Caro Ministro Toninelli, sono molto preoccupato

Il discorso del ministro Toninelli sulle infrastrutture italianeCaro Ministro, quando le fu inaspettatamente (per noi) affidato questo incarico le scrissi una lettera aperta che ebbe tanto clamore, al punto da essere richiamata da alcuni quotidiani (vai alla lettera).

Sono passati una novantina di giorni e devo evidenziarle che sono ancora molto preoccupato.

Ma questa volta non per i suoi titoli o esperienze, ma per la pentola che finalmente un Ministro del MIT ha scoperchiato. Una pentola che qualcuno ora dovrà spiegarci perché è stata fino ad oggi coperta e ben chiusa, e che oggi finalmente aperta ci appare come quella che nella nostra fantasia riceve la coda dell’arcobaleno: piena d’oro.

Ma di oro non per lo Stato e per i cittadini ma per una serie di imprenditori, fondi di investimento, società spesso straniere che di questi accordi con lo Stato si sono avvantaggiate in modo davvero indecoroso. E mentre il nostro debito pubblico cresceva, le nostre infrastrutture diventavano sempre più vecchie, i nostri pedaggi sempre più cari, qualcuno diventava sempre più ricco. E grazie ai dati che stanno emergendo scopriamo purtroppo che al crescere dei pedaggi aumentavano i margini e diminuivano gli investimenti in manutenzione.

Scoperchiato la pentola ora verrà evidenziato come non solo le infrastrutture autostradali ma anche, e forse di più, anche le altre infrastrutture hanno problemi di manutenzione e già arrivano segnali di rapporti sullo stato dei ponti, autostradali o meno, davvero preoccupanti.

Ci chiediamo quindi che paese ci abbiano lasciato in eredità questi professionisti della politica che trattavano con l’Europa non per salvaguardare i nostri interessi ma la proroga degli interessi di pochi signori, che hanno tenuto nei cassetti norme riguardanti la sicurezza sismica che se pubblicate prima avrebbero sicuramente dato un contributo alla sicurezza del paese, che hanno nominato ai vertici degli organi di controllo amici, amiche senza alcuna competenza a dispetto dei concorsi che sarebbero dovuti essere obbligatori per legge (vedi speciale dell’Espresso), e che si sono preoccupati di tagliare i nastri senza pensare agli oneri di manutenzione che quei nastri avrebbero portato.

Siamo molto preoccupati quindi ministro non per il fatto che lei non sia un ingegnere ma per quello che i suoi predecessori le hanno lasciato in eredità e non posso non segnalarle l’apprezzamento per aver scelto di rendere visibili questi documenti e non solo quelli delle concessioni autostradali. Siamo un paese in cui la rendita di posizione è purtroppo l’unico parametro che regola la posizione sociale del cittadino, a tutti i livelli, da chi ha un curriculum fatto solo di presidenze pubbliche o para pubbliche grazie al cognome che porta o a quello della moglie, da chi ha “ereditato” il titolo di notaio dal padre, da chi ha da anni un bagno al mare e in cambio di pochi spiccioli di concessione e una verniciata alla cabine riesce a svolgere un servizio in cui neppure le ricevute fiscali sono obbligatorie.

Questo è il nostro Paese, che va male perché agli occhi di tutti si spendono genericamente troppi soldi, ma poi non si sa mai dove.

Questo segnale, Ministro Toninelli è un ottimo segnale, così come il testo del suo recente discorso alla Camera che ci pregiamo di ripubblicare. La strada imboccata è quella giusta. Attenzione ora però a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Autostrade come gli altri concessionari hanno fior di tecnici che non si può né dimenticare ne sostituire facilmente, e la qualità delle nostre autostrade è sicuramente meglio di quella dei nostri vicini teutonici, per non parlare della differenza con alcune strade a gestione statale, vedi E45 tra CESENA e Orte, che ognuno di noi si augura di non dovere mai fare.
In bocca al lupo Ministro quindi a lei e a noi, perché l’eredità che stiamo incassando è, e sarà, purtroppo fonte di tante spiacevolissime sorprese.

Il discorso del ministro Toninelli alla Camera

Illustre Presidente, colleghi,

il mio primo pensiero va alle vittime, alle famiglie che purtroppo piangono i propri cari, ai feriti che soffrono, agli eroi che dal primo istante hanno profuso tutto il loro impegno scavando tra le macerie e sono tutt’ora impegnati per far fronte alle conseguenze del grave e assurdo disastro che il 14 agosto ha profondamento ferito la città di Genova.
Il Governo sarà sempre al fianco di queste famiglie. Proprio a loro, ai morti e ai loro parenti, ai feriti, ai tantissimi che sono momentaneamente sfollati, e a una città lacerata e spezzata in due, dobbiamo il nostro impegno a non arretrare di un millimetro.
E’ inaccettabile una tragedia come questa che poteva e doveva essere evitata.
Questo è il momento della solidarietà e della coesione, nel quale tutti abbiamo il dovere di stringerci intorno a Genova con un unico obiettivo: restituirle il più presto possibile la quotidianità perduta, fare chiarezza sulle cause del crollo del ponte Morandi e individuare le responsabilità di questa tragedia, dando piena fiducia e sostegno al complesso lavoro della Magistratura.
E’ dunque necessario un grande sforzo di unità di tutte le forze politiche, senza distinzione di appartenenza, del Governo centrale, della Regione Liguria, del Comune di Genova e degli altri soggetti pubblici e privati in qualunque modo gravati da compiti e responsabilità in questa immane tragedia, così come fin dalle prime ore dell’emergenza hanno già dato prova di saper fare Protezione civile, Vigili del fuoco, Forze dell’ordine e semplici volontari.
Il crollo di Genova non è dovuto a una tragica casualità. Ma è un evento che conferma drammaticamente quello che questo Governo e questo Ministero hanno sostenuto fin dal loro insediamento. Nelle linee programmatiche lo scrivemmo chiaramente: la prima vera grande opera di cui ha bisogno questo Paese è un imponente e organico piano di manutenzione ordinaria e straordinaria del nostro territorio e delle nostre infrastrutture esistenti.
Bisogna smettere di inseguire le emergenze e bisogna ricominciare a programmare gli interventi per evitare che eventi di questo genere vengano a determinarsi. Stiamo parlando di interventi pianificati e continui, un’azione che magari non ha grande visibilità, non accende dibattiti e non porta voti, come invece succede con cattedrali nel deserto tipo il Ponte sullo Stretto. Ma che aiuta gli italiani a vivere meglio, a viaggiare in comodità e soprattutto in sicurezza. Un’azione che, al tempo stesso, risolleva l’economia, genera tanti posti di lavoro e rende il Paese più competitivo. E questo è l’obiettivo principale del mio mandato.
La convenzione di concessione con Autostrade per l’Italia è stata sottoscritta in data 4 agosto 1997 e ha fissato la scadenza della concessione al 31 dicembre 2038. Poi ci sono state le successive integrazioni sulle quali andiamo in dettaglio più avanti. Ma l’anno della grande privatizzazione è il 1999. Con il governo D’Alema inizia l’immenso business dell’asfalto per i privati. I giornali dell’epoca parlarono di “volata in solitaria di Benetton” per prendersi il 30% di Autostrade dall’Iri. Il grande banchetto – tutto secondo le regole, precisiamolo – poteva avere inizio.
Stiamo infatti parlando di manufatti infrastrutturali costruiti per la gran parte tra gli anni Sessanta e Settanta. Secondo la maggior parte degli economisti, il capitale investito risultava già ammortizzato e remunerato alla fine degli anni Novanta e dunque i pedaggi oggi avrebbero potuto e dovrebbero essere drasticamente ridotti.
Invece ci portiamo dietro sei tipi di convenzione, sei sistemi tariffari, come vedremo pure dopo, con due gruppi che fanno la parte del leone. Atlantia (3.020 km gestiti), che comprende Autostrada per l’Italia (2.857 km gestiti) e che controlla sostanzialmente circa metà della rete a pedaggio; e poi il gruppo Gavio (1.212,1 km), che ne controlla il 20%.
Stiamo parlando di una montagna di extraprofitti che, purtroppo a causa di leggi sbagliate, rimangono totalmente ai privati e non tornano a beneficio dei cittadini come dovrebbero. Nel 2016 i “signori delle autostrade” hanno fatturato quasi 7 miliardi. Di essi, 5.7 miliardi derivano dai pedaggi autostradali. Allo Stato sono tornati appena 841 milioni. Nel frattempo, dati del mio ministero, gli investimenti sono calati del 20% rispetto al 2015 e per la manutenzione si sono spesi appena 646 milioni, il 7% in meno rispetto all’anno prima.
Esistono altri modelli in Europa, che a nostro avviso funzionano molto meglio del nostro. In Germania, Olanda e Belgio le autostrade sono pubbliche e parzialmente gratuite. Persino in Gran Bretagna, il più liberista dei Paesi europei, il settore è in mano allo Stato e generalmente senza pedaggi. In Germania il ricavo medio per km è tra i più bassi d’Europa: 312 mila euro l’anno. In quel Paese a partire dal 2005 solo per i mezzi pesanti è prevista una specifica tariffa connessa con l’uso delle autostrade. I ricavi autostradali affluiscono a un fondo pubblico e sono reimpiegati in investimenti per la sicurezza e lo sviluppo della rete. In Spagna, che è la rete più estesa d’Europa, su oltre 15 mila km, quelli concessi a privati e sottoposti a pedaggio sono poco più di un quinto, 3.400. Il ricavo medio annuo per km è di 477 mila euro. Sugli altri modelli mi soffermerò più avanti nell’informativa.
In Italia invece si è deciso di privatizzare senza fare mercato, senza vera concorrenza. Si è trasferito un monopolio dalla mano pubblica a quella privata. Senza nemmeno istituire da subito una efficiente Autorità regolatrice. L’Autority dei Trasporti, infatti, è nata soltanto nel 2011, e, malgrado l’impegno e il valore dei suoi componenti, non può incidere su vicende come quella di Genova: infatti non può far pesare le proprie prerogative sulle convenzioni già in essere. Al tempo stesso, le sue prerogative sanzionatorie sono riconosciute come ancora deboli e bisognose di interventi che le rendano più efficaci.
Ora però è arrivato il Governo del cambiamento e io, al ministero di Porta Pia, ho deciso che bisogna ribaltare il sistema. A partire dalla trasparenza, vera, sulle convenzioni che hanno finora arricchito soltanto i privati.
Dopo quasi 20 anni dalla privatizzazione, dopo 20 anni di segreti e di omissis, Autostrade per l’Italia oggi ha deciso improvvisamente di voler fare trasparenza, cercando di far apparire il proprio gesto come spontaneo e dettato da un autonomo desiderio di venire incontro all’interesse pubblico. Lo ha fatto dopo i 43 morti di Genova ma in precedenza la stessa Società ci aveva formalmente diffidato dalla pubblicazione minacciando azioni legali; nonostante questo già venerdì scorso ho dato mandato alla dirigenza del Mit di tirare fuori tutti gli atti, gli allegati e il Piano finanziario connessi alla convenzione. E ciò malgrado le fortissime pressioni interne ed esterne in senso contrario che stavo subendo e continuo a subire. L’ho fatto in modo da dare davvero trasparenza all’opinione pubblica sui numeri grazie ai quali i padroni delle autostrade si sono arricchiti gestendo beni che appartengono a tutti noi.
La trasparenza è il primo passo. Ma non mi fermerò, non ci fermeremo qui.

[..]

SCARICA L'INTERO DISCORSO DEL MINISTRO