La "quarta dimensione" dell'Ingegneria

Nel suggestivo mito del Protagora, Platone narra come Prometeo, per compensare la strutturale debolezza dell’uomo, nato sprovvisto di difese rispetto agli altri animali, rubasse ad Efesto il fuoco e l’abilità tecnica (la téchne), in modo da donare all’uomo “la sapienza per la vita”. Ma il dono della perizia tecnica, pur rendendo possibili invenzioni di ogni tipo e la costruzione di città, si rivelò ben presto insufficiente per impedire le discordie e assicurare la vita buona. Zeus, temendo l’estinzione della specie umana, incaricò Ermes di portare agli uomini un secondo dono: il rispetto e la giustizia. Ermes - narra Platone - chiese a Zeus in quale modo dovesse distribuire rispetto e giustizia agli uomini: “Devo distribuirli come sono state distribuite le arti? Per queste, infatti, ci si è regolati così: se uno solo conosce la medicina, basta per molti che non la conoscono, e questo vale anche per gli altri artigiani. Mi devo regolare allo stesso modo per rispetto e giustizia, o posso distribuirli a tutti gli uomini?” “A tutti - rispose Zeus - e tutti ne siano partecipi; infatti non esisterebbero città, se pochi fossero partecipi di rispetto e giustizia, come succede per le arti. Istituisci inoltre a nome mio una legge in base alla quale si uccida, come peste della città, chi non sia partecipe di rispetto e giustizia”.
L’insegnamento del mito è chiaro: la razionalità tecnica si umanizza e trova il suo significato pieno solo se illuminata dalla razionalità etica. L’avvento della società industriale, con la produzione in serie e la distribuzione di massa, ha modificato radicalmente la visione di téchne della Grecia antica, che non era finalizzata alla fabbricazione di molti oggetti dello stesso tipo né alla soluzione di problemi collettivi. La divisione del lavoro e la specializzazione, tipiche del sistema industriale, hanno trasformato anche la nozione stessa di abilità tecnica, che si orienta al particolare senza tendere alla visione d’insieme, atteggiamento che invece caratterizzava l’artifex polytechnicus del Rinascimento. Tuttavia, nonostante questi cambiamenti, l’invito platonico è più che mai attuale: la competenza tecnica non può essere separata dalla dimensione etica.
Secondo Hélène Vérin (La gloire des ingénieurs. L’intelligence téchnique du XVI au XVIII siècle, Paris 1993) il "genium" dell’ingegnere è stato all’origine della società moderna. La loro “gloria”, il loro vanto è essere stati capaci per la prima volta nella storia di applicare la geometria alla risoluzione di problemi particolari, sia tattici che meccanici, ossia di andare dall’universale al particolare, mentre la matematica e la geometria compiono il percorso inverso, di ricondurre il particolare nell’universale. Il vanto dell’ingegnere è, in una parola, aver conciliato l’inventiva dell’arte con il rigore della scienza. Come i cavalieri medievali avevano incarnato i valori della guerra e dello sforzo militare, considerando un punto d’onore rifuggire da stratagemmi e inganni, per vincere solo con la forza delle armi, così, all’inverso, gli ingegneri sono i protagonisti della modernità, perché con la costruzione di fortificazioni attorno alle città hanno cercato la gloria del genio strategico piuttosto che quella del genio militare.
Oggigiorno, però, risulta più arduo definire chi sia esattamente l’ingegnere. Conoscenza scientifica, competenza tecnica, capacità gestionale sono indubbiamente tre dimensioni essenziali della professione ingegneristica, ma che oggi si estendono ben oltre le specifiche conoscenze di matematica, di geometria, di meccanica, per includere la scienza delle costruzioni, l’informatica, la chimica, la cibernetica. La varietà di direzioni del progresso tecnico all’apparenza inarrestabile, la difficoltà a individuarne gli scopi insieme alla crescente specializzazione delle competenze rende più complessi i contorni di questa figura, che appare lontana sia dalla fisionomia semplificata del “tecnico” che dall’aura ideale dell’“artista politecnico”. La rilevanza etica del lavoro dell’ingegnere è, infatti, rispetto a quella dell’artista, ben più complessa: mentre questi risponde solo della sua opera e del messaggio che comunica, l’ingegnere è responsabile anche degli intenti perseguiti, delle procedure applicate e degli eventuali impieghi del suo progetto.
Oggi più che mai, dunque, occorre integrare l’ingegneria con una “quarta dimensione”, che è quella umanistica, in modo speciale filosofica. Da più parti si reclama una Human-centred Technology che faccia perno sui concetti di responsabilità e di rispetto della dignità umana. Incidenti come l’esplosione di Bhopal nel 1984 o quella recente di Fukushima, richiedono un’attenta riflessione sulle implicazioni dell’attività tecnica, respingendo la falsa convinzione che essa sia neutrale o che la suddivisione delle competenze esoneri la coscienza del singolo.
Per riuscire ad essere sempre protagonista del progresso tecnico, conservando su di esso uno sguardo critico, l’ingegnere ha bisogno di quello che Heidegger definiva il pensiero meditante, contro un pensiero puramente calcolante. “Per salvare l’essenza dell’uomo è necessario tener desto il pensiero” (Umanesimo e scienza nell’era atomica). Il pensiero meditante è quello dell’etica, che induce a interrogarsi sugli scopi e sui destinatari dell’attività tecnica, mentre la tecnica giudica piuttosto l’adeguatezza dei mezzi. Non basta infatti che uno strumento sia tecnicamente perfetto: occorre anche che sia finalizzato a uno scopo eticamente corretto. Il gas asfissiante usato a Ypres nel primo conflitto mondiale senz’altro raggiungeva il suo scopo, ma dimostra come la più perfetta razionalità tecnica possa trasformarsi nell’irrazionalità più completa al servizio dell’antiumanesimo.
Ne deriva una nozione più ampia di professionalità, che include oltre all’efficienza tecnica un’efficienza soggettiva integrale, relativa all’esercizio di specifiche qualità personali, indispensabili per delineare il profilo del buon ingegnere del presente e del futuro.