Costruire e custodire: etica dell’ambiente

L’ingegnere non è un Avatar. Non nella sua accezione più generale di soggetto virtuale, si capisce, ma nella connotazione più specifica di personaggio della recente pellicola. L’ingegnere non è un Na’vi, abitante di Pandora, in profonda connessione con la natura, erede di un mondo popolato da “buoni selvaggi” alla Rousseau, né, tantomeno, si identifica col colonnello Quaritch, figlio della civiltà delle macchine, mosso solamente da sentimenti utilitaristici e di guadagno. Due atteggiamenti opposti che possono caratterizzare l’impegno dell’ingegnere odierno e che sono del pari fuorvianti.
All’interno della possibilità dell’uomo – e dell’uomo “ingegnere” in particolare – di modificare l’ambiente in cui vive sorge infatti uno dei dilemmi etici essenziali della contemporaneità: come deve rapportarsi l’uomo al mondo della natura? Deve assistere alla crescita dello “spontaneo” o introdurre ciò che spontaneo per sua natura non è, l’artificio? Deve arrendersi alla civiltà delle macchine o riproporre modelli naif di contatto originario con il primitivo?
Dilemmi di natura etica.
Due elementi che forse possono indirizzare la nostra riflessione, liberandola dall’apparentemente necessario oscillare tra paradigmi contrari, che paralizzano lo scambio dialogico, sono la costruzione e la custodia, attività creative che caratterizzano positivamente lo “stare” dell’uomo nel mondo.