La riforma di INARCASSA secondo INARSIND

È dello scorso 19.11.2012 l’approvazione da parte dei Ministeri Vigilanti della Riforma Previdenziale di Inarcassa, nata dalle richieste della riforma pensionistica Monti-Fornero di cui al decreto 201/2011 e successiva legge 214/2011 in cui si chiedeva di dimostrare la sostenibilità a 50 anni (anziché a 30 com’era in precedenza), senza l’introduzione nel calcolo del valore del patrimonio.
Su queste premesse molte erano state le discussioni in particolare nate dalla differenza di previsione pensionistica tra una vita lavorativa completamente “retributiva” e completamente “contributiva”, evidentemente molto sbilanciate negli importi a favore dei primi, a parità di reddito.
Partendo da due premesse necessarie: la correttezza di una richiesta di sostenibilità, che in sé non è vessazione del contribuente ma garanzia del suo avvenire, e la relativa assurdità di una previsione a 50 anni, non per la lunghezza del lasso di tempo ma per la velocità con cui stanno mutando modalità lavorative, numero e reddito della popolazione dei liberi professionisti ingegneri ed architetti, la riforma fatta da Inarcassa non può che considerarsi una corretta risposta a quanto richiesto dalla normativa.
Possiamo sicuramente asserire che le prestazioni pensionistiche del futuro saranno inferiori a quelle odierne ed a quelle del passato che, a causa di aliquote contributive troppo basse, si ripercuotono sulle generazioni a venire.
Inarcassa introduce, oltre al contributo soggettivo, che resta bagaglio del singolo contribuente, una porzione dell’integrativo che viene retrocesso a bagaglio pensionistico personale in funzione degli anni di anzianità, consentendo un vantaggio minore a chi può usufruire di una maggior porzione di anni calcolati col metodo retributivo che paga di più.
Inoltre è definita (unica tra le casse private) la pensione minima che esula dal concetto di “contributivo” ma che invece si è voluta mantenere (a 10.324 euro) e, in favore dei neoiscritti, si è inserita la possibilità di continuare a versare, come ora, i contributi al 50% per i primi tre anni e sotto i 35 anni, sapendo però che questo finirebbe per essere un’agevolazione momentanea ma per pesare in termini di pensione futura, Inarcassa si impegna a coprire il contributo come versato per intero se l’iscritto resterà tale per almeno 25 anni.
Sono questi gli elementi inseriti come variazioni sul sistema “contributivo puro” cercando di estrapolare ciò che comunque è possibile fare in termini di supporto pur garantendo la sostenibilità richiesta.
Un punto sicuramente interessante della riforma è l’introduzione della possibilità di una contribuzione aggiuntiva volontaria fino ad un massimo dell’8,5%, portando quindi il contributo soggettivo al 23% massimo; ciò consente sicuramente di accantonare una riserva pensionistica più decorosa e di gestire questa percentuale variabile in base alle singole e momentanee esigenze; resta pur vero che a fronte di redditi modesti è difficile che il contribuente decida di versare volontariamente maggiori contributi.
La rivalutazione dei contributi viene definita da Inarcassa pari alla variazione media quinquennale del monte redditi professionale degli iscritti a Inarcassa, con un minimo garantito dell’1,5%; una volta scartata dai Ministeri la prima proposta di rivalutare in base alla resa del patrimonio di Inarcassa (che non pareva affatto insensata) l’introduzione di un’aliquota minima e l’incremento del tasso di una ulteriore quota parte della media quinquennale del rendimento del patrimonio di Inarcassa, valutabile con cadenza biennale deliberabile dal CND su proposta del CDA, appare comunque un buon punto, si vede però che ancora una volta ritornano al centro “i redditi” quindi una riforma rigorosa che vuole garantire la collettività finisce per obbligare i professionisti (se non saremo stolti o come spesso accade troppo deboli) ad aumentare le parcelle a discapito di quella stessa collettività…
Ciò che è chiaro nell’ambito di un sistema come questo è che diventano fondamentali due fattori: la conoscenza del sistema per poter valutare i propri accantonamenti nel corso della vita lavorativa, soprattutto all’inizio della stessa (quando per definizione non ce ne occupiamo per nulla), e l’andamento dei redditi professionali che diventano parametro assolutamente fondamentale per garantire oltre alla sussistenza odierna anche quella futura.
Le leve su cui agire per rendere sostenibile un sistema previdenziale non sono molte: tasso di contribuzione, età di pensionamento, importo delle pensioni erogate; non potendo agire sul primo, già ritenuto da molti pesante, né appesantire ulteriormente il secondo (è previsto un incremento a 66 anni anziché 65 in 4 anni) data anche la tipologia di professione, che non è esattamente e sempre “da tavolino”, si è optato per un equilibrio matematico che porta inevitabilmente il tasso di sostituzione delle pensioni ad attestarsi su percentuali inferiori rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi; al restante patrimonio di Inarcassa (e quindi nostro di ingegneri ed architetti liberi professionisti) ed alle capacità di professionisti ed associazioni di rappresentanza spetta ora il compito di far sì che si tratti di una percentuale di un importo congruo che garantisca il professionista in attività ed in quiescenza, Inarsind per questo intende spendersi, ritenendo che non di assistenza debba vivere la professione ma di riconoscimento del proprio ruolo e valore e di possibilità di sviluppo.