Genova: Progettare un ponte non è come attaccare un cartello

bruno lauzi canta Per Genova“Con quella faccia un po' così

quell'espressione un po' così

che abbiamo noi prima di andare a Genova 

e ben sicuri mai non siamo 

che quel posto dove andiamo

non c'inghiotte non torniamo piu' “

Genova per noi, di Bruno Lauzi

E’ passato un mese dalla tragedia di Genova, dalla tragedia del crollo per ponte Polcevera

e ho voluto iniziare questa mia lettera aperta con questa splendida canzone di Bruno Lauzi, genovese di adozione, perchè è un omaggio a chi è genovese, a chi è un cittadino della Superba, e perchè è un richiamo per tutti coloro che in questo momento gestiscono il potere.

“e ben sicuri mai non siamo”

Bella questa frase di Lauzi, che però non riguarda molti di coloro che gestiscono il potere, o per un ruolo politico, o perchè a capo di una grande azienda, o per qualsiasi altro tipo di potere, nella camera di un ospedale, nell’aula di un’università, sullo scranno di un tribunale, nella stanza di un interrogatorio, nell’editoriale di un grande giornale … di chi vuole avere un’altra impostazione, il cui riferimento è un’altra frase “e ben sicuri noi siamo”.

Chi acquisisce un minimo di potere diventa spesso subito così. Perchè così è giusto. Perchè questo è il principio di gestione del potere.

Per comprenderne le ragioni vorrei riprendere un testo di Sciascia, “il Contesto”, il libro che è forse l’atto di sua rottura con il PCI.

In un passaggio del libro il commissario Rogas, alle prese con una serie di misteriosi delitti eccellenti, ha un colloquio con il giudice Riches, presidente della Corte Suprema. I due parlano della giustizia e di come viene amministrata.

Il giudice Riches dice: “... Prendiamo la messa: il mistero della transustanziazione, il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo. Il sacerdote può anche essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dell’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto a ogni debolezza e a ogni errore; ma nel momento in cui celebra, non più. E tanto meno dopo”.

Timidamente il commissario obietta: “E i gradi di giudizio, la possibilità dei ricorsi, degli appelli...”.

Riches non ammette obiezioni: “Postulano, lei vuole dire, la possibilità dell’errore... ma non è così. Postulano soltanto l’esistenza di un’opinione diciamo laica sulla giustizia, sull’amministrazione della giustizia. Un’opinione che sta al di fuori. Ora quando una religione comincia a tener conto dell’opinione laica, è ben morta, anche se non sa di esserlo. E così è la giustizia, l’amministrazione della giustizia...”; e infine la causa dello sfacelo, o del principio dello sfacelo è da attribuire agli illuministi francesi e in particolare al ‘Traité sur la tolérance à l’occasion de la mort de Jean Calas’ di Voltaire: è stato il punto di partenza dell’errore: dell’errore che potesse esistere il cosiddetto errore giudiziario... Naturalmente, questo errore non sorge dal nulla né resta così, isolato o quanto meno isolabile: ha tutto un humus, tutto un contesto... il punto debole del trattato di Voltaire, il punto da cui io parto per rimettere le cose in sesto, si trova proprio nella prima pagina: quando pone la differenza tra la morte in guerra e la morte, diciamo, per giustizia. Questa differenza non esiste: la giustizia siede su un perenne stato di pericolo, su un perenne stato di guerra. C’era anche ai tempi di Voltaire, ma non si vedeva... Mi spingerò a un paradosso, che può anche essere una previsione: la sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere, e sarà, quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo. Non ci potrà essere altro modo di amministrare la giustizia. Dico di più: non c’è mai stato. Ma ora viene il momento di teorizzarlo, di codificarlo...”.

E’ la certezza la base del potere. Il giudice, il politico, il potente quindi nel momento in cui parla, decide, sa di compiere sempre “la transustanziazione”, di non sbagliare mai. 

Ed è questo anche perchè noi vogliamo che sia questo. Perchè non accettiamo che il politico sbagli, che chi gestisce il potere possa in un momento di fredda lucidità dire “scusatemi, ho sbagliato”. L'errore è un segno di debolezza, e noi non vogliamo persone al comando, vogliamo degli eroi. E ne siamo così convinti che ci dividiamo in fazioni, fazioni che un tempo si tiravano le bombe, oggi gli strali su facebook.

E chi sgarra, chi è dall'altra parte, chi è diverso allora viene distrutto. Ricordate la canzone di Edoardo Bennato, Mangiafuoco:

"... se scopre che tu i fili non ce l'hai

Se si accorge che il ballo non lo fai...

Allora sono guai e te ne accorgerai

Attento a quel che fai, attento ragazzo

Che chiama i suoi gendarmi e ti dichiara

Pazzo..."

E in questo girovagare di riflessioni mi torna in mente un Libro di Erri De Luca, "In nome della madre", in cui scrisse "È la più certa prova d'amore quella di un uomo che cambia parere per essere d'accordo con la donna."

Ecco la prova d'amore che vorrei, io, dal nostro politico, la capacità di saper amare il suo popolo al punto di saper cambiare anche opinione.

Potere, Genova, Viadotto sul Polcevera, ponte di Morandi.

Perchè questo richiamo a Sciascia ? perchè credo che sia questo l’errore che si stia compiendo ora a Genova: quello di esser troppo certi, di essere sicuri di avere solo certezze.

Fin dal primo momento della tragedia abbiamo voluto avere delle risposte certe, immediate: perchè è crollato il ponte ? Morandi è colpevole ? e di chi è la colpa ? e come sarà il nuovo ponte ? e chi lo ricostruirà ? E allora è iniziata una corsa, quella ad identificare da subito il colpevole, quella a definire subito il progetto del ponto, quella a individuare subito chi se ne sarebbe occupato, quella a individuare subito i commissari del Ministero … Una corsa piena di errori e di proclami.

L’importante era trasmettere certezze. L’importante era farsi vedere sicuri. Tutti.

Nessuna ha detto “ho sbagliato.”

Crollo del ponte morandiPer chiarezza nei confronti del lettore, vorrei fin da subito precisare che ci sono livelli di errore diversi e non è mia intenzione allinearli. Ci sono Colpevoli e persone che hanno fatto qualche errore.

Il primo a non avere detto “ho sbagliato” è stato il Concessionario.

Vedere il CdA di Atlantia e quindi di Autostrade confermare la fiducia al Presidente e all’Amministratore Delegato è stato il primo e vero atto di arroganza.  Di tutto quello che è accaduto dal 14 agosto a oggi posso affermare che l’unica cosa certa è che una parte del viadotto è crollata e ci sono stati 43 morti. 

In alcuni casi l’umiltà è il primo dei valori. E il gesto umile che ognuno di noi si sarebbe aspettato sono le dimissioni di chi in Autostrade aveva e ha il dovere di amministrare. 

Non essersi dimesso è un gesto che da sicurezza ai mercati, ma di un’arroganza unica: è un far finta di nulla, è lo scaricare la colpa su un tecnico che magari per milleduecento euro al mese deve arrampicarsi in cima a una pila di 90 metri per controllare se è tutto a posto.

Dimettersi avrebbe voluto dire anche “non toccava a me salire su quella pila, ma sono io che guadagno milioni di euro per assicurare che tutto sia gestito, tutto sia controllato: non so dove, ma in qualcosa ho sbagliato, a prescindere da c omnes andrà il processo, perchè il ponte non doveva cadere ed è caduto. Perdonatemi, mi dimetto.” Ma nessuno lo ha detto. Una vergogna. 

Ma avrei apprezzato anche dal nuovo Ministro, Danilo Toninelli, se dopo le prime nomine della Commissione completamente errate, se dopo aver dato tutta la colpa ad Autostrade per poi scoprire che la metà delle persone nel registro degli indagati sono del Ministero avesse affermato: “scusatemi, stiamo cercando di fare del nostro meglio, in qualche cosa abbiamo sbagliato, ma terremo la barra dritta per affrontare il problema …” sarebbe stato umanamente apprezzato, ma quella parola “sbagliato” non l’ha pronunciata.

Certo è più grave che l’ex Ministro, Graziano Delrio, colui che ha fatto il giuramento di ippocrate, avesse detto “ho sbagliato a non preoccuparmi della salute del ponte quando mi hanno segnalato, anche con due interpelli in parlamento, che vi erano problemi strutturali importanti. Avrei almeno potuto intervenire con un controllo …”. Ma non lo ha detto. Non ha detto, scusatemi, ho sbagliato.

Nessuno ha detto, abbiamo sbagliato, tranne il presidente della Camera, Roberto Fico: "Chiedo scusa, anche se non è mia colpa, a nome dello Stato per quello che può non aver fatto negli ultimi anni". L'unico. Se non avesse aggiunto "anche se non è mia colpa" sarebbe stato meglio, ma almeno lo ha fatto.

Un ponte per decreto, un errore grave ?

Sì, a mio parere, da editore di un piccolo portale tecnico, è un errore grave approvare il progettista e il progetto di un ponte per decreto.

Perchè ? perchè il progetto è la fase più breve dell’intero ciclo di realizzazione di un ponte, ma se si sbaglia questa fase poi i tempi di realizzazione potrebbe essere molto, troppo lunghi, e il ponte finale potrebbe rilevarsi poco sicuro, molto costoso da controllare e manutenere.

Qualche anno fa, in un evento che organizzai sui ponti, chiesi all’Ing. Fabrizio De Miranda in che modo un progettista di ponti sceglie il tipo di struttura da realizzare. Mi rispose che non lo si fa solo in funzione del “salto” da compiere, ma, di tante variabili e condizioni, per esempio, le caratteristiche geotecniche e geologiche, la morfologia del territorio, l’ambiente, le azioni a cui sarebbe stato soggetto e i carichi, i materiali disponibili e la qualità disponibile per i materiali, per la manodopera, per le macchine, la durata prevista, i costi di manutenzione, la possibilità di poter fare controlli, … ovvero tutto. 

renzo-piano-ponte.jpgOra abbiamo una proposta da un architetto prestigioso di edifici - ma non di ponti  - che in dodici giorni progetta un ponte, senza sapere forse troppe cose: come si comporterà il terreno a dover supportare 20 o più pile ? qual'è progetto del nuovo contesto urbano con una barriera così imponente ? è stata fatta valutazione di impatto ambientale di quelle 20 i più pile su una valle che porta al mare ?, c’è una valutazione dei successivi costi di manutenzione ? c’è una valutazione costi benefici rispetto ad altre soluzioni? l'impressione dall'esterno è che non ci sia nulla, solo un plastico da esibire, un plastico griffato.

Ma il progetto ha 43 lampioni come i morti di Genova e una firma prestigiosa … ed è una risposta immediata.

Ecco, siamo tornati alle certezze. Il ponte Piano è una certezza da dare in pasto alla politica, ai giornali, ai social, al cittadino.

E’ esattamente la descrizione di quello che mi aspetto non si faccia, di quello che non si debba fare mai.

Toninelli all’inizio del suo mandato promise che su ogni opera - in progetto o in esecuzione - si sarebbe fatta un’analisi costo benefici.

E sul ponte sul Polcevera ?

Perchè non si fa un’analisi che tenga conto della possibilità di salvare la parte del ponte non strillata, quella con i piloni che vanno dal’1 all’8. Forse consentirebbe - come molti esperti affermano - di risparmiare tempo e soldi e dare le sufficienti garanzie di sicurezza.

Perchè non si fa un concorso di progettazione con tempi stretti, in cui sia richiesto a chiunque voglia partecipare di avere una consolidata esperienza sui ponti a livello internazionale, in modo da avere quelle garanzie minime di sicurezza, velocità di costruzione, costi di realizzazione e gestione … che un ponte dovrebbe avere.

Perchè non si coglie l'occasione come scritto sulla nostra rivista da Flavio Piva di progettare insieme ponte e urbanizzazione del Polcevera ? (A Genova costruire il Ponte significa ricostruire una parte di città)

Il motivo di questo aborriménto è che non si vuole costruire un ponte, si vuole mettere un cartello

Perchè non si sceglie quella che sarebbe la strada da maestra, perchè non si affida ad un team di esperti di avviare una seria analisi delle possibilità e quindi un concorso di progettazione ?

La mia impressione, forte è che il perchè nasca dal fatto che per molti quel ponte sia semplicemente un cartello, perchè per molti quel ponte si dovrà chiamare “ponte Toti”, o “ponte Piano”, o ponte “Di Maio” o “ponte Salvini”, perchè per molti è un cartello da affiggere in un momento di grande cambiamento politico, in cui è necessario costruire nuove certezze, partendo dal concetto che tutto quello che è una parte del passato sia sbagliata.

E’ il cartello che ora conta, non l’opera con il miglior rapporto costo benefici.

E’ sempre stato così. La scelta di un posizionamento di una stazione dell’Alta Velocità, la scelta di avere una compagnia di bandiera nei cieli che perde soldi ogni giorno, la scelta di bocciare le Olimpiadi a Roma poi provare a farle a Milano, ...

E’ questo il pane del potere: il mettere cartelli, tagliare nastri, individuare colpevoli, dare certezze.

Di fronte a queste scelte mi sono chiesto che atteggiamento avere, se con INGENIO limitarsi a pubblicare solo articoli tecnici o, invece, prendere parte alla discussione. Ho scelto questa seconda strada perchè ho ritenuto che fosse importante ricordare l'importanza del dubbio, l'importanza della riflessione, l'importanza del non stare mai dalla parte di chi non sa dire la parola ho sbagliato, di chi non ha dubbi, di chi non ha il coraggio di ripartire a volte da capo, per trovare la soluzione migliore. 

Mi torna in mente una canzone di un’altro Genovese, un vero genovese (che la Rai di recente gli ha dato una voce con accento romano, un altro segno del potere), Fabrizio de Andrè:

fabrizio_de_andre_1977.jpg“Di respirare la stessa aria
 dei secondini non ci va


e abbiam deciso di imprigionarli durante l’ora di libertà


venite adesso alla prigione

state a sentire sulla porta


la nostra ultima canzone


che vi ripete un’altra volta


per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti.


Per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti. “

E allora permettetemi di dire a chi è arrivato ora a gestire questo potere: siate diversi, non siate mai dalla parte dei secondini, costruiteci un ponte, non affiggete un cartello.

Andrea Dari