Il ruolo dell’ingegnere nella ricerca scientifica - Intervista al Prof. Ing. Luigi Nicolais, Presidente CNR

08/05/2012 3589

Prof. Ing. Luigi Nicolais
Presidente CNR

 

 

 

 

 

Chiar.mo Presidente, le comunità scientifiche diventano a livello mondiale sempre più interconnesse e sempre più specializzate. In una evoluzione di questo tipo qual è il valore che può esprimere un’istituzione pubblica come il CNR?
La conoscenza per progredire ed essere trasferita ha bisogno dell’intelligenza collettiva. Il sapere disponibile nei settori cosiddetti caldi o a maggior opportunità esplorativa cresce e si accumula con una rapidità impressionante. È impossibile per un singolo conoscerlo tutto. Solo facendo rete, gruppo, si è nella condizione di poter attraversare e far avanzare le frontiere della scienza, approfondire – o meglio verticalizzare rapidamente – le conoscenze. Disporre di reti, o meglio di aggregazioni di interessi e di competenze su macrosettori scientifici è l’unica via perseguibile. Oggi, il Cnr ha già tutte le caratteristiche per proporsi come hub di conoscenze e competenze, disponendo di una preesistente rete, fitta e fortemente interconnessa a livello nazionale e internazionale. Vi lavorano circa 8000 persone a tempo indeterminato, di cui oltre 6000 impegnate a vario titolo in attività di ricerca. Il processo di riforma in corso enfatizzerà ancor di tutti gli effetti postivi favorendo ancor di più l’aggregazione per competenze e rendendo più fluidi ed efficaci i rapporti fra strutture prossime per interessi e sfere d’azione.


Il CNR dedica grande attenzione alla realizzazione di proprie linee guida in ambito tecnico, spesso ad alto tasso di specializzazione. Perché questa attività e quale valore aggiunto porta in un momento in cui ogni paese recepisce le norme europee e tende ad eliminare i riferimenti nazionali?
A una prima lettura i processi di standardizzazione sembrano sempre seguire percorsi top-down, in realtà essi sono frutto di un duro lavoro bottom up portato avanti a livello locale dalle strutture tecnico-scientifiche più pronte a attente ai cambiamenti e ai bisogni della collettività locale e internazionale.
Ciò premesso, il lavoro svolto dal Cnr - che è in linea con quanto chiesto dalla Comunità europea - è di notevole importanza a livello nazionale e comunitario. In molti settori, le nostre linee guida fanno da apripista, anticipano problematiche o soluzioni, affrontano questioni spesso da altri trascurate. È un lavoro importante non solo sotto il profilo tecnico, ma anche politico. Conoscere per tempo l’evoluzione delle regole, degli standard, determinarli rappresenta un vantaggio da sfruttare in termini di competitività e di riorganizzazione. La permanenza, poi, a livello locale di proprie linee guida, pur a fronte di analoghe o più esaustive comunitarie, è frutto di una cultura conservativa tipica del nostro Paese, che prima di procedere a derubricare e semplificare ha necessità di disporre di apposite norme a garanzia e tutela, ma questo è, ovviamente, tema di ben altra natura.


L’ingegnere viene spesso considerato un applicatore della ricerca, non un ricercatore, o meglio un ricercatore puro. Questo nasce da una cultura nazionale in cui si tende a confondere la figura dell’ingegnere con quella del libero professionista. Lei ha un osservatorio privilegiato su questo tema, qual è il suo parere, quale contributo il mondo degli ingegneri può portare alla ricerca?

Il limite delle generalizzazioni è la banalizzazione e spesso dietro ogni generalizzazione c’è pressappochismo e scarsa conoscenza. Ignoro quale possa essere il limite oltre il quale si cessa di essere ricercatore puro e si è semplice professionista, o viceversa. Così come ignoro la differenza di contributo scientifico che possa provenire da un ingegnere piuttosto che da un linguista o giurista. Se non ricordo male, per un certo tempo nei dibattiti si usavano espressioni come ingegneria istituzionale o ingegneria finanziaria per indicare questioni molto distanti e ampie dai processi ingegneristici di natura produttiva. Analogamente non credo in astratto all’esistenza di un contributo specifico del ruolo dell’ingegnere alla scienza se avulso da percorsi individuali e attività specifiche. Ritengo invece che la formazione dell’ingegnere, che è un percorso serio e rigoroso, contribuisca a sviluppare e a padroneggiare un metodo di lavoro, di studio e di relazione, che a seconda del campo di applicazione - gestionale, organizzativo, scientifico, finanziario culturale – è in grado di produrre dei risultati, saperli utilizzare e valorizzare. Da qui il successo del ruolo e l’ampio ventaglio di opportunità lavorative. Personalmente poi conosco ingegneri che hanno prodotto ricerche interessanti e valide in campi teorici estremamente distanti da una interpretazione generalista e semplificata loro studi.


Si ha spesso la sensazione che l’accusa che in Italia non si faccia ricerca sia infondata, ma il vero problema sta nel collegamento tra chi fa ricerca e chi fa industria. È d’accordo? Quale potrebbe essere la soluzione per accorciare queste distanze?
La distanza fra chi fa ricerca e chi fa impresa è destinata a ridursi sempre di più. Oggi è necessario poter contare su attività knowledge-based qualificate per mantenere il posizionamento competitivo delle produzioni, creare e dominare nuove porzioni di mercato. Da sola la piccola e media impresa non può sostenere i costi e attendere i tempi della ricerca. Anzi, spesso non è neanche consapevole che i suoi bisogni di innovazione necessitano di ricerca. Una soluzione praticabile richiede la disponibilità di più fattori che per limitarci solo ai due attori indicati - ricerca e impresa - possiamo identificare in almeno tre. Uno è la clusterizzazione dei sistemi produttivi. Questa rappresenta un’esperienza importante che permette di tenere insieme e dalla stessa parte, anche in forme non esclusive, ricerca e imprese piccole, medie e grandi su progetti e percorsi specifici. In tal modo si ridimensionano i livelli di concorrenza e conflittualità fra le parti interessate, si rafforzano le difese competitive, si innalza la qualità delle produzioni e dell’indotto collegato, si contengono i costi e anche il fattore tempo cessa di essere un criticità. Un altro fattore è la capacità dei ricercatori di valorizzare e promuovere tutti i risultati conseguiti, anche quelli apparentemente poco utili e interessanti scientificamente. Questa attività che non è proprio nelle corde emotive e culturali di chi fa ricerca spesso è utile all’impresa che ha maggior prontezza, spesso scaltrezza, nel cogliere l’applicabilità di una tecnologia, di un risultato, di un applicativo. C’è poi il ruolo delle strutture e delle figure intermedie – dai parchi scientifici e tecnologici ai trasferitori di tecnologie, alle organizzazioni e sportelli – che sono particolarmente utili nel far incontrare offerta e domanda, anzi maggiore è la sensibilità e la preparazione di queste professionalità, più agevole è la codifica della domanda e quindi l’incontro con il giusto interlocutore. Il Cnr, per vocazione e compito istituzionale, in questa partita complessa, esercita più ruoli e funzioni, assicurando a tutti, imprese e ricercatori, anche numerosi e interessanti servizi in materia di innovazione, valorizzazione dei risultati di ricerca, start up e nuova imprenditoria.