Il BIM visto dall’università, tra nuove sfide e nuovi modelli di collaborazione

Il sopravvento del digitale non ci dà tregua, né vie di scampo. Non lo dico in tono apocalittico, ma in maniera quasi scontata. Sarebbe inutile, nonché anacronistico, opporre resistenza a un cambiamento radicale che investe la maggior parte dei settori produttivi, degli ambiti lavorativi e di quelli legati alla formazione e alla ricerca. Un cambiamento radicale rispetto al quale abbiamo due certezze. La prima è che la digitalizzazione sia tanto veloce quanto pervasiva e dirompente; la seconda che non si limiti ad una “semplice” evoluzione tecnologica, ma a un mutamento di pensiero.

Quando parliamo di digitale non ci riferiamo infatti alle scelte per il futuro, ma alle sfide del presente. Parliamo di una rivoluzione che è già in atto, che attraversa, in maniera trasversale, i diversi ambiti della società civile, che trasforma gradualmente il nostro approccio culturale.

In questo contesto si inserisce il BIM, che ancora prima che un cambiamento di natura tecnica, rappresenta una trasformazione nel modo di concepire la progettazione, di interpretarela natura e la funzione delle grandi infrastrutture sulle quali poggia il Paese. In un’ipotetica ricetta, potremmo dire che il BIM è composto da un 10% di tecnologia e da un 90% di processi, dove elementi imprescindibili di questo passaggio sono rappresentati da un lato dallo sviluppo del capitale umano e dall’altro dalla capacità di operare secondo una logica multidisciplinare e collaborativa.

I grandi progetti infrastrutturali sono forse l’esempio più chiaro di quanto complessa sia oggi la progettazione. Di quanto sia importante che questi progetti abbiano successo per garantire opportunità di crescita e di sviluppo allargate, che non riguardano solamente i settori dell’edilizia e dei trasporti, ma tutti i comparti ad essi collegati. Di quanto sia cruciale, per la loro buona riuscita, un confronto franco e una collaborazione attiva tra ricerca e impresa.
Detto questo, la partecipazione congiunta a grandi progetti di innovazione non è più un’esortazione morale, ma una precisa indicazione tecnica e metodologica.

Lo sviluppo delle varie tecniche di progettazione è stato per decenni uno dei campi in cui le discipline ingegneristiche e architettoniche sono venute rinnovandosi, adottando via via le opportunità che la digitalizzazione ha offerto loro, prima nell’industria meccanica, più recentemente nel disegno, nella gestione delle strutture e del territorio, nell’edilizia. Il Politecnico di Milano ha svolto un ruolo importante nel preparare la transizione al digitale del settore delle costruzioni in Italia. Già nel 2004 presso il Politecnico, per iniziativa soprattutto di Pietro Natale Maggi, fu fondato il Capitolo Italiano della International Alliance for Interoperability. Pochi anni dopo, fu lanciato il progetto InnovANCE, guidato sostanzialmente dall’Associazione Nazionale dei Costruttori, con un ampio consorzio nel quale i nostri gruppi di ricerca hanno avuto un ruolo centrale, così come nel tavolo di lavoro che presso l’UNI sta scrivendo la norma UNI 11337 sulla digitalizzazione. Ultimamente, il Politecnico di Milano è stato rappresentato nella Commissione ministeriale che ha preparato il DM 560/2017, che in attuazione del Codice degli Appalti stabilisce i tempi e le modalità con cui nel giro di pochi anni la modellazione digitale informativa diverrà obbligatoria praticamente in tutti gli appalti di lavori pubblici. E questi non sono che i punti salienti in un lavoro corale di ricerca applicata, svolta a livello internazionale ma anche in stretta collaborazione con tanti altri soggetti nazionali, comprese diverse autonomie locali e funzionali che hanno inteso sperimentare il BIM per progetti, appalti e gestione delle proprietà immobiliari.

Del prodotto di questa ricerca è già stato avviato il trasferimento alla didattica, nei corsi per ingegneri edili e architetti e nei corsi dottorali. Di più, il Politecnico di Milano ha ormai avviato la transizione al digitale delle proprie pratiche di facility management e di progettazione e appalto di lavori, anche attraverso un programma di formazione del personale addetto.

Siamo certamente orgogliosi dei risultati raggiunti, ma non del tutto soddisfatti. Abbiamo ancora molte scommesse da vincere e non possiamo certamente farlo da soli. Tra le grandi sfide ci sono il rinnovamento dell’infrastruttura informatica, la semplificazione burocratica, l’aumento di investimenti capaci di trasformarsi in veri e propri cantieri digitali, la riduzione dei tempi di realizzazione delle opere. Servono azioni strategiche che vadano nella direzione di nuovi modelli collaborativi, di una volontà politica che intende mettere a fattor comune le eccellenze in ambiti che non possiamo più considerare come perimetri separati. Serve cioè un nuovo approccio organizzato. Siamo oggi ai blocchi di partenza e abbiamo di fronte prospettive e opportunità che possiamo cogliere solo abbandonando un approccio verticale che distingue chi si occupa del palazzo da chi si occupa dell’impianto, chi della gestione energetica e chi degli spazi. Al contrario, la nostra richiesta va nella direzione di un criterio di interoperabilità tra tutti gli operatori del settore.

Pensiamo che il Politecnico di Milano, secondo il QS Ranking by Subject 2018 tra le prime 20 università al mondo (17° nell’Ingegneria, 9° nell’Architettura, 5° nel Design), sia un interlocutore credibile per garantire riposte concrete alle esigenze di innovazione del Paese. Siamo pronti a fare da perno all’interno di questo meccanismo, mettendo a disposizione le competenze e le conoscenze dei nostri Dipartimenti e dei nostri duemila ricercatori. Il Politecnico si candida ad essere un facilitatore e un interprete del cambiamento. Il Politecnico si candida ad essere motore dell’innovazione.


Questo articolo è stato tratto da "Innovare per progettare il futuro. Primo Libro Bianco sul Building Information Modeling" pubblicato da Italferr nel mese di giugno 2018.

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