La ricostruzione del Teatro Galli di Rimini e l'analisi dei suoi laterizi

Chiara Mariotti - Professore a contratto - Dip. Architettura - Università di Bologna Alessia Zampini - PhD - Dip. Architettura - Università di Bologna 07/11/2018 2026

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Attraverso l’analisi dei laterizi del Teatro Galli di Rimini, il contributo affronta il problema della ricostruzione e il suo riverbero sulle questioni teoriche, materiali, tecniche, tecnologiche, cantieristiche proprie del restauro architettonico.

Va in scena il laterizio. La ricostruzione del Teatro Galli di Rimini

Al confine occidentale delle mura urbane di Rimini, in un’area densa di storia, sorge il Teatro comunale Amintore Galli, sul quale oggi si apre – o forse si chiude – il sipario di una vicenda controversa e dibattuta da tempo. A conferma, la continua querelle che lo vede protagonista sin dal momento della sua concezione.

Quando nel 1838 la struttura teatrale lignea realizzata nel Palazzo medievale dell’Arengo – già attiva in pianta stabile dalla metà del Seicento – viene dichiarata insufficiente, inadeguata e pericolosa, Rimini matura l’idea di costruire un edificio architettonicamente e funzionalmente autonomo [1, pp. 158-160]. Le prime voci del dibattito riguardano la sua ubicazione nella città. Le tre possibili collocazioni nel tessuto urbano, difese da altrettante fazioni di cittadini, presuppongono tre tipologie di teatro distinte per forma, mole e impiego: piccolo, poco costoso, adatto a modesti spettacoli lirici e di prosa il manufatto da realizzare nell’area della Gomma, lungo Corso d’Augusto; di medie dimensioni, decoroso, idoneo a rappresentazioni di più alto rango sociale quello ipotizzato per Piazza del Corso – oggi Piazza Malatesta –; imponente, prestigioso al pari dei monumenti della città e dei grandi teatri della regione quello pensato per Piazza della Fontana – oggi Piazza Cavour –. La scelta finale è sofferta ma strategica. Il nuovo teatro è eretto sul lato corto dell’allora Piazza della Fontana tra la vecchia cattedrale di Santa Colomba, il Castello malatestiano di Sigismondo e i palazzi municipali e si imposta parzialmente sui resti della fabbrica seicentesca dei Forni [2, pp. 269-274].

A realizzare l’opera è chiamato il modenese Luigi Poletti, figura di rilievo nell’ambito della progettazione di strutture teatrali. Pacifica la scelta del progettista, meno quella del progetto: l’iter di definizione del nuovo complesso – avviato nel 1841 e inaugurato nel 1857 con l’Aroldo di Verdi composto ad hoc – non è esente da modifiche e, a più riprese, il teatro si accorcia e si abbassa per rispondere alla carenza di finanziamenti necessaria alla realizzazione delle prime ipotesi.

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Prospetto posteriore: dopo l’edificazione [6,p. 38]; dopo i bombardamenti del 1943 [in: Biblioteca Gambalunga di Rimini, inv. Afp003430]; durante la ricostruzione [foto degli autori, 2017].

Non meno discussa l’attribuzione del nome. Definito in prima istanza comunale, il teatro viene dedicato nel 1859 a Vittorio Emanuele II, da poco Re d’Italia. La forma abbreviata del nome, comunemente in uso, si fa responsabile dello scambio di persona con il nipote Vittorio Emanuele III e induce nel 1947 la giunta, per errore, a modificarne l’intestazione di presunta memoria fascista dedicandolo, questa volta, al compositore locale Amintore Galli [3, pp. 13-17]. Sovradimensionato e troppo costoso, già a fine Ottocento è oggetto di una proposta – mai attuata – di sostituzione con una nuova struttura meglio commisurata ai bisogni della città. Le tensioni continuano durante il Secondo conflitto mondiale, quando la sopravvivenza del teatro viene messa a dura prova dai bombardamenti aerei del 1943; distruzione drammatica alla quale si aggiunge lo spoglio deliberato di materiali da costruzione che trasforma il manufatto, nell’immediato dopoguerra, in cava a cielo aperto.

Rimini sembra allora spaccarsi a metà: c’è chi rivuole il teatro e c’è chi ne condanna la ricostruzione in quanto simbolo di un’élite borghese contaminata dai fasti del regime. Tra umori e malumori il problema viene messo a tacere, ma per poco.

Nel 1955, l’Amministrazione comunale bandisce un primo concorso finalizzato alla ricostruzione del volume perduto, da compiersi nel rispetto del ritmo architettonico e dei materiali della preesistenza.

I mancati finanziamenti statali, riservati di norma alle opere danneggiate dalla guerra, finiscono però per complicare le dinamiche sottese all’accaduto, impedendo il concretizzarsi dell’operazione [4, pp. 160-162]. Non pago, nel 1985 il Comune bandisce un secondo concorso che, a differenza del precedente, sembra concedere ai partecipanti molta più libertà di progettazione. E così è. Malgrado tutto, ancora una volta, il progetto vincitore trova gloria solo sulla carta [3, pp. 59-67].

La questione sembra infatti essersi spostata dal “se” al “come” ricostruire. Il fantasma del teatro polettiano comincia ad alleggiare sui ruderi del manufatto, finendo per condizionarne in toto la rinascita.

Da allora, il tentativo emblematico di far rivivere l’antica macchina teatrale – nella sua fisicità e nei suoi significati – pare legarsi alla volontà di ricrearne la copia esatta.

La storia del teatro tra corsi e ricorsi di laterizi

Per affrontare la ricostruzione del teatro, contenendo nei limiti del possibile un dibattito che dura ormai da più di settant’anni, si è ritenuto dapprima necessario leggere la fabbrica esistente nella sua consistenza attuale. L’attenzione si sposta dunque là dove, a tutti gli effetti, va in scena il laterizio.

Il Galli è infatti un incredibile palinsesto di laterizi che raccontano buona parte della storia costruttiva non solo del teatro, ma di un importante frammento di città. Diversi per composizione, forma, dimensione, processo di produzione, modalità di posa in opera, funzione e finitura, sono proprio i laterizi a documentare i tanti punti e a capo del complesso architettonico.

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Campionature delle murature in laterizio: a) edificio ‘dei Forni’; b) strutture perimetrali realizzate dalPoletti; c) colonne del fronte di ingresso realizzate dal Poletti; d) strutture perimetrali restaurate tra 1967-‘73; d) strutture perimetrali di nuova realizzazione 2014-’17 [foto degli autori, 2017].

Primi, in ordine cronologico, i laterizi delle preesistenze più antiche, ancora conservati sotto la platea, il golfo mistico, il palcoscenico e i vani laterali prospicienti Piazza Malatesta e via Poletti. Si tratta di reperti di età romana e medievale che appartengono alle testimonianze archeologiche riportate alla luce durante i recenti scavi diretti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna e presto fruibili alla città con una vista privilegiata dall’interno del teatro: due domus imperiali, un edificio absidato paleocristiano, un sepolcreto urbano, un quartiere medievale [5].

Seguono i laterizi dell’Annona Frumentaria, l’edificio cosiddetto ‘dei Forni’ costruito nel 1618 come granaio pubblico e utilizzato successivamente come caserma [6, pp. 8-12] (fig.a). Questi, a differenza dei precedenti, stabiliscono una relazione di tipo fisico con il teatro ottocentesco, essendo parte integrante del progetto polettiano che, nell’economia generale del cantiere tradizionale, ne recupera materialità e monumentalità. Se ne ha memoria nel muro interno del vestibolo di ingresso a cinque arcate, affacciato su Piazza Cavour: laterizi fatti a mano, posati alla gotica, legati con malta di calce a formare murature portanti facciavista.

In sequenza temporale, si hanno poi i laterizi del Poletti, oggi conservati in parte nelle opere murarie del perimetro esterno e ben visibili lungo i fianchi del volume posteriore (fig.b). Previste da progetto in pietra del monte di Pesaro, queste sono di fatto realizzate in laterizio per ragioni di «convenienza e solidità» e vedono l’impiego di mattoni nuovi, apparecchiati alla gotica, allettati con malta «di calce e sabbia colla proporzione di uno a due» e finiti mediante «imbiancatura […] a calce e glutine di colla» previa regolare «stuccatura e verniciatura ad olio» [4, pp. 84, 88, 130]. Nel raccordo tra i due corpi del teatro, tali murature mostrano profonde lesioni imputabili allo scoppio delle bombe – l’edificio fu colpito sopra il palcoscenico e perse il tetto, il soffitto, il prospetto posteriore, la balconata del loggione, alcuni palchi della cavea nonché tutti i camerini [4, p. 158] (fig.b) – e ai conseguenti assestamenti differenziali del terreno causati dalla perdita improvvisa di carico [6, p. 79].

Della medesima fase storica sono inoltre i laterizi dei fusti delle colonne in ordine gigante del fronte principale, qui appositamente sagomati e posati quasi senza giunto (fig.c).

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ANDILArticolo a cura di ANDIL.
L'articolo è tratto da CIL 174

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