La formazione nasce dal desiderio di conoscere

La formazione è al centro del dibattito che riguarda la riforma delle professioni, in particolare quella post laurea, per il cosiddetto aggiornamento continuo. Alcuni Ordini professionali hanno affrontato questa esigenza rendendo obbligatorio, attraverso il meccanismo dei crediti, l'aggiornamento tecnico.

Non condivido questa scelta. L'ingegnere firma i suoi progetti, si prende la responsabilità giuridica di ciò che ha scritto, non può esimersi dall'essere aggiornato, ma con una specificità e un grado di dettaglio che non può essere in alcun modo semplificato con un meccanismo "a crediti".

Un ingegnere può applicare un'innovazione non solo sulla base dei dati di una brochure tecnica, ma solo sulla consapevolezza di una concreta serie di certezze: quale implicazione porta l'innovazione ora, quale implicazione porterà nel futuro, quale controlli si dovranno eseguire in fase esecutiva e di collaudo, che robustezza avrà in caso di evento straordinario …

Bernhard Scholz afferma "La formazione nasce dal desiderio di conoscere, di lavorare, di dare un proprio contributo costruttivo. Non un obbligo, è un’opportunità".

Da un punto di vista tecnico l’ingegnere è estremamente sensibile a questo desiderio. I limiti forse li troviamo sotto altri punti di vista, che riguardano più che la formazione post-laurea quella proprio universitaria.

Piero Pozzati ha più volte insistito sulla necessità di una formazione umanistica per gli ingegneri: “il dirigente di grado elevato con un ricco bagaglio di conoscenze tecniche, amministrative. finanziarie, ma sprovveduto di cultura generale non è spesso in grado di affrontare i problemi più complessi che oggi come non mai si affacciano nelle grandi aziende. In quella parte del mondo in cui fino a pochi anni fa si puntavano tutte le carte del successo sulla specializzazione, ci si avvede che la logica del comando non si impara attraverso l'esperienza di ogni giorno e leggendo i manuali dell'organizzazione aziendale: occorre una buona conoscenza letteraria e filosofica che non si improvvisa. [...]”.

Il problema è che nel nostro paese si tende a considerare la cultura tecnica e quella umanistica completamente distaccate. Al momento della scelta della scuola secondaria, a uno studente con tanti 10 si consiglia il liceo classico, con tanti 8 il liceo scientifico, mentre se arranca con la promozione allora l’istituto tecnico o professionale. Dobbiamo uscire quindi da questa logica che ghettizza la preparazione tecnica.

L’ingegnere, di qualsiasi materia si occupi, per mestiere deve saper coniugare informazioni complesse per arrivare a una soluzione più semplice. Ma come diceva Silvano Zorzi “semplificare è spesso più difficile che complicare”.

Una riforma che quindi intende rivedere i criteri di formazione di un ingegnere non può essere realizzata a pezzi, ma deve riguardare la figura dell’ingegnere nel suo insieme, perché possa tornare ad essere il vero consulente del committente nelle scelte strategiche e non semplicemente il calcolatore di una parte del processo.