Essere protagonisti del cambiamento

Gli antichi greci avevano scolpito sulla facciata del tempio di Delfi il monito “Conosci te stesso”.
L’uomo si realizza conoscendo la realtà e il mondo e in questo modo conosce se stesso. Dalla conoscenza di sé e delle cose nasce in lui la domanda su quale sia il significato di ciò che gli accade, della sua esistenza.
Questo equilibrio tra interiore e esteriore, tra il singolo visto come individuo e il singolo visto come membro essenziale di una collettività, rappresenta quindi la chiave di indirizzo di ogni uomo per poter compiere le proprie scelte, umane e professionali.
Per questo ritengo che costruire e attuare un progetto personale sia importante nella vita quotidiana di ogni individuo quanto lo è il costruire e attuare un progetto comune. E la responsabilità di ciò è assegnata ad ognuno di noi, in primo luogo a chi rappresenta una collettività.
È da qui che trova forza l’impegno personale a dedicarsi a qualcosa di grande, a cercare di "Rappresentare" una collettività, a costruire una nuova visione di società, un progetto e un programma per realizzarlo.
Per noi ingegneri questo impegno deve oggi essere rivolto al rinnovamento della professione, intendendo con questo termine non solo l’attività di libero professionista, ma anche quella di tecnico impiegato in organizzazioni e società.
Ma qual è lo spirito con cui dobbiamo muoverci in questa importante missione?
Il primo degli errori da evitare è quello di pensare che l’ingegnere sia il centro di un universo che ruota attorno a noi e non una tessera del mosaico che è la società contemporanea.
Liberarsi da questa visione egocentrica ci consente di poter essere liberi da quei vincoli che costringono ognuno di noi a pensare in piccolo, di conoscerci, di valutarci non in modo statico ma in azione.
L’uomo che osserva se stesso in azione scopre in sé una realtà materiale, una realtà cioè che può essere misurata, pesata. Una realtà che nasce secondo leggi biologiche. Ma questo non è sufficiente. Infatti, se osserviamo con sincerità il nostro agire quotidiano, scopriremo che oltre a ciò che possiamo misurare, pesare, organizzare e ordinare, oltre il dato materiale, c’è qualcosa d’altro che ci costituisce. È il desiderio infinito dell’uomo, che lo spinge a muoversi attraverso le sue azioni lungo una traiettoria che lo porta a superare se stesso e che ci fa comprendere come il contributo di ognuno non può essere orientato alla messa in ordine del tutto.

Ed è per questo motivo che la professione si deve dotare della capacità di immaginare un futuro senza limitarsi alla difesa di un presunto "status".
Porsi obiettivi ambiziosi, avere delle idee importanti, sono prerogative di chi toglie lo sguardo dal giorno per giorno, di chi prova a immaginare, di chi non si limita a sognare un futuro, ma si ingegna con uno sforzo di immaginazione e un progetto per riuscire a realizzarli.
In questo senso le giovani generazioni, per attuare una capacità visionaria, hanno un ruolo centrale, e devono avere l'opportunità di proporre, di costruire un pezzo di futuro, di sbagliare, di correggersi, di fare cose giuste, di disegnare un sogno, di costruire una consapevolezza. Opportunità che non solo è un diritto ma una scelta giusta.

I giovani giocano un ruolo fondamentale in questo cambiamento. Abbiamo bisogno di una rottura di schemi. Non possiamo permetterci di spendere la maggior parte delle nostre energie nel rimpianto del passato, nella lotta per la conservazione di uno "status", nella semplice ricerca di un consenso numerico. E per far questo allora l'impegno più profondo deve mirare alla costruzione del coinvolgimento, della partecipazione attiva e criticamente costruttiva.

Da un punto di vista sociologico stiamo avendo una evoluzione senza precedenti. Oggi scelgo una vacanza sulla base dei giudizi espressi, valuto l’acquisto di un prodotto sul web leggendo i commenti degli altri acquirenti, posso postare una mia idea su linkedin e un secondo dopo centinaia di persone possono condividerlo e commentarlo. Con un tweet di soli 140 caratteri posso coinvolgere migliaia di persone.
La società sta evolvendo in uno schema di iperdemocrazia, sta rendendo sempre più orizzontale il livello delle comunicazioni e questo ci sta portando in una direzione in cui ogni cambiamento non potrà che partire dal basso.
Lo stesso linguaggio si sta evolvendo verso una visione non più monodimensionale in cui non c’è una lista unica delle priorità ma un’insieme di priorità da affrontare.
È per questo che credo fermamente nel fatto che il cambiamento e avanzamento propositivo non possano essere guidati unicamente dalle classi dirigenti ma debbano essere fatti da tutti (nella scuola, nella PA, nell'impresa, nelle istituzioni, ecc.) e non possano essere vissuti passivamente.

E se questo vale per tutte le categorie, vale in particolare per noi: gli ingegneri sono presenti in tutti i settori della vita produttiva. Non esiste però uno spirito comune, diffuso, di appartenenza consapevole (sicuramente esiste un orgoglio dell'essere ingegneri, nel senso filosofico del termine), né esiste una consapevolezza di essere protagonisti dello sviluppo e del futuro del nostro pianeta.
Per questo motivo è necessario uno sforzo culturale collettivo di ripensamento dei punti di vista, dei valori e della volontà di legarsi a questi valori. E lo potremo fare solo se le giovani generazioni saranno coinvolte come protagoniste di questo cambiamento e non come utenti finali del processo decisionale, se si smette di “parlare” dei giovani e si inizia a far parlare anche i giovani.
In questa missione, è necessario però trovare un’unione.
Certo vi sono problematiche che riguardano solo alcuni settori dell’ingegneria. Ma la sfida di oggi è talmente grande, talmente importante, che non può essere superata se non viene superato il problema della frammentazione (a volte artificiosamente costruita!): non esistono diverse “ingegnerie”, ma l’ingegneria, che si concretizza nelle molteplici discipline intercomunicanti e nella diversità della professione.
Perciò, è necessario superare la divisione in compartimenti stagni (l’ingegneria civile, l’ingegneria dell’informazione, l’ingegneria industriale, i giovani, i dipendenti, i liberi professionisti, etc), per ricercare un filo conduttore, un linguaggio comune che armonizzi le differenze e dia l’opportunità di diventare una forza sociale attiva e non solo un numero.

Questo percorso è stato avviato.
Oggi, anche grazie alle idee dei giovani, si parla, per gli ingegneri, di non obbligatorietà del tirocinio (in un paese dove si ha la percezione che solo l’obbligatorietà delle leggi consente di garantire la qualità), di proposte innovative sulla formazione, di assistenza per l’avvio alla professione, di assicurazioni, di disciplinari di incarico, di problematiche legate alle posizioni iva.
Sono proposte che verranno affrontate al Congresso Nazionale di Rimini, dove i giovani sono stati chiamati ad essere presenti in modo più attivo rispetto al passato, per poter non solo proporre le loro idee, ma partecipare in modo diretto alle scelte per il futuro di una categoria, che da sempre è al servizio della società.
In questo senso le giovani generazioni devono, insieme a tutti, diventare i protagonisti dell’attuazione di questa riforma (riforma, in senso letterale, vuol dire dare nuova forma, nuova vita), della scrittura dei regolamenti, mettendo al centro del dibattito il progetto inteso come il nostro lavoro e tutte le forme in cui esso si esplica.

Voglio tornare a quanto detto all’inizio: “costruire e attuare un progetto personale è importante nella vita quotidiana di ogni individuo quanto lo è il costruire e attuare un progetto comune, che riguardi l’intera collettività”.
Il nostro lavoro, insieme a quello di tutte le altre componenti della società, è fondamentale per lo sviluppo del Paese. Il ruolo dell’ingegnere nella tutela dell’ambiente, nella sicurezza, nella ricerca tecnologica, nel miglioramento dei processi produttivi e della qualità dei prodotti, nella salvaguardia della sostenibilità e della salute è fondamentale.
Su questa rivista, nel primo editoriale sono state pubblicate due frasi che a mio parere sono essenziali per comprendere la nostra professione:

  • “Il lavoro professionale può essere inteso, in modo generico, come quell’attività di carattere pubblico, o almeno esteriormente conosciuta, che implica un apporto positivo alla società e che generalmente costituisce la fonte principale di guadagno in chi la pratica. (K. R. ANDREWS).
  • “Il codice deontologico di ogni professione o mestiere include per sua natura l’obbligo di compiere un’opera ben fatta (Llano Cifuentes).

Abbiamo quindi la responsabilità di compiere questa missione non solo per noi stessi, non perché in questo momento devo tutelare i miei interessi di ingegnere giovane, non perché in questo momento devo farlo per difendere la mia categoria di ingegnere anziano, non perché in questo momento devo farlo per difendere la mia posizione di libero professionista, non perché in questo momento devo farlo per difendere la mia posizione di dipendente … (quante anime per un’unica anima) ma perché da noi dipende il futuro di questo Paese.
In questa strategia della partecipazione ritengo necessario ripartire dalla Costituzione, dai valori che richiamano il lavoro, la tutela, la ricerca e, di conseguenza, incardinare le nuove visioni riguardanti l’esame di stato, la formazione (tenendo presente che la formazione è un pezzo della competenza), i rapporti con i committenti, il riconoscimento dell’interdisciplinarietà e dell’unicità del progetto, la separazione dei ruoli per il miglioramento del servizio alla collettività, a quei valori.
Il cambio di ruolo dell’ingegneria potrà essere avviato se si avrà la capacità di guardare il particolare con la consapevolezza della complessità.