Il meccanismo relazionale alla base del successo della propria professione

Qual è il problema primario che sta alla base della riforma delle professioni?

 

A questo riguardo il prof. Giuseppe de Rita, già Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), scriveva: “Quella dell’ingegnere è sempre stata una professione molto “tecnica”, una caratteristica che, forse, trae le sue premesse nella cultura propria della professione, oppure è dovuta al modo in cui si studia la materia. Ma che comunque denuncia un limite molto grave, per il tempo che viviamo e per quello che verrà: non possiede una dimensione "di relazione", non si rende conto dell'importanza del contatto e del confronto con gli altri, di quanto sia opportuno misurare le proprie idee. [...].

Del resto tutti i professionisti hanno una forte dose di "relazionalità" tranne l'ingegnere che, viceversa, ha sempre pensato che la sua identità dipenda dalla qualità del suo lavoro e non dalla sua capacità relazionale che, anche per questo, è rimasta bassa. Egli si sente essenzialmente un progettista e, come tale, si tira fuori.
Questa carenza, che è anche il suo limite, ci fa capire perché certe volte egli abbia dovuto subire forti "concorrenze" esterne, come talune difficoltà interne, dovute anche queste alla sottovalutazione dell'esigenza di relazione. [...].

Diversamente oggi non risulta possibile perdere il contatto con il meccanismo relazionale, perché solo così si può incidere la realtà. E oggi tutte le professioni sentono questa esigenza. [...] in altre parole se non si esprimono le proprie idee e non ci si confronta, accettando anche il rischio che altri possano distruggerle, dimostrandoci che abbiamo torto, se non si attiva e mantiene viva costantemente questa attività di relazione con gli altri, non si può esercitare con successo la propria professione. [...].

Il problema del prossimo futuro non è nella logica di concorrenza, come l'annosa questione "chi è che può firmare un progetto" (che è stato il grande problema degli ingegneri per tanto tempo). Il vero problema è la mancata risposta a due semplici domande: "cosa siamo?" e "come appariamo?". Interrogarsi sulla propria immagine, sul "cliché" che la categoria ha proiettato nell'immaginario collettivo (tipi un po' duretti, un po' rigidini e schematici), risolvere la frantumazione e uscire dall'isolamento. Questo è quanto l'ingegnere del futuro dovrà fare per vivere coerentemente con la realtà che lo circonda”.


Sono parole estremamente attuali, anche se pubblicate sull’Ingegnere Italiano nel 1997, e che vanno alla radice del problema: chi siamo?

Anche perché, come ha ricordato il consigliere Angelo Valsecchi nell’Assemblea dell’Ordine di Verona, da quando ci siamo laureati hanno cominciato a chiamarci “ingegnere”, e non ing. Dari o ing. Rossi, quasi che fosse un titolo assoluto.

Ma cosa significa essere ingegneri e che differenza esiste tra essere “abilitato” o non abilitato?

È una domanda che mi sono posto quando ho visto un quesito di un giovane neolaureato in Ingegneria Gestionale: “Perché fare l’esame di stato?” e quasi tutti gli hanno suggerito “Fallo, non si sa mai …”: una motivazione alquanto tecnica e professionale.

Allora, qual è la radice che lega un ingegnere gestionale, un ingegnere informatico e un ingegnere civile? Alla fine degli anni ’80, quando le facoltà di ingegneria si riempivano di iscritti ai corsi di laurea di elettronica, la battuta – degli altri – che girava era che chi non sosteneva l’esame di scienza delle costruzioni non fosse in realtà un ingegnere. Una battuta che descriveva bene una suddivisione che stava nascendo.

Perché poi è diversa la realtà che segue la Laurea: quando si progetta un impianto elettrico o un’opera edile occorre avere l’iscrizione all’albo. E per realizzare un programma informatico o una rete telematica?

Sul sito della facoltà di ingegneria di Tor Vergata è riportato “Il termine ingegnere risale al medioevo ed ha la sua etimologia nel latino ingenium, col suo duplice significato di congegno e capacità mentale. L'ingegnere usa la conoscenza per creare cose nuove: progetta e costruisce oggetti con i quali interviene sulla realtà. Si avvale di scienze matematiche, fisiche, naturali, economiche, spesso anticipando conoscenze e rendendone possibili i progressi. L’ingegnere può essere un progettista, un tecnologo, un manager” .

Una descrizione che purtroppo poco ci aiuta a capire chi siamo e a rispondere ai nostri quesiti. Perché se l’ingegnere può essere un manager, allora ci chiediamo se per farlo occorra essere iscritto all’albo, e se questo fa parte della cosiddetta professione.

Forse la chiave non sta nella suddivisione tabellare dei ruoli, e forse non è possibile definire con precisione un bianco e un nero, una verità assoluta. Il Prof. Piero Pozzati ci parla in una delle sue pubblicazioni del convenzionalismo: “Il carattere del convenzionalismo è di essere per definizione né vero, né falso, ma soltanto utilizzabile entro certi limiti”.

Proviamo quindi ad applicare il convenzionalismo per poter inquadrare attraverso i ruoli la nostra figura, e questo ci darà un quadro in cui l’elemento caratterizzante che emerge è un altro, e non la semplice conoscenza tecnica, ma l’etica, la deontologia con cui si esprime un concetto.

In tal senso quand’è che emerge il ruolo della professione, quando vi è la necessità che qualcuno si prenda la responsabilità diretta che ciò che afferma è vero. L’ingegnere è quindi quella figura che in un ambito tecnico si assume la responsabilità che quanto esprime è, e non dovrebbe, essere vero.
È un ruolo guida, è una figura di appoggio della società. Ecco il fattore comune.
E in questo significato che le parole INGEGNERE e GENIO si avvicinano fino a toccarsi.
Don Giussani scriveva che “Il Genio è un carisma eminentemente sociale, che esprime in mezzo alla umana compagnia i fattori sentiti dalla compagnia stessa in modo talmente più acuto degli altri che tutti si sentono più espressi dalla sua creatività che neanche dai loro tentativi”.

Un carico di responsabilità importante, forse troppo. Perché allora assumerselo?
Chiediamolo a Seneca: Nullum magnum ingenium sine mixtura dementiae fuit (da Tranquillitate animi).