L'attenta progettazione di un centro polifunzionale per disabili: il caso di Casa Santa Marta

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Apre Casa Santa Marta, un progetto di solidarietà

Domenica 20 gennaio alle ore 11.30 avrà luogo l’inaugurazione ufficiale del Centro per disabili “Santa Marta”, nel giorno del compleanno del Sic. Una struttura fortemente voluta dalla Fondazione Simoncelli, un sogno divenuto realtà. Il centro diurno sarà destinato a persone con gravi disabilità e verrà gestito dalla comunità di Monte Tauro di Coriano, a cui il Sic era legato. Un progetto seguito in prima persona da Polistudio A.E.S. e in particolare dall’ing. Stefano La Motta. Una causa di solidarietà che ci ha appassionati fin da subito. Uno sguardo verso il tessuto sociale che appartiene alla storia di Polistudio.

Per saperne di più abbiamo intervistato l’ing. La Motta.

Ing. La Motta, può raccontarci com’è nata la collaborazione di Polistudio A.E.S. con la Fondazione Simoncelli?

Paolo Simoncelli aveva perseguito l’intento di realizzare un’opera sociale in memoria Marco e aveva individuato e costruito un percorso con la Curia e il Comune di Coriano per un centro dedicato a ragazzi disagiati a Sant’Andrea in Besanigo dove c’era il vecchio “Ostello Santa Marta”, ormai in disuso. Era alla ricerca di una società in grado di fare una progettazione integrata di tutti gli aspetti tecnici e che partecipasse allo spirito “per il sociale” dell’impresa.

Ci siamo fin da subito appassionati al progetto sia perché era un tema interessante da trattare, sia perché sposare la causa di progetti di solidarietà fa parte della storia di Polistudio. In passato abbiamo sostenuto con il nostro lavoro scuole private, associazioni di volontariato, realtà no-profit e persino una missione in Brasile. Per questo, abbiamo accettato di buon grado la proposta di Paolo.

Quali linee guida avete seguito per lo sviluppo di questo edificio?

Quando si progetta un edificio, si segue un’intuizione, una sensazione, e mentre si procede la si persegue dando forma allo spazio, a volte la si forza, a volte la si mette in discussione per creare qualcosa, in cui un contenuto che vuoi esprimere, o semplicemente una esigenza che vuoi rispettare, possa esprimersi nell’edificio.

In particolare, in progetti di questo tipo dove al centro non c’è un’esigenza speculativa, ma la persona, questo contenuto deve poter essere aiutato dagli spazi ad esprimersi. Nel centro, infatti, sin dall’inizio dovevano trovare posto una o più case-famiglia, progetti di tipo residenziale per persone anche adulte con problemi fisici, un centro diurno per ragazzi disagiati con palestra, piscina, spazi comuni e di refezione, il ttto gestito da una o più realtà diverse, possibilmente anche in tempi e orari differenti.

Quello che abbiamo cercato di seguire è stato appunto la pluralità degli spazi, la loro possibile gestione separata, senza però perdere l’idea di un centro unitario e la loro flessibilità, perché potessero adattarsi alle diverse esigenze fisiche o educative di ogni ospite.

Com’è stato organizzato l’edificio?

L’edificio si snoda attorno ad una hall di ingresso a doppio volume che collega i due punti di accesso al Centro. Questa scelta è stata dettata dall’esigenza di un punto sintetico del fabbricato e dalla topografia del lotto che offriva un grande parcheggio ad un livello seminterrato, ma posto in maniera un po’ defilata rispetto alla strada principale e un secondo accesso più frontale al piano terra, in prossimità dell’accesso alla chiesa limitrofa.

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L’edificio si articola su tre piani: il seminterrato ha una superficie di circa 700 mq, il piano terra di circa 600 mq e il piano primo di circa 300 mq, per un complessivo di circa 1.600 mq lordi.

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Al piano seminterrato si è sviluppata la parte più “pubblica” del centro, quella dedicata alle attività diurne quali la piscina, la palestra e la sala polifunzionale, tutte dotate di accesso dall’interno, ma anche esterno, per un possibile utilizzo separato dal Centro.

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Al piano terra, sopra la sala polifunzionale, è stata ricavata una grande sala refettorio con annessa cucina e servizi con una copertura a falda in legno e porte che aprono direttamente sul giardino di ingresso.

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Dalla hall si può accedere, tramite una porta, ad una scala che disimpegna i due appartamenti dedicati ai progetti di accoglienza: quello del piano terra, dotato di stanze con bagno indipendente attrezzato per disabili, pensato per progetti di accoglienza anche di adulti, mentre quello del piano primo, organizzato come un appartamento tradizionale, ma con servizi per ospiti numerosi come la lavanderia dedicata.

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La scala ha anch’essa un accesso dall’esterno, nel caso ovvio di utilizzo degli appartamenti in orari in cui il Centro, per esigenze gestionali, debba o possa essere chiuso.

In pratica, si potrebbe utilizzare la palestra indipendentemente dalla piscina, gestendone anche gli accessi per questioni di sicurezza. Contemporaneamente si potrebbero svolgere altre attività nella sala ludica e nel refettorio - anche con ospiti completamente differenti per età e necessità di assistenza - il tutto separato dagli appartamenti, oppure ancora gestire tutte queste attività in maniera unitaria.

Si è cercato, insomma, di creare un centro unico che però potesse avere tante vite separate, come diverse saranno le persone accolte e le persone che le accoglieranno, ma un’anima e un corpo unico, come unico è lo spirito di accoglienza che genera il Centro e ne muove gli attori. Come il progetto architettonico può incidere sulle dinamiche di accoglienza degli ospiti?

Abbiamo cercato di partire innanzitutto dalle esigenze tecniche delle realtà coinvolte e dalle possibili esigenze dei futuri ospiti. Probabilmente, però, siccome ogni persona è unica, non si riesce in anticipo a sapere esattamente di cosa ci sarà bisogno in futuro e quindi abbiamo cercato di fare un edificio “non invadente”,  che non imponesse logiche obbligatorie, ma anzi favorisse la fluidità degli spazi, ma all’occorrenza permettesse usi separati, parziali, temporanei, etc.

Per cercare un’empatia con i futuri ospiti e partecipare, a nostro modo, alla loro accoglienza, abbiamo cercato come un “distacco”; abbiamo cercato di essere a servizio di chi userà il Centro, suggerendo ovviamente soluzioni e dando forma agli spazi, ma in modo discreto, assecondando e valorizzando spesso semplici idee, intuizioni e possibilità.

In altri progetti occorre invece avere una posizione forte, lo scopo del fabbricato richiede qualcosa di icastico, in questo caso l’edificio suggerisce, favorisce certe dinamiche senza imporle, si mette in una posizione di servizio che è lo spirito stesso dell’accoglienza che si svolgerà.

Inoltre, il centro ha la fortuna di sorgere in una posizione panoramica eccezionale e abbiamo ricercato questo rapporto con l’esterno, individuando scorci che permettessero la vista dell’orizzonte e creando ambienti molto vetrati.

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Abbiamo, infatti, realizzato in certe posizioni ampie vetrate a doppio volume, le stanze comuni del centro hanno tutte porte finestre che permettono, anche ai più piccoli, di percepire gli spazi esterni e le camere degli appartamenti hanno tutte il terrazzo sul lato verso mare, con una vista bellissima.

Può descriverci meglio le scelte strutturali e dei materiali? Avete utilizzato tecniche innovative? Quali?

L’edificio si articola, come già detto, su tre livelli: un livello seminterrato, un livello terra e un livello primo.

Al piano seminterrato l’edificio è di tipo tradizionale, con struttura in cemento armato e tamponamenti in muratura. Questa scelta è stata dettata dalla morfologia del terreno che imponeva un lungo muro contro terra e le necessarie impermeabilizzazioni.

Il solaio di piano terra è stato realizzato in elementi prefabbricati di calcestruzzo, in modo da ottenere spazi liberi con luci importanti.

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Dal solaio di piano terra, si alza un edificio realizzato completamente a secco, con struttura prefabbricata in legno e pareti in cartongesso.

Si tratta di una struttura in xlam, ovvero in pannelli di legno utilizzati sia a parete che a pavimento, che vengono realizzati in stabilimento e poi assemblati in opera.

Questa prefabbricazione è stata favorita da una progettazione interamente in B.I.M. (Building Information Modeling). Una modalità di progettazione che permette alti standard qualitativi, riducendo gli errori grossolani e permettendo un più ampio controllo durante lo svolgimento di tutte le fasi progettuali. Ciò ha permesso una progettazione precisa degli elementi prefabbricati, delle loro forometrie e delle eventuali interferenze, anche durante le fasi di montaggio.

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L’edificio è poi stato completato all’esterno da un cappotto in lana di roccia e all’interno da pareti in cartongesso isolate con lana di vetro. La scelta del legno, delle fibre minerali e del cartongesso è stata dettata sia dall’attenzione agli aspetti bioecologici, sia dalle tempistiche realizzative.

Dal punto di vista percettivo, la presenza del legno contribuisce anche a dare una sensazione di calore, di legame con la terra e di accoglienza. Per scelta abbiamo deciso di evidenziarlo negli ambienti più intimi, ovvero la piscina e il refettorio, lasciandolo a vista nelle coperture.

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Per quanto riguarda gli impianti?

Dal punto di vista impiantistico l’edificio è tutto riscaldato e condizionato con pompe di calore. Si tratta nello specifico di una pompa di calore polivalente, in grado di produrre contemporaneamente caldo e freddo, nonché di una piccola centrale posta in un vano tecnico recuperato in adiacenza all’unità di trattamento aria. Anche in questo caso abbiamo seguito la logica della possibilità di separare i vari ambienti, ovvero la stessa flessibilità ricercata sotto l’spetto architettonico, l’abbiamo tradotta sotto l’aspetto impiantistico. Una vera e propria progettazione integrata, in cui le scelte impiantistiche fossero sulla stessa lunghezza d’onda della progettazione architettonica ed estetica ed integrate con le finiture scelte.

Anche dal punto di vista elettrico abbiamo impianti separati e separabili per ambienti, inoltre abbiamo adottato lampade a led, sensori di presenza e quant’altro necessario nell’ottica del risparmio energetico.

Sicuramente è un progetto del tutto particolare. Cosa le è rimasto più nel cuore?

Di certo è stato un progetto del tutto particolare, sia per la sua vocazione, sia per come è stato impostato da Paolo. Infatti, come ha proposto a noi al primo incontro, ha sempre chiesto a tutti, ed in particolare alle imprese e ai fornitori, di collaborare a questo progetto sociale, ognuno per le sue competenze e capacità. L’idea di quest’opera sociale di accoglienza si è così tradotta in una collaborazione non solo tecnica, ma anche ideale di tutti gli attori coinvolti.

E’ stato un progetto complesso con molti attori coinvolti, ognuno con le proprie idee, con il proprio temperamento e con le proprie giuste necessità, tutti da far dialogare e collaborare. Solo grazie alla disponibilità di ognuno e alla tenacia di Paolo questo progetto è andato a buon fine. Personalmente, ciò che mi resta da questa esperienza, al di là della soddisfazione che si prova dall’aver concluso qualcosa in modo sicuramente positivo, è la certezza dell’amicizia con Paolo, con il quale non sempre siamo stati in linea sulle scelte, ma abbiamo sempre avuto sintonia di intenti ed una stima reciproca.

Immagini ©Federico Galli fotografiadicantiere.it