione partecipano ad un’azione sistemica, d’insieme, per lo sviluppo del bene culturale. Si tratta di un’ottica progettuale dove sono chiamati a partecipare differenti tipologie di settori, della gestione, della comunicazione, dell’innovazione didattica e tecnologica per favorire l’accesso a diversificate tipologie di utenti.
Seguendo il prospetto presentato da Giuliano Volpe , la nuova riforma mira soprattutto a rendere i musei protagonisti e attivatori dello sviluppo culturale. A loro il compito di diventare luoghi vitali, inclusivi, di scambio e soprattutto di riappropriazione culturale.
Ci si prende cura di ciò che si impara a conoscere e si sente proprio ecco perché il binomio  ricerca-azione è assunto a  guida per l’educazione al patrimonio, sfuggendo ad una attribuzione  élitaria delle materie inerenti il mondo della cultura, secondo cui spetti al solo ambito degli specialisti storici e archeologi la cura delle questioni sul patrimonio culturale.
In questa direzione il piano nazionale per l’educazione al patrimonio culturale della direzione generale per l’educazione e la Ricerca del MiBACT mostra un’ampia prospettiva sul ruolo dell’insegnamento del patrimonio culturale quale elemento fondamentale per la gestione e salvaguardia dei luoghi della cultura, e per l’acquisizione di nuove conoscenze con benefici reciproci per la società e il patrimonio stesso.
Il piano, a partire dagli enunciati esposti dalle convenzioni internazionali (Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, 1984 e Convenzione Faro, 2005)  esprime come la corretta educazione alla patrimonio culturale sia il volano di un processo che, nel fornire una la dimensione storica culturale per l’educazione alla cittadinanza, muova l’individuo a riflettere su ruoli e responsabilità che lo riguardano e a partecipare alla comune eredità culturale. Il modello di insegnamento suggerito guarda a programmi attivi, all’introduzione di curricula trasversali, a stabilire un legame simbiotico tra il settore dell’educazione e  quello della cultura, attraverso una mirata comunicazione che dia spazio a modalità di espressione oltre che di ricerca. Non un insegnamento passivo da una fonte autorevole a un interlocutore generico ma un approccio partecipativo alla formazione di nuovi concetti e interpretazioni.
La corretta comunicazione del bene culturale in coerenza con un piano di insegnamento che agisca su differenti forme di apprendimento (continuo, formale, non-formale e informale) attua il processo di riconoscibilità, assimilazione e identificazione con il bene culturale, permettendo una rinnovata aderenza con la propria memoria storica. Un processo di appropriazione, questo, tipico di alcuni interventi artistici, che si realizzano proprio grazie e attraverso la risposta e l’interazione tra pubblico e contesto.
In questo caso è il museo il contesto da cui deve partire questa interazione il pubblico, il luogo dove la comunicazione sia alla base per tessitura di relazione con il bene culturale. Saper comunicare è oltre la logica pedagogica, e si basa di fornire gli strumenti utili alla comprensione dell’opera affinché l’individuo sia in grado, leggendola e interpretandola, di realizzarla e assimilandola, di attuare il processo di formazione alla cultura.
 “Comunicare il patrimonio culturale significa rendere possibile quel processo di riconoscimento e attribuzione di valore alle tracce materiali e immateriale in cui quotidianamente ci imbattiamo e che solo se riconosciute come beni culturali, acquisiscono significati e valori. Il patrimonio culturale esiste solo in quanto è riconosciuto come tale.” 
La comunicazione è un’azione e un processo da compiere nei luoghi.
È di questi giorni il dibattito attorno alla mostra sulla Street Art di prossima inaugurazione a Palazzo Pepoli a Bologna, innescato dal gesto di uno degli artisti coinvolti di cancellare i propri graffiti dai muri della città prima che venissero strappati dai muri e musealizzati.  Il caso particolare è utile nell’evidenziare l’accezione negativa di cui ancora è connotato il contesto museale, come luogo chiuso, muto, istituzionalizzato, lontano dalla fruizione pubblica.
Aldilà delle scelte espositive delle dinamiche tra artisti e curatori, ciò che balza all’attenzione è lo spreco di un’opportunità per estendere il museo al percorso urbano, la capacità, ancora appannaggio dell’artista, di parlare con il proprio segmento di pubblico e di contaminarlo nella propria politica artistica. Il questo senso l’artista ha la chiave per interloquire con il pubblico che per l’istituto culturale risulta meno immediata.
“L’apprendimento nei lunghi della cultura è differente da quello dei corsi scolastici perché è volontario e nonostante sia parzialmente cognitivo, è principalmente affettivo/emotivo e riconosce la centralità del discente/visitatore portatore di proprie idee, esperienze e valori. La definizione dei programmi di iniziative educative non può prescindere dalla conoscenza puntuale dei destinatari, potenziali e reali. Gli studi sui visitatori e il lavoro di professionisti come gli audience advocate cui è affidato il compito di comprendere bisogni e aspettative del pubblico reale e potenziale e valutare le attività a esso rivolte, sono imprescindibili strumenti da utilizzare nella diverse fasi di vita dei progetti educativi e più in generale nella definizione delle politiche culturali dei luoghi della cultura.”
Questo esempio è un pretesto per insistere sull’importanza che i musei assumano parte attiva nel processo di apprendimento e siano essi non solo involucri ma anche tramite delle proprie storie.

La formazione degli operatori museali
L’attività didattica promossa all’interno e attraverso gli istituti museali è un processo che coinvolge molti attori, interni e esterni ai luoghi dedicati alla fruizione del patrimonio culturale inteso in senso stretto.
È quanto emerge non solo dai monitoraggi e dagli studi sempre più frequentemente condotti in anni recenti nel nostro Paese, ma ancor più evidenziato dal recente documento pubblicato dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Direzione Generale Educazione e Ricerca, e intitolato il “Piano nazionale per l’educazione al patrimonio culturale 2015”.
La significatività di tale documento risiede tanto nei temi affrontati nello specifico quanto nel porre al centro del dibattito una tematica che ha importanti ricadute sull’organigramma stesso dei musei, sulla necessità di valutare le conoscenze e le abilità del personale interno e sulle capacità delle strutture pubbliche di interagire con i sistemi sociali e produttivi; tema questo ben evidenziato, del resto, dalle recenti e nuove nomine dei direttori dei più importanti musei italiani.
Il museo si apre in questo modo alla scala internazionale e diviene essenziale individuare un nuovo e equilibrio tra la difesa della propria identità locale e nazionale e la capacità di valorizzare, verso un ampio pubblico, le proprie risorse umane, materiali e immateriali.
In tal senso, il “Piano nazionale per l’educazione al patrimonio culturale 2015” pone l’accento, innanzitutto, sull’importanza del rapporto tra i musei, le scuole primarie e secondarie e le istituzioni locali per la  progettazione di attività educative rivolte a un target ampio di pubblico e costituito, in primo luogo, dai cittadini. Il documento individua all’interno di queste strutture, in prevalenza pubbliche secondo il modello organizzativo nazionale, le figure dei funzionari e degli operatori ai quali è affidato il compito dello sviluppo delle attività formative e della produzione dei materiali didattici. In particolare, sono coinvolti in tali processi i funzionari aventi ruoli di direzione e il personale impiegato nella fruizione, accoglienza e vigilanza delle strutture museali. Inoltre, “il responsabile dei servizi educativi” è la figura individuata come centrale nel coordinamento e sviluppo di tutte le attività didattiche e di conseguenza nell’implementazione del modello organizzativo del museo, in quanto si interpone tra la direzione, responsabile dell’attuazione e miglioramento della missione del museo, e gli operatori che quotidianamente e con modalità più dirette interagiscono con il pubblico e partecipano alle attività educative.

La “Carta nazionale delle professioni museali” affida inoltre al responsabile dei servizi educativi del museo il compito di: progettare e attuare la formazione continua del personale interno impegnato nelle attività formative; valutare l’efficacia delle attività didattiche erogate anche in collaborazione con gli istituti scolatici; valutare l’efficacia dei materiali didattici a supporto delle attività.
Complessivamente dunque il piano per l’educazione al patrimonio riconosce i Servizi Educativi come parte integrante della missione dei musei e pertanto egualmente importanti, e in generale onerosi in termini di gestione, dei servizi di ricerca, tutela e fruizione connessi alla gestione del patrimonio culturale.

Connessa all’importanza del servizio è l’impegno richiesto in termini di personale dedicato e di risorse finanziarie destinate, entrambi fattori di criticità se si considerano la numerosità e la distribuzione territoriale dei sistemi museali, escludendo i maggiori, che caratterizzano il territorio nazionale.

Se tuttavia non è possibile non considerare questi elementi di criticità come rappresentativi dello scenario, è altrettanto difficile attribuire unicamente a questi fattori la possibilità di attuare azioni efficaci di coinvolgimento dell’utenza.
“L’accessibilità al patrimonio" e la “partecipazione” sono innanzitutto legate, soprattutto se riferite all’eterogeneo pubblico attuale e potenziale dei musei, a un’approfondita conoscenza delle esigenze, delle abitudini e delle abilità che i diversi target di utenti possiedono; conoscenza indispensabile per attuare progetti didattici, ma anche divulgativi, misurabili nel tempo.

Conseguentemente, la valutazione dell’efficacia di qualsiasi azione intrapresa resta legata alla precisa descrizione, analisi e monitoraggio dei processi organizzative reali, delle mansioni svolte e dei ruoli ricoperti, al di là del necessario aggiornamento delle finalità istituzionali e delle prescrizioni d’indirizzo. 
Indicatori specifici di questo tipo di analisi sono:
1.    la valutazione delle risorse umane interne in termini di potenzialità, oltre che di competenza e abilità associate a un insieme di compiti svolti;
2.    la valutazione dei fabbisogni dell’utenza;
3.    la misura dell’efficacia dei supporti didattici e formativi individuati come idonei;
4.    la misura dell’efficacia dell’impiego delle tecnologie ICT integrate ai programmi formativi;
5.    l’individuazione dei parametri quantitativi, oltre che qualitativi, che correlano l’insieme di questi processi alla gestione economica del museo.

Nel cotesto conoscitivo attuale, ciascuna di queste indagini può essere orientata e condotta da approcci metodologici scientifici ampiamente documentati e sempre più di frequente applicati, sia nel contesto mondiale sia europeo in senso più stretto, seppur con riferimento ad aree disciplinari diverse; dalle scienze umane comportamentali, alle discipline economiche e ingegneristiche applicate, che si confrontano sul tema della gestione snella e integrata dei processi organizzativi.
Indipendentemente dall’orizzonte disciplinare al quale i diversi studi e casi applicativi si riferiscono, si evidenzia la tendenza a sviluppare modelli, dei processi organizzativi, e produzione correlata di dati in grado di essere integrati, confrontati e implementati; in altri termini, dati analizzati come parti di un medesimo scenario e la cui valenza supera, in senso olistico appunto, il singolo orizzonte disciplinare.  Presupposto comune di questi studi resta comunque la valorizzazione di tutte le risorse coinvolte, in particolare delle risorse umane, al fine di favorire processi di crescita del singolo, dei gruppi e in generale della società.

DIDASCALIE IMMAGINI
1 e 2 Pinacoteca Nazionale di Ferrara, pubblico e studenti alle conferenze del ciclo Il Museo dentro e intorno