L'Italia del BIM

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM, Università degli Studi di Brescia e ITC CNR 15/04/2018 1946

Sempre più spesso si leggono analisi comparate relative all'adozione del Building Information Modeling (BIM) nei diversi Paesi o, ancor peggio, appaiono improbabili graduatorie in cui l'Italia infondatamente risulta negli ultimi posti.

Nella realtà, nel Nostro Paese, così come altrove, si trovano, in ogni ambito, casi di eccellenza, o almeno avanzati, oltre che un disposto legislativo che regola gli obblighi nel campo dei contratti pubblici, come in pochi altri Stati, importanti iniziative digitali degli sviluppatori immobiliari, un corpo normativo nazionale specifico e una offerta formativa crescente, accompagnata da una vasta pubblicistica e da eventi internazionali di riferimento.

In più, nel Mondo, sono presenti molti operatori sull'argomento di alto livello di origine italica.

Ciononostante, rimane una sensazione di forte perplessità intorno allo stato evolutivo della digitalizzazione, che deriva dalla pancia profonda del mercato.

Se, infatti, è vero che quasi tutte le principali rappresentanze audite, a suo tempo, dalla commissione ministeriale che ha originato il DM 560/2017, hanno provveduto, successivamente, attivamente ad avviare iniziative informative e formative presso i propri iscritti o associati (con la parziale eccezione proprio di quelle relative alla committenza pubblica!), non pare di cogliere, presso la base una comprensione piena del fenomeno.

Tale considerazione non intende, ovviamente, attribuire specifiche responsabilità alle rappresentanze in materia, bensì sottolineare che gli umori della generalità degli operatori presenti sul mercato, al netto delle eccezioni prima menzionate, proprio nonostante gli sforzi delle entità di riferimento nazionali e locali, tendano a circoscrivere e, in parte, ancora a differire, la questione.

Che la digitalizzazione dovesse accrescere nettamente i divari, precedentemente esistenti, tra i soggetti più avanzati e gli altri competitori era iscritto nel destino, ma è palese che vi sia una difficoltà a entrare in corpore vili.

Al di là dei rapporti sulla diffusione della modellazione e della gestione informativa (da quello di OICE a quello di BIM Portale e a quello di Anafyo, per citarne solo alcuni), che restituiscono, secondo criteri non sempre omogenei tra loro, una rappresentazione quantitativa del fenomeno, sarebbe interessante, peraltro, effettuare anche una analisi qualitativa sui racconti che vengono proposti nelle manifestazioni e nei corsi che ormai si tengono ovunque con frequenza elevata.

Al momento, dunque, possiamo affermare che su molti aspetti si possano trovare, nei segmenti alti di gamma del mercato, anche nelle nicchie dimensionali inferiori, casi esemplari, ancorché forse parziali, che possano, vale a dire, letteralmente fungere da esempio: non necessariamente alla grande scala e per interventi complessi, lo si riafferma.

L'impressione è che, tuttavia, queste esemplificazioni, accessibili spesso anche in remoto, ma aventi luogo principalmente nei luoghi di maggiore importanza per il mercato, non inneschino grandi processi emulativi presso gli altri attori, benché consolidino un certo consenso su alcuni aspetti.

Che cosa, pertanto, davvero giunge alla maggior parte degli operatori, soprattutto di quelli micro e piccoli, disseminati nell'Italia profonda, al di là di una familiarità con l'acronimo BIM?

Occorre ricordare, anzitutto, per provare a rispondere a questo quesito, che, da un lato, il plot narrativo sotteso alla digitalizzazione e al BIM insisteva per la determinazione di ritorni e di esiti a breve termine, mentre ciò risulta essere più credibile e medio e a lungo termine, sennonché proprio il medio e il lungo periodo sono scomparsi dall'orizzonte degli operatori a causa della grande crisi recessiva dell'ultimo decennio.

Questo fattore ha, al contempo, rivelato come la crisi, strutturale (e selettiva: nei fatti), abbia funto, però, da alibi sulle visioni trasformative per un settore storicamente riluttante, come dimostra l'espressione un tempo in voga di «tradizionale evoluto».

Si noti che, nel Regno Unito, l'affermazione, all'interno della strategia governativa, del BIM è avvenuta grazie a una fase recessiva del mercato, mentre attualmente, in un ciclo espansivo, gli operatori appaiono più restii a proseguire su questa strada, anche in virtù di evidenze relative ai benefici non sempre dimostrabili, con l'aggravante di una certa latitanza, anche a quelle latitudini, delle amministrazioni locali.

Di fatto, in una sorta di circolarità logica, alcuni frutti dell'approccio tardano a maturare in quanto la sua diffusione non è ancora sufficientemente estesa e, al contempo, questa condizione impedisce che si possa agevolmente riscontrarne i vantaggi.

In Germania, del resto, nonostante un grande fermento a livello sia federale sia statale, la stessa tendenza positiva del mercato induce, al di là di una adesione formale, molti soggetti a differire l'implementazione delle procedure digitali: PWC sostiene, ad esempio, che meno del 10% delle imprese di costruzioni siano già all'opera in questo senso.

In Italia, invece, la recessione, pur determinando processi selettivi tra le organizzazioni e pur generando una profonda trasformazione del mercato, non ha spinto gli attori a introdurre seriamente, in maniera autonoma, innovazioni significative, per quanto incrementali, sotto il profilo della digitalizzazione.

In buona sostanza, nell'operatività comune il BIM è espressione ormai ripetuta con insistenza, ma la pratica si traduce, al massimo, nella frequenza sporadica a corsi sugli strumenti, senza che si assista a una reale comprensione della portata del fenomeno.

Per quanto le organizzazioni più avanzate e i neo-laureati (magari anche i neo-diplomati) esprimano un notevole interesse, il paesaggio dell'Italia Profonda si manifesta piuttosto silente, non emergono profili di discontinuità evidente.

A prescindere dalle lamentazioni sugli oneri da sostenere per acquisire gli strumenti (esistono, tuttavia, alcune agevolazioni per le amministrazioni pubbliche, oltre che per i professionisti, come nel caso di Inarcassa), la percezione è che non si sia ben compreso che farsene di quei dispositivi.

Manca, in effetti, un contesto di riferimento in cui gli attori possano ritrovarsi nella quotidianità: a questo proposito, non banale è il tentativo operato in Francia colla piattaforma denominata KROQI, messa a punto dal Centre Scientifique et Technique du Bâtiment nell'ambito del Plan Transition Numérique dans le Bâtiment, che, appunto, mira alle attività elementari dell'operatore medio.

È importante notare una sua prima applicazione a livello di quartiere, di scala urbana, in cui l'Établissement Public d'Aménagement Paris-Saclay ha sottoscritto con il Secrétaire d’État à la Cohésion des Territoires, Julien Denormandie, il manifesto intitolato Objectif BIM 2022.

D'altra parte, la Domanda Pubblica, a cui l'azione governativa demanda un ruolo cruciale, si palesa, specie a livello degli enti locali, tanto più in assenza della attesa riqualificazione delle stazioni appaltanti e delle amministrazioni concedenti, Domanda assai impreparata a guidare la trasformazione digitale, a partire dall'adozione del Codice dell'Amministrazione Digitale.

È chiaro, in effetti, che alcuni sforzi, abbastanza sporadici, ma significativi, compiuti da amministrazioni centrali o da amministrazioni regionali e provinciali (autonome) non possono supplire alla ancor più rarefatta presenza delle amministrazioni locali: comunali, in primissimo luogo.

In ogni caso, anche nelle occasioni in cui ciò sia avvenuto, la lettura che si può fare degli sforzi sinora compiuti negli anni scorsi, in attesa del DM, indica come l'elemento differenziante sia stato costituito da una certa formalizzazione dei rapporti negoziali, a suon di EIR e di BEP, o di capitolati informativi e di piani di gestione informativa.

In realtà, tutto questo appare molto spesso come una traduzione digitale di prassi analogiche: si formulano richieste utili e corrette, senza dubbio, senza le quali il ricorso agli strumenti sarebbe caotico (non solo il limite dimensionale dei file), ma si tratterebbe di rendere i requisiti della committenza ben più analitici e computazionali, in luogo di esprimere semplicemente finalità della modellazione e livelli di progressione.

Quante di queste committenze pubbliche saprebbero, in effetti, esplicitare il proprio ruolo «progettuale»? Quale profonda consapevolezza vi è in esse del ciclo di vita delle opere? Come l'adozione del BIM ha innescato in esse ripercussioni in materia di digitalizzazione dei processi, come il DM intende sotto la titolazione «atto organizzativo»?

L'impressione, si affermava, è che il BIM, o più precisamente la digitalizzazione, al livello diffuso, sia entrato a far parte di diritto di quell'elenco di parole chiave da ripetersi ossessivamente, d'ufficio, nelle dichiarazioni di intenti e nei disciplinari di gara, senza che i suoi portati autentici siano mai considerati.

A eccezione di alcuni committenti, come detto, quantunque sia disponibile anche un riferimento specificamente dedicato da parte della Commissione Europea, tradotto in italiano, la fotografia delle amministrazioni pubbliche nazionali non appare particolarmente incoraggiante, né si può immaginarne un risveglio immediato in mancanza di azioni sistematiche.

Certo, tra dieci o quindici anni, il ricambio generazionale nelle amministrazioni pubbliche, oggi poco attrattive per i giovani tecnici, e la diffusione di forme contrattuali collaborative, attualmente sconosciute, potrebbero fare sì che tutte le tematiche legate alla digitalizzazione, a partire dalla capacità di strutturare i dati, siano pienamente acquisite.

Alla stessa stregua, le evoluzioni strutturali del mercato potranno avere ormai assoluta esplicitazione, cosicché il disorientamento e l'inerzia degli operatori non siano che remoti ricordi.

Attualmente, tuttavia, a meno di non ipotizzare che sia la semi-automazione della gestione dei titoli abilitativi nell'edilizia privata a costringere il popolo degli operatori a ricorrere al BIM in maniera capillare, le tappe evolutive della transizione digitale paiono risolversi, appunto, nella moltiplicazione di capitolati informativi e di piani di gestione informativa, oltre che di una certa manualità strumentale.

Naturalmente, se solo si ritornasse a pochi anni fa, quando isolati cultori si occupavano di Computational Design e di Information Modeling, il cambiamento che si può avvertire è considerevole, ma allorché molti aspetti legati alla digitalizzazione, ben oltre il BIM, si stagliano, una diversa cultura digitale del dato sarebbe urgentemente richiesta.

Allo stesso tempo, però, grandi sfide epocali inerenti alla identità degli attori, alle loro responsabilità, ma anche alla natura dei prodotti, non sembrano godere di una grande percezione.

Al contrario, la sensazione è che si desideri, scrutando gli umori dell'operatore medio, costruire una sovrastruttura digitale che generi capitolati informativi, piani di gestione informativa, modelli informativi, senza addentrarsi nella rivisitazione strutturale di un mercato che, peraltro, è probabilmente già mutato, entrando nel Settimo Ciclo Edilizio proposto dal CRESME.

È evidente che sia ora necessario guardare maggiormente all'ambiente di condivisione dei dati, a una maggiore prossimità tra gli applicativi e a una migliore continuità dei flussi informativi, altrimenti l'applicazione «sovrastrutturale» del BIM non diverrà mai fattore «infrastrutturale» della trasformazione digitale.

Gli interventi sul tema che provengono dal mondo delle rappresentanze degli enti locali, non particolarmente attive nel dibattito che ha accompagnato la stesura del DM, e sino a ora sostanzialmente silenti, appaiono, in effetti, piuttosto ambigui, oscillando tra una critica all'approccio «verticistico» della legislazione cogente e della normativa volontaria e una rivendicazione degli immancabili incentivi, senza contare le obiezioni, contraddittorie tra di esse, che si addensano sui contenuti del decreto ministeriale senza che di esso si sia data una lettura accorta né che di esso si sia analizzata la relazione di accompagnamento.

Al contempo, però, è palese che senza una ulteriore strategia sistemica, senza una vera politica industriale, la Road Map tracciata dal DM, oltre che rischiare proroghe, potrebbe concludersi in uno stallo, a fronte di una evoluzione digitale di cui, presto o tardi, il BIM diverrà un remoto, seppur indispensabile, presupposto.