Il Dizionario della Digitalizzazione: M come Modello digitale

Simone Garagnani - Ingegnere Ph.D. - Università di Bologna - Coordinatore scientifico di BIM Foundation 10/10/2018 994

INGENIO  lancia la rubrica "Il Dizionario della Digitalizzazione" a cura di Simone Garagnani, si tratta di brevi articoli con l’obiettivo di riflettere o di approfondire o ancora di guardare da un punto di vista diverso  termini ormai entrati nel linguaggio corrente e che a volte si utilizzano senza valutarne il reale significato.

M come Modello digitale

Molte delle voci presenti in questo dizionario della digitalizzazione fanno largo uso del termine “modello” con accezione di simulazione, rappresentazione analoga e omologa al reale, oppure moderno veicolo informativo per contenuti digitali organizzati. 

Sin dall’antichità però si è fatto ricorso ai modelli, prima di tutto fisici, per visualizzare idee e progetti, trovando nella realizzazione plastico-tridimensionale (anche in scala) un sistema di comunicazione veloce, disambiguo e ripetibile, almeno per quanto attiene la morfologia architettonica. 

Il termine “modello” è un derivato del latino modellus, diminutivo di modulus, vocabolo al quale si può attribuire la valenza di forma, stampo, talvolta misura. Non è un caso che, soprattutto nella terminologia di alcuni documenti scritti di epoca rinascimentale, l’utilizzo della parola modellosi sovrapponga a quello del termine disegno. Ma ancor prima, in epoca classica, la forte connessione esistente tra modellazione e realtà viene ascritta ai termini greci tùpose paràdeigma, traducibili come oggetti da riprodurre, modelli di costruzione, simulacri, prototipi misurati.

Il modello ha così assunto importanza nel dominio digitale dapprima come geometria pura generata al calcolatore (non a caso le geometrie complesse della manifattura industriale sono dette “matematiche”), poi come prototipo sul quale compiere analisi, simulazioni, test.

In tal senso l’iconografia del grande architetto di turno ritratto a fianco del modello rappresentativo della propria creazione, una volta fisico oggi digitale, è sempre più ricorrente nelle monografie e nei cataloghi delle mostre di architettura contemporanee.

Anche l’aspetto informativo è parte di quest’approccio, giacché i modelli racchiudono sempre più sorgenti di dati eterogenei al proprio interno, secondo organizzazioni gerarchiche dove le geometrie sono solamente un dato atto ad agevolarne la consultazione.

Tuttavia il modello diviene importante quando affianca il percorso progettuale, validandone le scelte e le prerogative, anche nella successiva realizzazione in cantiere. In questo caso però è la sintesi che rende il modello utile, agevolando un percorso ideativo-costruttivo che non solo prevenga le problematiche della lavorazione ma che includa tutti i dati utili ai progettisti per sviluppare le loro decisioni.

Il modello/prototipo in questo caso non è una replica fedele di quello che sarà, come ironizzava già Jorge Luis Borges[1] sulla carta dell’impero perfettamente sovrapponibile al reale, prodotta da taluni geografi cinesi, ma una rappresentazione digitale di contenuti raccolti per essere esplorati, aggregati, separati e combinati secondo logiche differenti di volta in volta.

Con questo spirito si può affrontare anche la tematica del modello digitale per gli interventi sull’esistente, che meriterebbe però un intera voce distinta: in questo caso la modellazione assume il significato di conoscenza ontologica, secondo la quale i dati acquisiti su un organismo architettonico costruito vengono documentati e resi disponibili ai più svariati utilizzi, nella prospettiva di una condivisione più ampia che da sola è motore primo della digitalizzazione.

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“Recursion”,
 Modello digitale di S. Garagnani ispirato a “Salita e discesa” di M. C. Escher.


 [1] Il noto paradosso di Borges riguardante la Mappa dell’Impero in scala 1:1 è contenuto inDel rigore della scienza,l’ultimo di Storia universale dell’infamia(Il Saggiatore, 1961 traduzione di Mario Pasi), pubblicato per la prima volta nel 1935 e poi riveduto e corretto nel 1954.