Didattica e Ricerca nello Higher Education System per le Professioni (e le Imprenditorialità) Digitalizzate

Quale sia il legame tra didattica e ricerca in ambito accademico per le professioni e le imprenditorialità digitalizzate è un interrogativo arduo, ma certamente si può dire, senza tema di smentita, che si sia in presenza di un quesito «sperimentale», nel senso che non se ne abbia sufficiente esperienza.
Si pone, dunque, la necessità di riflettere sulle modalità di insegnamento di ciò che è costitutivamente un processo, quello della digitalizzazione, in divenire, caratterizzato da profonde incognite.
Per prima cosa, occorrerebbe forse evitare di adottare un approccio immediato: si ha una gran preoccupazione, ad esempio, di insegnare gli strumenti che a vario titolo si riconducono alla modellazione e alla gestione informativa, al «BIM», senza chiedersi a fondo quali logiche li presidino, quali strutturazioni (modelli) dei dati li sottintendano.
Ciò, evidentemente, accade perché un tema che è stato a lungo trascurato improvvisamente appare ineludibile in virtù dell'impellenza fabbisogno di risorse qualificate che, comprensibilmente, si identificano colla abilità di sfruttare al meglio gli strumenti.
Per l'Accademia, tuttavia, ciò comporta, anzitutto, il rischio di impartire lezioni su ciò che conosce relativamente, soprattutto nelle sue applicazioni operative che, ovviamente, si affinano sempre più al di fuori di essa. Il che, peraltro, rafforzerebbe le ragioni di una maggiore interazione tra Scuola e Operatività.

Al contempo, però, l'enfasi sugli strumenti asseconda una interpretazione della digitalizzazione che, dal punto di vista interno agli attori tradizionali, non dovrebbe mutare sostanzialmente gli equilibri in gioco, mentre, al contrario, dovrebbe trattarsi dell'esatto contrario.
Ecco, probabilmente, che appare chiaro come di questa digitalizzazione si tenda a dimenticare curiosamente la natura del dato, computazionale, numerico, la sua analisi e, addirittura, la «scienza» relativa a esso.
Ciò vorrebbe, però, dire riconoscere all'Ingegneria dell'Informazione lo stesso ruolo propedeutico che si riconosce alla Matematica, alla Chimica, alla Fisica negli ordinamenti didattici e nelle attività scientifiche, significherebbe avere il coraggio di trasformare piuttosto radicalmente percorsi formativi consolidati.
Il che può apparire complesso per l'Ingegneria, in cui, comunque, il «calcolo» e il «modello» sono abituali, ma risulta quasi improponibile, o meno agevolmente praticabile, per l'Architettura, a parte i parametricismi e i generativismi, che rappresentano probabilmente solo l'aspetto «superficiale» del fenomeno.

In ogni caso, è palese che la richiesta che la digitalizzazione formula agli operatori è di prestarsi a tradurre il proprio operato nel linguaggio leggibile dalla macchina, per andare ad arricchire un potenziale accumulo di dati, utili, ad esempio, a predire i fenomeni senza doverne per forza offrire un «modello» interpretativo: ma anche di far sì che i primi comprendano questo stesso linguaggio e lo governino.
Occorre sovvenirsi, infatti, che si parla di gestione delle informazioni finalizzate alla ottimizzazione dei processi decisionali, sinché appare persino possibile che molte delle attività ripetitive siano automatizzabili: non è l'automa, bensì l'algoritmo, il vero game changer per il settore.

La prima ipotesi potrebbe essere, pertanto, quella di insegnare la «cultura del dato», che è, peraltro, anche «coltura» dello stesso.

A questo proposito, però, sorge il dilemma primario: quale sarà la velocità della trasformazione radicale? Tendenzialmente lenta, come ogni ragionevolezza indurrebbe a pensare, assai più rapida come, al contrario, il fenomeno si presta a creare.
Istituire, regolamenti permettendo, corsi di laurea che non trovassero riscontri su un mercato tradizionalista oppure che procurassero i Data Scientist necessari al futuro (prossimo) sarebbe il quesito.
Allo stesso tempo, però, generare il dato, configurarlo, ha senso solo se lo si intende scambiare: da qui l'enfasi sul pensiero collaborativo, che sarebbe anche «collettivistico».

Nella realtà, peraltro, l'individualismo dei docenti e dei discenti è molto forte così come quello dei professionisti e degli imprenditori e, di conseguenza, l'integrazione può avere luogo solo in un ambito «opportunistico».
Tra l'altro, come è noto, uno degli assunti principali del tema riguarda l'anticipazione delle scelte e delle relative criticità, ma sappiamo bene come ciò si scontri tanto con una riottosità a coinvolgere altri soggetti e altri saperi nelle diverse fasi (come testimonia eloquentemente il fallimento dell'appalto integrato) quanto con un continuo differimento e aggiornamento delle soluzioni (specie di quelle progettuali).
Lo scambio del dato, che porta, inoltre, con sé enormi problematiche relative alla tutela della proprietà intellettuale e alla protezione del dato, è, a ogni buon conto, un atto altamente relazionale che comporta una certa con-fusione dei saperi e una relativa corresponsabilizzazione sui risultati.

Il lavoro collaborativo presuppone, quindi, una disposizione a insegnare a collocare il proprio operato all'interno di un quadro più vasto, a rendersi garanti dei legami, delle interfacce del proprio pensare o agire con quello altrui nella catena di fornitura.
Si tratta di un elemento fondativo della digitalizzazione, che nessuno nega esplicitamente, ma che quasi tutti disattendono nella sostanza: come affrontare questo passaggio in una docenza rinnovata, integrata cogli operatori?
Esso, altresì, richiede che ai discenti, ma anche ai docenti, sia insegnata una cultura giuridica, quella, appunto, relativa ai contratti collaborativi e relazionali, che sovverte, ancora una volta, le strutture mentali e operative antagoniste usuali.
Le forzature che la digitalizzazione comporta meritano di essere enfatizzate in sede di formazione, anche come sollecitazione verso gli operatori, qualora questi ultimi vi siano coinvolti.
La seconda ipotesi potrebbe essere, dunque, quella di insegnare a praticare una certa commistione, nel senso di immedesimarsi in differenti visioni del mondo entro un piano organizzativo e giuridico affatto inedito.

Il dato, lo si è detto. è computazionale, causando un forte potenziale di approccio probabilistico per identificare le soluzioni ottimizzate.

Questo suo carattere, assieme alla opportunità di conoscerlo in tempo reale e in remoto, destabilizza una certa nozione di autorialità, sia perché propone un ruolo del decisore, committente, progettista, esecutore, gestore, più aperto a considerare combinatorie assai numerose, ma anche perché rende più «aleatorie» le proprie vesti e persino, in parte metaforicamente, «reversibili» le proprie scelte.
Come detto in precedenza, a meno che la digitalizzazione non si riduca a una sovrastruttura a cui si attribuisca la denominazione di «BIM», la logica digitale è essenzialmente numerica e, presuppone, quindi, un dialogo numerico, computazionale, coi risvolti probabilistici accennati.
Ritorna, pertanto, il dilemma sulla natura più o meno autentica della svolta digitale che, qualora fosse modesta e principalmente nominale, non giustificherebbe investimenti formativi intensi sulla cultura digitale.

In caso contrario...

È chiaro, infatti, che, come terza ipotesi, questa attitudine renda necessario insegnare ai discenti, ma forse, una volta di più, anche ai docenti diversi percorsi mentali, secondo una modalità che si avvicina ai giochi di ruolo piuttosto che non a una lezione frontale.
Il punto cruciale del ragionamento dovrebbe, in ogni maniera, riguardare l'identità dei soggetti, professionali e imprenditoriali, che la digitalizzazione richiede di formare: dagli ITS ai dottorati.
Se, infatti, Computazionalità, Integrazione e Aleatorietà potrebbero essere assunte come icone, la sfida principale («sradicare» le identità consolidate?) consiste nel riflettere sui processi di transizione a cui è sottoposto il «prodotto»: immobiliare o infrastrutturale.
Esso, in effetti, «interconnesso» (sensorizzato), «interattivo» (dialettico), «adattivo» (evolutivo), si fa davvero «mobile» e «dematerializzato»: ciò avviene, però, secondo declinazioni sottili e modalità non letterali (al di fuori della mobile home o dell'intelligent building).
Il punto di congiunzione tra didattica e ricerca risiede forse in ciò, nella interpretazione del cespite in relazione al «servizio»: il Settore dell'Ambiente Costruito sta diventando una Industria di Servizio?

I récit internazionali parlano, infatti, di City Provider per la (Ri)Generazione Urbana (e Territoriale: se si guarda al Nostro Paese), di soggetti, vale a dire, che «sfruttino» i saperi tradizionali (gli operatori convenzionali come semplice pedine di un eco-sistema che li eterodirige?) che potremmo immaginare come un ibrido tra ICT Company, Public Utility e altro.
In fondo, la principale intuizione del Piano Casa Italia consisteva nella messa a relazione dei sistemi informativi che, in realtà, una volta resi pienamente computazionali (anche in termini «BIM/GIS»), costituirebbero il presupposto per un sistema decisionale «semi-autonomo».
Ma Big Player come AECOM, sia pure entro le categorie riconoscibili, sono già ora difficilmente classificabili, comparendo, in effetti, in più «classifiche».

AEC.JPGÈ sufficiente, in merito, guardare alla linea di servizi i 3:
http://www.aecom.com/services/it-cybersecurity/i3-aecom/
E non si tratta, dunque, tanto di immaginare che, ad esempio, Google possa divenire uno sviluppatore immobiliare globale quanto di comprendere l'uso che WeWork fa degli architetti.

Afferma Andy Heath: « I am always looking for architects», per aggiungere «we create workspaces to create interaction and a 'home from home'...a lot is done by metrics and data».

A fronte di queste considerazioni, sta il rischio di dimenticare che l'oggetto, sul mercato domestico, del contendere sia il costruito, in cui le permanenze (il conservare) appaiono irrinunciabili, ma, come insegnava, è il caso di dirlo, il mio maestro, Edoardo Benvenuto, entro un contesto di paradossale mutevolezza.
Quest'ultimo riferimento ci dice, tuttavia, che il settore è riluttante, alcuni direbbero resiliente, che il necessario confronto cogli operatori domestici inevitabilmente implica un forte attrito nei confronti di queste esperienze di leadership sui mercati internazionali, invitando a una certa prudenza, a una cautela.
Questo genius loci, tuttavia, potrebbe fortemente, in nome di una legittima complessità del contesto locale, in cui il costruito, appunto, «complica» le cose, «banalizzare» le sfide globali, limitando l'attrattività per gli studenti stranieri: o viceversa?
In ogni caso, proporre nuove forme di ibridazione tra didattica e ricerca, all'interno di una interazione proattiva tra Accademia e Industria (qui, da intendersi, anzitutto, come Professione) significa per gli Atenei avere il coraggio di essere sfidanti, non di adeguarsi a prassi che potrebbero divenire, presto o tardi (qui sta il punto) desuete.