Giovani ingegneri e professione

Alcune considerazioni sul tirocinio

Perché ha senso oggi parlare nella nostra professione di tirocinio?
Contrariamente a quanto affermato dall’antitrust a conclusione dell’indagine svolta sul sistema delle professioni del nostro paese (2009 – AGCM – documento IC34 - Indagine conoscitiva riguardante il settore degli ordini professionali), la professione di ingegnere non presenta alcuna barriera all’ingresso.
L’unica condizione d’accesso, insieme ad uno stato di integrità documentabile con un certificato del Tribunale, l’unico requisito per l’accesso, è il superamento dell’esame di stato1.
I dati parlano chiaro e documentano di come l’esame non effettui alcuna selezione, essendo di fatto gestito dall’Università quale “ultimo esame” del percorso universitario.
Alla luce del fatto che pertanto l’unico prerequisito per lo svolgimento dell’attività professionale sia l’abilitazione, è importante comprendere cosa questo comporti e quali siano stati i cambiamenti in questi ultimi anni.
L’ingegnere, una volta laureatosi, ha sempre avuto la tendenza ad effettuare immediatamente dopo la laurea l’esame di stato.
Tale esame, infatti, ha sempre avuto caratteristiche simili agli esami universitari sostenuti durante il percorso e molto poco a che vedere con la verifica delle competenze necessarie e ricavabili da una diretta esperienza sul campo.
Anzi, frequentissimo è il caso in cui l’esame, abilitante a svolgere “attività riservate”, è spesso condotto su materie che nulla hanno a che vedere con ciò che attiene alle professioni protette.
Da qui, anche a fronte della grande trasversalità che l’abilitazione, seppur nei diversi settori, consente, ecco che l’ingegnere industriale, per fare un esempio, si abilita sostenendo una prova d’esame in materia gestionale dopodiché è immediatamente abilitato alla progettazione di impianti tecnologici….
Ma cosa è cambiato negli ultimi dieci anni?
È cambiata di fatto completamente la modalità con la quale il neolaureato entra nel mondo del lavoro; se fino a dieci anni fa, il laureato, ancorché abilitato, veniva integrato nel mercato attraverso la domanda di servizi nei diversi settori, trovando lavoro nelle aziende pubbliche o private, negli studi o società di ingegneria, presso le pubbliche amministrazioni o altre forme di impiego, oggi, in assenza di qualsiasi ammortizzatore sociale o strumento di compensazione, al laureato abilitato spesso non resta che “lanciarsi” (senza paracadute) nella libera professione; e lo fa con modalità e condizioni al contorno in genere ben identificabili e sistematicamente ricorrenti:

  • crollo mercato domanda costruzioni/industria;
  • eccesso di offerta - produzione universitaria scollata dalle reali necessità del mercato (si veda commento seguente: l’aberrazione universitaria);
  • assenza di ammortizzatori sociali (sia per i professionisti “datori di lavoro” sia per i neoiscritti);
  • assenza di esperienza del neoabilitato;
  • assenza di una clientela consolidata;
  • ampia possibilità “formale” d’azione (resa possibile come si diceva dall’ampiezza dell’abilitazione nei tre macro-settori);
  • bassi costi di struttura;
  • mercato della domanda sempre più alla ricerca di prestazioni fittizie o “agevolanti” – timbro e firma.

Questo stato di cose, oltre ad indurre un depauperamento del mercato a causa della inevitabile discesa dei prezzi (unico strumento competitivo utilizzabile dal giovane agli inizi che voglia farsi spazio) comporta proprio per il neoprofessionista i maggiori rischi.
Egli si trova infatti proiettato nella pratica professionale, in assenza dell’opportuna copertura di qualcuno che, in possesso della necessaria esperienza, gli consenta di crescere al riparo di “spalle sufficientemente larghe” e “rubando” nei tempi giusti il “mestiere”.
Spesso i giovani non hanno idea e non si rendono conto dell’impatto che i primi anni di attività, se svolti in carenza di preparazione, avranno negli anni successivi, in termini di responsabilità civile, penale e deontologica.
Il tirocinio, se opportunamente normato, deve essere visto quindi come uno strumento, per quanto detto sino ad un po’ di anni fa non necessario, che si proponga quale obiettivo principale quello di consentire ai giovani professionisti un ingresso nel sistema professionale dando ad essi quella preparazione, non conseguibile durante il percorso di studi, che, sola, eviterà i gravi danni che un’attività svolta in modo scorretto potrebbe provocare a lui ed alla collettività.
Certo, esistono alcuni problemi:

  • esiste il problema oggettivo di garantire uno standard di qualità del tirocinio; il tempo “speso” nel tirocinio deve assolutamente essere professionalizzante e non ridotto a mero sfruttamento di manovalanza di basso livello.
  • esiste il problema dell'equo compenso; è giusto che il tirocinante sia retribuito considerando peraltro quanto, un tirocinio realmente professionalizzante, costituisca di per sé un costo per struttura nel quale il professionista è inserito e cresce.

Detto tutto quanto sopra, se il tirocinio deve costituire un percorso professionalizzante e dare le sufficienti garanzie di competenza a tutela della collettività e dello stesso professionista, è impensabile che tale percorso possa essere svolto all’interno dell’università e non nel “campo di gioco”.
 

1 L’argomento dell’esame di stato deve essere ripreso e discusso in relazione all’abolizione del valore legale del titolo di studi, vedi paragrafo successivo

 

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