Dalla Conservazione Preventiva e Programmata al Bene Culturale Immobiliare as a Service?

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM, Università degli Studi di Brescia 26/02/2019 496

La possibilità che, attraverso gli home speaker, le Tech Company possano entrare, di fatto, nel settore della costruzione e dell’immobiliare per supportare il vissuto delle persone appare uno dei tratti salienti del capitalismo di sorveglianza.

Naturalmente, vi potrà essere chi ritenga che i dispositivi relativi alla Smart Home restino distinti dall’edificio in quanto tale, ma il punto è che sempre più intensamente componenti edilizi e impiantistici sensorizzati dialogheranno con il «meccanismo» di regolazione della vita domestica degli individui, alla stessa stregua del grande elettrodomestico.

Più ampiamente, la concezione del mercato immobiliare come incentrato ormai sullo Space as a Service muta radicalmente i termini del problema.

Sorge, dunque, l’interrogativo relativo a quanto questo fenomeno si possa estendere ai beni culturali immobiliari, probabilmente in misura prevalente in ambiti che, quanto a destinazione d’uso, siano estranei alla residenzialità.

Simile ragionamento, analogo a quello poc’anzi proposto, vale per tutte le piattaforme che sostengono la nozione di Cognitive o di Responsive Building, andando ben oltre i tradizionali Building Management System o Home Automation System.

Al contempo, a partire da un riferimento manifatturiero, stanno divenendo sempre più popolari i Digital Twin, vale a dire le «repliche», i «doppi», dei cespiti fisici alimentati digitalmente dalla interconnessione con gli originali analogici, considerati, forse più a torto che a ragione, da alcuni studiosi come la logica e «naturale» prosecuzione del «BIM».

Gemelli digitali e beni culturali immobiliari

Di tali gemelli digitali si ragiona anche per i beni culturali immobiliari, sottolineando come la definizione degli algoritmi che siano in grado di interpretare i dati generati dai cespiti sensorizzati sia tutt’altro che scontata, poiché essa implica una comprensione causale o statistica dei fenomeni.

Il combinato disposto di questi fenomeni, per un contesto in cui la matericità appare fondamentale, risulta particolarmente intricato per diversi ordini di motivi.

L’accezione del restauro dei beni culturali immobiliari declinata secondo la teoria e la prassi della conservazione è, di fatto, stata costruita sull’assunto secondo il quale sarebbe occorso falsificare le metodologie che pretendevano, spesso in termini purovisibilistici, di selezionare versioni precedenti, su base indiziaria e ideologica, di un manufatto oppure di considerare positivamente le tracce materiche in virtù, però, per taluni aspetti, della necessità di sostituirle periodicamente per rinnovarne l’autentico senso.

Di conseguenza, la trasformazione ammissibile non poteva essere che quella additiva che, tuttavia, ponendosi come sovrapposta e reversibile non pregiudicasse l’autenticità e la storicizzazione delle pre-esistenze.

A dire il vero, la conservazione, nel senso del rispetto di ciò che si è stratificato nel tempo, si è estesa ai risvolti strutturali, o, comunque, non esteriori né visibili, caratteristici, ad esempio, della riabilitazione strutturale.

Tale impostazione è giunta sino a investire la conservazione degli impianti tecnologici originari.

È interessante, a questo proposito, comprendere come qui si intersechino i piani della «staticità» (sia pure evolutiva) della consistenza materica e la «dinamicità» dei modi di funzionamento dei beni immobiliari e di fruizione dei suoi contenuti culturali e sociali anche a livello territoriale.

Restauro e digitalizzazione dell'intervento

Le nuvole di punti, oggi considerate il punto di partenza (una parte dei dati di ingresso) per l’intervento digitalizzato, ma anche per il gemello digitale, comunque siano generate, «rappresentano» l'ambizione di dominare i dettagli della conformazione esteriore (ma non esclusivamente) del cespite.

La distinzione tra contenuti geometrico-dimensionali e contenuti alfa-numerici, tipici della gestione informativa, si ritrova, infatti, in due stagioni distinte nel restauro «conservativo», per cui alla fascinazione per le tecniche analitiche non distruttive, propedeutiche alla diagnostica, che indagavano anche l'invisibile, è succeduta quella che restituiva digitalmente il visibile, ma non solo, come «oggettivo», oltre che come sempre più «accurato».

Si tratta, in entrambi i casi, di dati strutturati, numerici, che possono consentire la gestione tanto dell'informazione quanto della conoscenza.

A fianco di essi vi sono, però, molti dati non strutturati, contenuti in documenti che, sebbene digitalizzati, non appaiono direttamente utilizzabili nel senso computazionale, cosicché i linked data da introdurre in un ecosistema sembrano sempre più rilevanti.

Nel momento in cui, inoltre, la strategia conservativa cessa di tradursi semplicemente in un atto puntuale, emergono una serie di elementi.

La prima di esse, per un verso, deriva dalla traduzione del rilievo digitale in modelli informativi: anche in virtù di una accezione di parametricità, ma anche di prototipicità, che sembra contraddire l'unicità delle vicende individuali di ciascun elemento da conservare.

Se è vero che la conservazione preventiva e programmata si pone quale sviluppo critico di una nozione di manutenzione che implicasse la trasformazione materica e la sostituzione pianificata, accettare le logiche del «BIM» potrebbe voler significare inconsapevolmente accettarne i presupposti, inerenti alla prestazionalità indifferente alla matericità.

In ogni caso, a ciascun «oggetto» rilevato e semantizzato (qui è proprio il caso di definirlo tale,come dimostrano i tentativi di semi-automatizzare, ontologicamente, il cosiddetto Scan to BIM) dovranno essere aggiunte le proprietà alfa-numeriche derivate dalle indagini archivistiche come dalle analitiche strumentali e, in ultima analisi, sarà progressivamente ineluttabile pensare a un ambiente di «modellazione» in cui il sistema di archiviazione di dati aggiornati (anche in tempo reale) sia indisgiungibile da un ambiente di «calcolo», vale a dire capace di simulare e di virtualizzare, allo scopo di automatizzare parti del piano di conservazione.

Ovviamente, passare dal querying al reasoning non sarà un passaggio facile.

È, tuttavia, in particolar modo, l'attività interpretativa, di discretizzazione delle nuvole di punti nelle entità informative a richiedere una capacità discrezionale per comprendere il «funzionamento» del bene che trascende la dimensione esclusivamente materica, ovviamente pur non trascurandola.

Se, ovviamente, proprio il passaggio dalla conservazione puntuale alla programmazione estesa della stessa intrinsecamente riconosce la natura crono-logica dei manufatti (diminuendo la frequenza degli interventi puntuali), il livello della tutela della matericità (della sua evoluzione «curata») si interseca con la prestazionalità del cespite (come esso si comporta secondo le diverse discipline tecnico-scientifiche) e con la sua fruizione (come agiscono in rapporto a esso gli utenti).

Naturalmente, la conservazione preventiva e programmata intende, come sovvenuto, evitare di assimilare la prestazionalità dei sistemi tecnologici (che posseggono contenuti trasformativi e sostitutivi) in nome, appunto, della autenticità o identità della materia (stratificata).

Il che, in definitiva, nega alla radice una certa indifferenza costitutiva della prestazionalità come norma all’oggettualità (la consistenza materica, infatti, secondo l’approccio ordinario, può essere rinnovata), ma, più o meno consapevolmente, paradossalmente finisce per ritrovarsi in una versione contemporanea della «norma» che si fa non solo «singolare», ma pure «iper-personalizzata».

Si deve anche aggiungere che la normativa, in prospettiva, facendosi computazionale, diverrà totalmente leggibile dalla macchina, ma, al contempo, fondandosi sulle variazioni rilevabili in tempo reale, diventerà contingente e individuale.

Sotto questa visione, in effetti, gli «oggetti» del «BIM» si farebbero tutti «prototipali».

La qual cosa può, in effetti, trovare una assonanza con una concezione evolutiva e dinamica della conservazione che resta, pur sempre, «trasformazione», per quanto legata all’integrità e all’identità.

A questa osservazione si aggiunga che questa impostazione associa agli attributi «preventivo» e «programmato» l’aggettivazione «predittivo».

Così facendo, volenti o nolenti, si entra nella sfera più significativa che attualmente permea i processi decisionali, quella che aspira, forse più col machine learning che non con teorie esplicative dei fenomeni, a dominare l’evoluzione degli accadimenti che riguardano il futuro dei cespiti.

L’«imprevedibilità», come fattore di rischio, che si vorrebbe mitigare attraverso una fitta trama di controlli, oltre che di interventi, appunto, preventivi potrebbe tenere in conto che i monitoraggi possano avvenire in tempo reale su una scala persino del continuo grazie alle tecnologie e ai protocolli di interconnessione che contraddistinguono, appunto, il gemello digitale.

Allo stesso tempo, come già accade, la sensorizzazione di alcuni «sistemi» all'interno del bene culturale immobiliare, ai fini della segnalazione di condizioni rischiose, può vertere su indicatori fisico-ambientali indiretti, anziché sui singoli elementi costruttivi o di altra specie.

Un sistema di recettori e di attuatori simile a quello relativo a un viadotto concepito ex novo che potrebbe forse davvero consentire in tempo reale di simularne e di virtualizzarne il modo di guasto, è stato più volte proposto e sperimentato nel caso di manufatti storici di elevata complessità, anche se occorre capire in che misura, di là di un eventuale aggiornamento in tempo reale dei modelli informativi attinenti ai cespiti culturali, vi siano algoritmi davvero capaci di simulare e di virtualizzare i modi di guasto.

Il che potrebbe condurrebbe, coi recettori, ed eventualmente cogli attuatori, in una condizione di introdurre nell’ambito specifico, un ambito capital intensive, benché l’azione precedente di monitoraggio attuata da risorse umane, rimpiazzate, non annullerebbe il contributo umano al processo decisionale.

Anche il digital survey iterato periodicamente, supportato da dispositivi di riconoscimento automatico delle criticità tramite l’analisi delle immagini, fungerebbe da ricettore.

Posto che questa attesa, relativa alla sensorizzazione, sia realmente soddisfatta, come si accennava, nella teoria della conservazione preventiva e programmata si avrebbe, in termini numerici, una stretta affinità tra funzionalità e matericità.

Dalla conservazione preventiva e programmata al bene culturale immobiliare as a Service?

Il punto, però, è che sta sorgendo una dimensione inedita del «funzionamento» e della «prestazione», legato al ciclo delle vite, al Connected Living, ma anche allo Life Style che potrebbe costringere a ripensare anche le categorie di uso e di fruizione nel mondo della tutela.

Il dialogo che può intervenire tra il programma nutrizionale di un abitante, una bilancia, l'agenda giornaliera, un forno e un frigorifero può influire, ad esempio, densamente sul vissuto della persona, in maniera iper-personalizzata, benché appaia difficile traslare senza mediazioni la tematica al bene culturale immobiliare (in quanto tale).

Se persino elementi dell'involucro di un edificio di nuova concezione possono riportare interazioni dirette con lo stato fisiologico e psicologico del fruitore, non agevole sarebbe forse trovarne una coincidenza nel caso dei cespiti di cui si ragiona, ma non impossibile.

È palese, tuttavia, che la cifra as a Service che si attribuisce attualmente ai beni immobiliari nella loro generalità sollecita una ottica differente anche per questo ambito.

Ciò, in realtà, instaura uno stretto legame tra quello che provocatoriamente si potrebbe chiamare «consumo» (non solo) culturale del bene, la sua sollecitazione prestazionale, nel senso del funzionamento dei cespiti, e la sua compromissione, o salvaguardia, materica.

Per questa ragione, vi è da chiedersi se tutte le pur sofisticate applicazioni del «BIM» al Built Cultural Heritage abbiano esaustivamente esaurito gli sviluppi del tema, incluso il gemello digitale, oppure se proprio le limitazioni della modellazione informativa suggeriscano che quest'ultima possa essere solo una possibilità di definire modelli e strutture di dati.

Il che, nell’ipotesi della conservazione preventiva e programmata, indurrebbe a ritenere che un ecosistema digitale preposto permanentemente alla gestione compatibilmente (colle istanze di tutela) fruibile fosse assolutamente necessario.

Accennare alle piattaforme, anche su questo tema, non costituisce alcun passaggio inedito, quantunque la crescente presenza di logiche di Artificial Intelligence, unita alla centralità della Servitization, prometta di sconvolgere i racconti costituiti.

Ciò che cambia, dunque, è il significato di «informazione» e di «conoscenza» che, nell’universo del as a Service, sono fattori competitivi decisivi abilitati da «laghi di dati» qualitativi.

Se, in conclusione, la dimensione economica è sensibile per le politiche di conservazione del patrimonio storico, tutelato nelle sue diverse declinazioni, forse, con modalità da definire, il capitalismo di sorveglianza potrà attribuire nuovi valori alla capacità di correlare la modalità di fruizione di un edificio come esperienza vitale: un bene culturale immobiliare cognitivo capace di influire singolarmente sul fruitore, per renderlo più «produttivo»?