Pietre e miseria

04/10/2012 2264

Sono passati ormai più di centocinquant’anni da quando l’ingegnere irlandese Robert Mallet, a capo di una spedizione della Royal Society of London nell’interno della Basilicata e nella Campania meridionale, commissionò al fotografo francese Alphonse Bernoud una campagna di riprese fotografiche per documentare i danni prodotti da un terremoto che portò devastazione in un’ottantina di località dimenticate dall’esausto Regno Borbonico e dalla tumultuosa civiltà ottocentesca.

In quelle immagini sono cristallizzati edifici lesionati e crollati, indistinti mucchi di macerie, qualche soldato seduto su di un cumulo di polvere e pietre che fino all’arrivo delle scosse, tenuti assieme dalla gravità e da qualche preghiera, dovevano aver costituito il ricovero di uomini e bestie. Scrigni di fatica e povertà, nei quali avevano rimbombato idiomi incapaci di spiegare quel disastro.

Passarono giorni prima che i funzionari borbonici si rendessero conto della gravità dell’accaduto. Quelli del Regno d’Italia, pochi anni più tardi, annotarono qualche parola sui taccuini immacolati di uno Stato vergine, nato da un piccolo regno che non aveva mai dovuto fare i conti con i “brividi della terra” e che si era trovato a gestire i complessi problemi di ordine politico ed economico che l’unità aveva portato con sé.

Oggi sono sufficienti pochi secondi per comprendere la gravità di un evento sismico. È sufficiente connettersi al sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per individuare coordinate geografiche dell’epicentro e magnitudo. Radio e TV vengono bruciati sul tempo dalla rete e i tweet si succedono incessanti a descrivere danni a cose e persone. YouReporter mostra i filmati registrati con ogni diavoleria tecnologica di cui ci riempiamo le tasche e Youtube viene infestato da un’edera di immagini, moderni ex voto. Qualche minuto e iniziano a rincorrersi le interpretazioni più o meno fantasiose sulle cause dell’accaduto e, soprattutto, le immancabili previsioni postume.

Un’alluvione di immagini e parole che fanno dell’evento sempre e solo il primo terremoto della storia dell’umanità.

Poi, se il caso ha la bontà di far cadere le fotografie dell’evento accanto a quelle di Alphonse Bernoud e lo sguardo inciampa nelle descrizioni di Robert Mallet, ci si rende conto che i Mille hanno risalito lo stivale, le guerre hanno disgregato regimi, gli scandali avvicendato repubbliche, ma il modo di crollare dei nostri edifici e delle nostre città è sempre il medesimo.

L’era della comunicazione, con la sua indistinta ed indistinguibile massa di consumatori d’etere, già da tempo, ha preso il posto delle mute comunità di contadini ottocentesche, ma la materia che compone gran parte dei nostri centri storici, se si esclude l’illusoria patina di novità e comfort costituita da termo cappotti sempre più spessi, eleganti ceramiche e intonaci bio, è fatta di pietre e polvere. Polvere che entra nella gola e nelle narici dei soccorritori di turno.

In passato gli uomini hanno sempre dovuto porre rimedio alla povertà, economica e culturale, con altra povertà e quindi, regolarmente, dopo ogni terremoto, guerra o alluvione, il bisogno unito a un ostinato spirito di sopravvivenza, è stato il legante che ha tenuto assieme materiali ed elementi che col tempo hanno finito per mostrare ripulsa gli uni degli altri. L’industria della ricostruzione postbellica e del boom economico ha regalato agli italiani gli ondulati in cemento amianto, i tavelloni in laterizio forato e le travi “Varese”, con i quali si sono sostituiti solai lignei marci e manti sconnessi, ma i criteri costruttivi sono rimasti di tipo primitivo, per giustapposizione di elementi sopra elementi, contando su quelle due uniche forze tanto disprezzate da poeti e sognatori e tanto fondamentali per l’equilibrio: gravità e attrito. Una sorta di universale strana legge fisica, fondata su miseria e ignoranza, ha coeso sostanze che oggi la scienza, o anche solo il buon senso, non ci permetterebbero di accostare.

Lo stato dei nostri centri storici è imbarazzante sotto il profilo della sicurezza sismica e ancor più inquietante è il perpetuarsi di certe pratiche edilizie conseguenza dell’assenza pressoché totale di una cultura di prevenzione, tale da far ritenere fastidiosi obblighi di legge di uno Stato invadente i provvedimenti imposti dalle norme tecniche.

Nelle nostre vecchie abitazioni, entro solai e pareti, spesso troviamo ogni sorta di arnese e sostanza: fango, paglia, pannocchie, traversine e binari ferroviari, filo spinato, macerie di vecchi edifici scomparsi e quanto altro ancora la fantasia, le opportunità e le necessità hanno trasformato da scarto a materiali da costruzione. Testimonianze straordinarie di esistenze precarie, costrette a rigenerarsi giorno dopo giorno, ben lungi dall’intravedere un orizzonte di prevenzione.

La sicurezza delle nostre città e dei valori identitari che conservano, passano attraverso la presa di coscienza della vulnerabilità di questi delicati e complessi sistemi e soprattutto attraverso la memoria della povertà e speranze che li hanno cementati.

Oggi, la congiuntura economica è tale da non garantire una grande disponibilità di risorse per cancellare le insicurezze che ci giungono dal passato e quindi è ancora più impellente l’individuazione di criteri in grado di formare un efficace settaccio, capace di trattenere gli elementi di valore e documentare quanto si ritiene possa essere fisicamente perduto, per poi procedere all’attuazione di interventi mirati, sostenibili sotto tutti i profili.

Ben venga dunque lo “Studio propedeutico all’elaborazione di strumenti d’indirizzo per l’applicazione della normativa sismica agli insediamenti storici” redatto dal gruppo di lavoro istituito con nota del Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici n. 7547 del 6.9.2010, che, attraverso una sperimentazione sul campo, potrà fornire strumenti efficaci per salvaguardare i nostri centri urbani nei confronti degli eventi sismici. È bene però che i Comuni si impegnino sin da subito per integrare tali linee guida negli strumenti di pianificazione e che si apra un confronto su di un'ampia piattaforma culturale, non solo tra enti territoriali, urbanisti e strutturisti. È necessario l’innesco e lo sviluppo di un movimento culturale tale da coinvolgere tutte quelle discipline in grado di tradurre i messaggi che le pietre dei nostri borghi conservano.

Solo attraverso un approccio multidisciplinare, che veda lavorare fianco a fianco, amministratori pubblici, tecnici, storici e sociologi, con pari dignità, sarà possibile affrontare efficacemente il tema della sicurezza sismica delle città che abitiamo, nell’intento che le foto che ci troveremo a scattare in occasione di eventi sismici futuri siano via via sempre meno simili a quelle di Alphonse Bernoud.