Sulla necessaria (e sempre più difficile) integrazione tra cultura, arte, tecniche e tecnologie

Cari amici,
quando mi avete chiesto questa opinione sugli attuali temi e problemi che incalzano la nostra disciplina, stavo proprio riflettendo (è un momento di vacanze e di verifica del percorso professionale di ciascuno di noi) sulla cultura (e, dunque, sulla necessaria formazione) di un progettista. Poiché ognuno può soprattutto parlare della propria esperienza, considero che la mia generazione, la quale è cresciuta nel terrore psicologico e fisico di una guerra assurda che noi bambini non potevamo capire e che all’improvviso ti colpiva ovunque (quanti morti fra i civili e quante città ferite a morte dai “bombardamenti a tappeto”!), sia stata, malgrado ciò, più fortunata di quella dei giovani di oggi perché alla furia distruttrice ed alla grande tragedia comune ha poi fatto seguito un’ottimistica volontà di ricostruzione ed uno spirito di comunità (quello che riemerge nei momenti più difficili) che ha portato al grande sviluppo e al “miracolo economico” degli anni Sessanta.
La formazione della mia generazione, pur nella sconcertante incertezza e relatività del quadro istituzionale di riferimento (il rapido trapasso dal fascismo alla monarchia, alla repubblica), ha conosciuto dei grandi Maestri etici, autentici giganti del pensiero e della gestione democratica dello sviluppo (culturale ed economico: le due cose non possono che procedere assieme), dei quali purtroppo i giovani di oggi hanno ormai dimenticato anche il nome (penso a Einaudi, a Bobbio, a La Pira, Dossetti e don Milani, ad Argan, a Garin e, tra i grandi artefici a Nervi, Ponti, Michelucci, Astengo, De Carlo, Quaroni e Zevi).
Oggi il principale impegno di tutti noi (che qualche pur bravo economista dimentica o tende ad ignorare) è finalizzato ad uno sviluppo consapevole (vedi il felice slogan del manifesto de ‘il Sole 24 ore’: “niente cultura, niente sviluppo”) per il miglioramento del benessere civile e sociale. Decisivo può dunque essere il contributo delle tecniche (e delle tecnologie avanzate) a dare una risposta preventiva, ad esempio, al fatale (ma prevedibile) ripetersi delle calamità “naturali” (i terremoti, gli incendi, il dissesto idrogeologico e l’inquinamento di beni comuni assoluti e prioritari come l’acqua, l’aria ed il suolo). Ma come ci apprestiamo noi oggi a svolgere il nostro compito di progettisti-condotti in tali situazioni a rischio? Siamo proprio sicuri che la nostra convenzionale (troppo datata e superficiale) formazione professionale sia in grado di dare giusta e tempestiva risposta in termini di prevenzione evitando così gli insostenibili costi economici e sociali che vediamo ogni volta sperperati dallo Stato e dagli Enti locali solo in situazioni d’emergenza continua a disastri avvenuti?

 

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