Il Grande Ritorno della Questione Industriale in Edilizia (Parte Terza)

Il Grande Ritorno della Questione Industriale in Edilizia (Parte Terza)

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM, Università degli Studi di Brescia e ITC CNR 04/06/2018 1633

Una recente rassegna, condotta da Denise Chevin, relativamente alla rinnovata popolarità ritrovata dall’Off Site nel Regno Unito e, più generalmente, nel mondo anglosassone, ci permette di concludere la riflessione sul tema della Cultura Industriale nel Settore delle Costruzioni (e, più specificatamente, nell’Edilizia) relativamente al continuo e ossessivo riferimento alla Modernità e alla Modernizzazione: dai Modern Methods of Construction al Modernize or Die.

Se, infatti, come cercato di fare in precedenza, si guarda alla Manifattura, oltre che ad altri settori economici, cercando di cogliere l’essenza della Quarta Rivoluzione Industriale, da trasporre nel contesto produttivo specifico, ci si rende facilmente conto che difficilmente essa si rintraccerà negli aspetti esteriori, pur rilevanti anche nella Costruzione.

I suoi tratti, in effetti, dimoreranno altrove, come si è cercato precedentemente di cogliere, nelle prime parti della riflessione, principalmente, nelle combinatorie computazionali e nelle potenzialità relazionali.

A partire da una nozione di «modularità» tutta da verificare nel racconto della serialità della Mass Production che diviene unicità nella Mass Customization (ma i sistemi versatili di produzione risalgono, in realtà, agli Anni a Ottanta), non vi ha dubbio che, per quanto concerne gli interventi sul costruito, oggi maggioritari nel mercato domestico, in attesa della affermazione dell’Edilizia di Sostituzione, la Prefabbricazione, probabilmente di unità elementari piuttosto che non di componenti stratificati (o viceversa?), è chiamata, grazie al cosiddetto Digital Survey, a instaurare un rapporto immediato, in tempo reale, appunto, tra il costruito e il costruibile, l’addizionabile, realizzato digitalmente magari, quindi, proprio per addizione.
Si ritrova, quindi, una relazione, forse inedita, tra l’unicità di ciò che pre-esiste, per quanto, in origine banale e ripetitivo (divenuto, però, nel tempo originale), e la singolarità di quello che con esso si aggiunge, mettendosi in relazione, a sistema.

Non è un caso, del resto, che la narrazione, proposta, più e meglio di altri, da Bryden Wood, veda al centro la «piattaforma», ciò che si potrebbe altrimenti definire come «configuratore», vale a dire un dispositivo che colleghi il rilievo aggiornato e puntuale del cespite edificato con le logiche combinatorie di assemblaggio di un repertorio di entità che potenzialmente costituiscano un sistema costruttivo: la vera intelligenza della Nuova Industrializzazione Edilizia, oggetto del SAIE.

Naturalmente, tali razionalità sono fondate sulla capacità computazionale del dispositivo, digitale, che dipende, da un lato, dalle regole (di calcolo), dai «modelli» prestabiliti e, dall’altro, dalla sua abilità di auto-apprendimento sulla scorta dei dati e dei casi progressivamente ospitati e immagazzinati: una complessa compresenza di schemi interpretativi e previsioni esperienziali.

Si tratta di una soluzione ambigua, o meglio ibrida, nel senso che si rappresenta tanto come un meccanismo ideativo, dotato di progettualità (col tempo destinata forse a essere parzialmente «automatizzata»), quanto come un Marketplace, di scambi informativi e di transazioni commerciali, sempre più governate da algoritmi raccomandativi?

A questo proposito, guardando anche alla Piattaforma Digitale KOQRI del governo francese e a quella prossima della Commissione Europea, qualche pensiero sarebbe da avanzare...

Quali possono essere, però, gli elementi innovativi, o almeno inediti, di uno schema che, in realtà, risale agli Anni Cinquanta e che, in questa veste, assumerebbe solo una esteriorità digitale, a fronte di una sua natura davvero intimamente analogica?

Per prima cosa, se si rimane nell’ambito del comparto per come esso è sempre stato, un primo elemento starebbe nella sensorizzazione dei componenti, che rivelano tempestivamente e continuamente i propri livelli prestazionali nel Ciclo di Vita, ponendosi, così facendo, come veicoli, come strumenti del «servizio» offerto attraverso di essi, con tutte le possibili ricadute sulle responsabilità professionali e sulla alienabilità o meno del prodotto stesso.
In secondo luogo, il tentativo palese dei «Prefabbricatori» è quello di accorciare la catena di fornitura e, al contempo, di ridurre l’intensità di lavoro in cantiere (che molti di per se stesso si immaginano già robotizzato e automatizzato), trasferendolo alla fabbrica e ivi riducendola.

Chiaramente, questa revisione, che, peraltro, si pretende essere di carattere «collaborativo», pone in discussione il ruolo del Costruttore nei confronti del Produttore.
Sia nel Regno Unito sia negli Stati Uniti si rinvengono tanto casi di alleanze tra i due soggetti quanto situazioni di apparizione di soggetti terzi (tra cui, per certi versi, legati anche alla Smart Home, Google Amazon Facebook Apple Microsoft).

È, però, il terzo fattore, inerente al Ciclo delle Vite, che, già in qualche modo adombrato da Bryden Wood, ma mai del tutto veramente esplicitato (è il leitmotiv della Summer School organizzata dall’Università degli Studi di Brescia), permetterebbe di intuire un punto di svolta, per parafrasare Konrad Wachsmann.
A questo proposito, il «configuratore» terrebbe assieme le simulazioni digitali (non solo BIM!) del comportamento/funzionamento dei cespiti, ma anche quelle che riguardano i flussi e le interazioni che inseriscono agli occupanti e agli utenti.

Occuparsi di rapporti tra l’Uomo e la Macchina, progettare i Comportamenti: sono espressioni che possono apparire provocatorie, persino blasfeme, ma che giungono al cuore di ciò che chiamiamo «4.0».

Strutturare digitalmente i dati che si riferiscono ai beni immobiliari, col Building Information Modeling e col Building Management System, alimentarli attraverso i cespiti connessi, stabilire i dialoghi gestuali o vocali tra contenuti e contenitori, geo-spazialmente tracciabili, tutto questo  incide profondamente sulla distinzione, ormai resasi precaria, tra Prodotto e Servizio, tra Facility Management e Core Business, tra Maintenance e Operations.
Probabilmente, l’Industria dell’Ambiente Costruito e la relativa Rigenerazione Urbana non si avvereranno sino a che non si ri-tracceranno i labili confini tra categorie consolidate e categorie inaudite.
In caso contrario, la pretesa di riconfigurare il Settore agendo esclusivamente sugli operatori tradizionali e sulle loro logiche rischia di rivelarsi piuttosto velleitaria.

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La sensazione è che la minaccia della scomparsa rivolta agli «antichi», ai «passatisti», in nome della contemporaneità e dell’avvenire, che, tuttavia, sanno tanto di déjà vu, assurga a spauracchio a cui un rinnovato «tradizionale evoluto» possa opporsi con efficacia, ancora una volta.
Sarebbe, invece, il caso di andare oltre: servirebbe una Accademia che si ponesse, anche in assenza di una politica industriale esplicita, come agente facilitatore tra vecchi e nuovi protagonisti del mercato.