Restauro della chiesa Madonna del Carmelo in Ittiri (SS)

Alla fine del Cinquecento, l'impianto a Sassari della chiesa gesuitica di Gesù e Maria, oggi di Santa Caterina, traduce per la prima volta in Sardegna il linguaggio liturgico controriformistico codificato durante il Concilio di Trento (1545-1563) e ampiamente utilizzato dalla Compagnia di Gesù. L'esigenza di disporre di un edificio dotato di uno spazio unitario, nel quale l'attenzione dei fedeli si concentrasse verso l'altare maggiore, aveva portato infatti all'elaborazione di un nuovo modello ecclesiastico, per la prima volta codificato nella chiesa del Gesù a Roma (1568 circa).
La chiesa del Carmelo a Ittiri risponde perfettamente ai dettami di tale linguaggio controriformistico: schema longitudinale con navata unica voltata a botte e lunettata così come l’abside voltata e di pianta quadrangolare, con cappelle laterali poco profonde. Secondo documenti d’archivio della Curia dai quali risulta che i lavori per la costruzione della chiesa iniziarono i primi anni del 1700 e certo nel 1737 doveva già essere ultimata.
La facciata principale presenta evidenti stilemi architettonici classicistici, con la presenza di più ordini architettonici: tuscanico, ionico e corinzio rintracciabili nei capitelli, inglobando anche elementi barocchi nel mosso portale. Il timpano viene arricchito sulla sommità da una croce gemmata e agli estremi da acroteri.
Addossato al fianco sinistro della facciata principale trova posto il campanile a base quadrangolare al quale si accede dall’esterno attraverso una scala realizzata in blocchi di calcare.
Sui prospetti laterali posti a sud-est e nord-ovest sono presenti dei contrafforti realizzati in blocchi sbozzati di calcare marnoso atti a contrastare le spinte derivanti dagli archi della navata.

STATO DI FATTO
Prima degli interventi la chiesa presentava diversi fenomeni di degrado che scaturivano da cause concomitanti quali: la presenza d’acqua nelle varie forme con le quali si manifesta (umidità atmosferica, fenomeni di risalita capillare, infiltrazioni), alle quali si aggiunge l’esposizione del sito al vento freddo del quadrante nord-ovest, la rara manutenzione ordinaria ed il naturale invecchiamento del manufatto.
Questi fattori avevano provocato patologie di vario tipo: erosione superficiale degli intonaci e delle pietre, macchie, muffe, licheni, rigonfiamento e/o distacco degli intonaci, ossidazione degli elementi in ferro, alveolizzazione, dilavamento, vegetazione infestante, ecc. L’edificio presentava inoltre fenomeni di degrado statico, maggiormente visibili e preoccupati sulla facciata principale.

L’intervento di restauro proposto perseguiva un duplice intento: tutelare un manufatto storico-artistico che ha subito nel tempo interventi non sempre consoni e corretti, rendere l’edificio maggiormente fruibile e rispondente alle necessità e normative odierne.
Per attuare gli obbiettivi prefissi occorreva che la tutela e la valorizzazione del manufatto architettonico fossero in stretto rapporto tra loro, ossia che la prima non fosse estranea alle esigenze della funzione e che la seconda non fosse indifferente alle caratteristiche del manufatto.
L’istanza primaria e generale del progetto conservativo relativo alla chiesa era quella di rallentare e, se possibile, arrestare i processi di degrado in atto in modo da garantire il mantenimento del sistema di segni e significati della fabbrica, trasmettendola il quanto più possibile integra alle generazioni future.
L’orizzonte entro il quale si è cercato di inquadrare gli interventi è quello più generale di un progetto il cui vero senso sia la difesa dei “sedimenti linguistici e delle loro potenzialità”.

INTERVENTI IN PROGETTO
Il progetto prevedeva il consolidamento della facciata esposta a nord-est attraverso l’inserimento di catene in acciaio per contrastare la spinta di questi ultimi (tra la navata e le cappelle laterali) derivante dall’aumento dei carichi in copertura.
A seguito dell’esecuzione del foro di passaggio della catena sulla muratura in facciata, si è avuto modo di verificare la consistenza della muratura stessa, rilevando la mancanza di ammorsamento tra il paramento esterno (realizzato in blocchi di calcare squadrati) e lo strato interno (realizzato in pietrame scapolo di varie pezzature e dimensioni). Le spinte derivanti dall’aumento dei carichi e la mancanza appunto di collegamento tra i due strati, hanno fatto si che si creassero dei vuoti di entità consistente al loro interno. Tale situazione ha determinato l’impossibilità di esecuzione dell’intervento con il metodo cuci-scuci del paramento murario interno previsto in progetto, facendo optare per un consolidamento attraverso delle iniezioni di malta composta da leganti idraulici (priva di cemento) con cariche di elevata finezza, in grado di garantire il riempimento omogeneo dei vuoti e delle lesioni presenti all’interno della struttura muraria. A completamento dell’intervento sono state previste una serie di “cuciture” dei blocchi alla muratura consolidata attraverso un sistema di connessione mediante barre pultruse in fibra di carbonio ad aderenza migliorata, con fori di connessione inclinati orizzontalmente a 45° e inghisati con adesivo idraulico speciale idoneo alle connessioni su strutture in muratura.
Sono stati eseguiti interventi di risanamento, restauro, consolidamento e ove necessario ricomposizione di materiali lapidei, quali cornicioni, stemmi, architravi, capitelli ecc. mediante accurata pulitura degli elementi artistici e decorativi, con sistemi e metodologie che non prevedono l’ausilio di prodotti chimici, senza creare danni, modificazioni, microfratture o forti abrasioni sulle superfici. In particolare la pulitura è stata eseguita con micro sabbiatura utilizzando sabbia finissima. Sono poi state sostituite medio-piccole quantità di elementi lapidei irrecuperabili o già completamente deteriorate, con materiali identici per natura qualità e lavorazione; nei casi in cui era possibile sono state eseguite delle riadesioni utilizzando perni in fibra di carbonio con iniezioni di malta idraulica.
In particolare, il fiore posto in facciata che si presentava fortemente deteriorato e lesionato, solamente poggiato all’interno della “nicchia” che lo ospitava tanto da essere prossimo alla caduta, è stato rimosso e sostituito con altro realizzato da un artigiano; al momento della rimozione l’elemento, che apparentemente pareva monolitico, si è separato lungo la lesione in più pezzi; l’originale è stato ricomposto ed è attualmente esposto all’interno della chiesa, visibile a tutti i fedeli e visitatori.
La croce gemmata posta a coronamento del timpano a vela in facciata, si presentava anch’essa in uno stato precario, fortemente lesionata e malamente ristabilita, tenuta insieme da un profilato metallico e legata a questo con il filo di ferro; anch’essa a rischio caduta, è stata ricomposta attraverso una cucitura effettuata con barre di fibra di carbonio e con l’utilizzo di adeguata malta a base di calce; data la quantità di “pezzi” in cui si era scomposta la croce, si è ritenuto necessario un ulteriore rinforzo applicando sul lato posteriore una dima sagomata in ferro zincato.
Sulle pareti esterne è stato applicato un trattamento protettivo mediante impregnazione di sostanze consolidanti e idrofobizzanti, a base di silicato di etile in quantità legate all’effettivo grado di alterazione e solo dopo l’esecuzione di prove su superfici campione.
Sia sulle pareti esterne sia su quelle interne sono stati rimossi gli intonaci ammalorati e quelli a base cementizia. La rimozione degli intonaci a base calce è stata preceduta da una saggiatura con mazzuolo in legno o gomma per verificare eventuali parti lesionate o distaccate, tale saggiatura è stata eseguita manualmente con tutte le cautele per salvaguardare le parti sane e la sottostante muratura, con particolare attenzione ad eventuali ritrovamenti fino al vivo della muratura, escludendo spicconature a scalpello o con mezzi distruttivi. Sono stati inoltre revisionati i giunti di malta e, ove necessario, sono stati prima puliti dalla malta ammalorata e poi risarciti con malta a base di calce.
A seguito della rimozione dell’intonaco, e comunque nelle parti già esposte per mancanza dello stesso, la muratura è stata revisionata e ove necessario, il pietrame irregolare e/o i blocchi squadrati in tufo, sono stati smontati e riposizionati nei tratti dove questi risultavano smossi, cadenti o erosi a tal punto da compromettere la loro funzione statica. Prima di essere riposizionati è stata eseguita la pulitura del relativo sottofondo, scarnitura e pulitura dei giunti tra le pietre per l’eliminazione totale dei residui di malta incoerente, lavaggio a rifiuto del paramento in pietra, rabboccatura dei giunti con malta di calce idraulica, additivata con agenti antiritiro. Ove possibile sono stati recuperati gli elementi originali, in alternativa sono stati utilizzati nuovi elementi con materiali identici per natura qualità e lavorazione.
Sulle pareti interne è stato posto in opera un intonaco termico deumidificante con struttura macroalveolare, a carattere insonorizzante ed antiossidante, compreso lo strato di finitura, per uno spessore complessivo non inferiore a 3 cm., applicato a frattazzo. È stata poi eseguita una scialbatura con latte a base di grassello di calce applicata a pennello in minimo di tre mani.
Sulle pareti esterne l’intonaco prevedeva la formazione di due strati in malta di calce spenta di fossa a lunga stagionatura (5 anni), composto di arriccio e strato di finitura di granulometria fine passato a fresco, utilizzando a seconda dei casi polvere di marmo e/o di mattone, sabbia purissima di fiume e terre colorate.
Ove invece l’intonaco esistente presentava ancora caratteristiche fisico-meccaniche buone, questo è stato consolidato mediante l’applicazione in doppia mano di consolidante a base di silicato di etile, specifico con proprietà indurenti, incluse limitate e puntuali integrazioni con materiale simile all’originale.
A protezione del basamento delle edicole funerarie (oggi inesistenti) poste sul prospetto sud-est il progetto ha previsto la formazione di cocciopesto in tre strati.
Per restituire una conformazione pressoché originale all’impianto della fabbrica il progetto prevedeva la demolizione delle superfetazioni esterne, in particolare un piccolo corpo di recente realizzazione addossato alla chiesa tra il terzo e quarto contrafforte sul lato nord-ovest, che tra l’altro si trovava in evidente stato di degrado statico.
In riferimento ai problemi di umidità e infiltrazioni, si è proceduto all’abbassamento della quota del terreno circostante, sui lati nord-ovest e sud-ovest ed alla realizzazione di un drenaggio perimetrale costituito da un doppio tubo corrugato drenante con strato di tessuto non tessuto a protezione del tubo stesso, con sovrapposto materiale arido di media granulometria. Lo scavo per la posa in opera del drenaggio si è esteso lungo le pareti perimetrali nord-ovest e sud-ovest del manufatto.
Per dare maggiore visibilità alla chiesa nella sua interezza, la muratura di recinzione è stata parzialmente demolita e sostituita con recinzione in ferro. Sono stati realizzati inoltre due ingressi all’area verde circostante posti lateralmente alla chiesa uno dei quali con rampa d’accesso per disabili. La muratura a destra della facciata è stata demolita e ricostruita ridimensionandone l’altezza a favore di una maggiore visibilità del Bene oggetto di intervento. Per evitare intrusioni all’interno dell’area, la recinzione metallica è stata posizionata su tutto il perimetro laterale sinistro fino all’ingresso del cimitero. La recinzione e i due cancelli di ingresso sono realizzati in ferro lavorato, zincato a caldo e due mani di vernice oleosintetica. Per quanto riguarda gli infissi, è stato sostituito quello della sacrestia e restaurato il portone di ingresso.
In occasione della rimozione dell’intonaco degradato della volta centrale, si è messa in luce la situazione precaria dal punto di vista statico di alcuni conci del primo arco ribassato. Tali conci, in occasione di precedenti interventi di restauro, erano già stati sottoposti a rinforzo con l’inserimento di barre di ferro; il degrado che ha colpito tali barre ha fatto si che l’aumento di volume del ferro provocasse delle tensioni sui conci causandone la rottura. Tale situazione ha determinato la scelta di un intervento di “cucitura” con l’utilizzo di barre in fibra di carbonio; per maggior sicurezza, si è provveduto con una rete in fibra di carbonio a “foderare” la zona per una lunghezza di circa due metri e per l’intera larghezza dell’arco ribassato estendendo così l’intervento di consolidamento ai conci posti ai lati di quelli deteriorati.
La presenza della via IV novembre proprio a ridosso della chiesa non consente di avere un vero e proprio sagrato; si è voluto comunque dare una certa “dignità” a questo spazio, considerato che fino a prima dell’inizio dei lavori questo veniva utilizzato come passaggio carrabile. È stato demolito il pavimento in pietrini di cemento sostituendolo con una pavimentazione con lastre di trachite ittirese a fasce bicrome lavorate in superficie alla mezza punta. Sono stati inoltre rimossi e piantumati in altro sito i due alberi posti di fronte alla facciata principale in quanto il loro apparato radicale contribuiva a creare problemi sia alla staticità della facciata stessa che alla integrità della superficie pedonale.

CONCLUSIONI
L’intervento di restauro ha consentito di ridare un aspetto pressoché simile all’originale, sempre nel rispetto del bene stesso, rendendolo altresì fruibile in sicurezza e rispondente alle necessità e alle normative odierne.
Ciò che ha mosso la mano del progettista-restauratore nelle scelte progettuali è stata la volontà di tutelare e valorizzare il manufatto, senza far entrare in rotta di collisione le esigenze della funzione e della contemporaneità con i principi del restauro, anzi cercando di creare un connubio tra le due istanze.
Certo, ogni intervento di restauro è trasformazione, introduce cioè nuovi materie di per se estranei alla consistenza dell’edificio, in questo intervento si è però cercato di inserire elementi, applicare tecnologie, eseguire lavorazioni senza che questi interferissero con la fabbrica e il suo significato, i suoi segni, il suo linguaggio.
L’istanza primaria e generale di rallentare e, se possibile, arrestare i processi di degrado prefissata negli obbiettivi del progetto si ritiene sia stata raggiunta; sono state infatti risolti i problemi inerenti gli aspetti statici e rimosse le cause che comportavano l’insorgenza a catena di altri fenomeni di degrado, quali per esempio le infiltrazioni di acqua e relative formazioni di muschi e muffe. I vari interventi sono stati tutti finalizzati al mantenimento del sistema di segni e significati della fabbrica, trasmettendola il quanto più possibile integra alle generazioni future, prolungando la vita dell’opera nella sua consistenza materiale.

 

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