I Tecnici dell'Edilizia devono essere depositari di conoscenze integrate

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Mi piace inaugurare questo spazio dedicato alla “Legislazione e Tecnica Urbanistica ed Edilizia” prendendo spunto dall’intervista che l’editore e direttore di “Ingenio” ha effettuato al nuovo presidente del Consiglio Superiore del Lavori Pubblici, l’ing. Renato Carlea – che tutti possono rivedere a questo link - perché ha affermato due concetti di estremo interesse  e attualità che condivido e che, proprio per questo, intendo riprendere e sottolineare.

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Anche perché saranno di guida al coordinamento che ci proponiamo di fare in queste pagine in merito alla copiosa documentazione (legislativa, giurisprudenziale, dottrinaria, ….) che involge la materia delle nostre professioni tecniche.

Dopo aver esposto in maniera entusiastica la Sua passione per il mestiere che fa l’ing. Donato Carlea ha detto, in buona sostanza, che:

  • occorre superare la distinzione artificiosa tra ingegnere e architetto perché la professione tecnica nasce da un’unicità di approccio 
  • per un progresso della cultura professionale occorre superare l’artificiosa separazione (a volte addirittura contrapposizione) tra mondo accademico e mondo professionale 

concetti questi quanto mai veri solo se si pensa alle origini e a come le professioni di architetto e ingegnere (ma, anche, geometra, urbanista, … ) si siano determinate ed evolute nel tempo.

L’antichità (quella in cui la nostra cultura occidentale ha dato il massimo della nostra espressività creativa) non conosceva questa artificiosa ripartizione (settorializzazione) della formazione culturale (prima) e dell’attività professionale (poi). Che si è venuta delineando nel tempo in conseguenza di una esigenza di catalogazione (e specializzazione) delle materie di studio; anzi per meglio dire, dell’organizzazione dello studio (scolastico e accademico) “per materie”.

Un’esigenza “organizzativa” che ha però condotto ad una settorializzazione divisiva che non ha fatto bene alla cultura generale “del costruire”, che invece deve essere una concezione unitaria del prodotto finale.

Non voglio qui entrare nell’annoso dibattito culturale e socio-politico che attraverso i secoli ha visto l’evolversi della concezione dell’ingegnere e dell’architetto - a partire dalla loro derivazione etimologica fino alla traduzione scolastica e accademica negli attuali percorsi di studi  - anzi intendo superare tale dibattito, che spesso sfocia in contrapposizione, per affermare invece una unità di scopo e di intenti che devono contraddistinguere oggi la figura dell’ingegnere civile e dell’architetto: entrambi “tecnici del costruire”, come anche i geometri.

Conseguenza della settorializzazione e dell’iper specializzazione (e anche, a volte, di una malintesa ma stuzzicante e provocatoria contrapposizione - perché all’uomo piace metterla in competizione -)  è che oggi abbiamo l’impiantista che poco ne sa di strutture, del progettista architettonico che poco ne sa di statica o quantomeno non se ne preoccupa tanto perché poi “è compito dello strutturista far stare in piedi il manufatto”, o si disinteressa dell’inserimento nell’ambiente perché poi la tecnologia risolve sempre i problemi (per esempio quello della climatizzazione) e così via.

La cieca fiducia nell’evoluzione tecnologica settoriale ci ha fatto perdere di vista spesso la complessità e interdisciplinarietà dei problemi che si possono affrontare e risolvere correttamente solo attraverso una visione (come si suol spesso dire, ma meno spesso fare) “integrata”. E, aggiungo, culturalmente e concettualmente consapevole.

Possiamo anche dire che c’è differenziazione tra formazione scientifica e umanistica e, forse, possiamo anche catalogare le materie in “tecniche” e “letterarie”, ma deve restare una semplificazione utilitaristica e mai una contrapposizione di valori.

Stiamo vivendo un periodo di estrema specializzazione che indubbiamente ha prodotto sviluppo settoriale; ma spesso ha indotto una grave confusione operativa.

Siamo sommersi di norme specialistiche di estremo dettaglio, perché ogni “specialista” è convinto di essere al centro del mondo e spinge sempre più per ulteriormente dettagliare la sua specializzazione.

Poi succede che norme specialistiche di “specialità” diverse confliggano tra di loro e portino alla loro inapplicabilità o alla paralisi dell’operatività. In edilizia gli esempi non mancano.

In passato (alla fine del medioevo e inizi del rinascimento) difficile era distinguere se quello militare tanto ricercato era un architetto o un ingegnere. Le due qualifiche si confondevano e si integravano.

A noi piace rompere la settorializzazione cui ci sta conducendo l’eccesso di specializzazione e riportare - per quanto possibile nella suddivisione professionale attuale - ad un’unicità di pensiero.

I Tecnici dell'Edilizia devono essere depositari di conoscenze integrate

Per quello ci rivolgeremo a (tutti) i “tecnici dell’edilizia” consapevoli che – indipendentemente dal titolo accademico specifico -  devono essere depositari di conoscenze integrate per svolgere bene il proprio lavoro.

I “grandi” del passato (quelli che hanno reso famosa nel mondo la cultura occidentale e il nostro Paese in particolare) non erano né ingegneri, né architetti nel senso accademico di oggi e non perché all’epoca non c’erano i corsi di laurea, ma perché la loro formazione culturale era, soprattutto, trasversale (oggi si direbbe interdisciplinare).

E non c’è bisogno di riferirsi ai Genii assoluti (come Leonardo che di tutto si sono occupati) ma basterà richiamare quella folta schiera di “costruttori” che avevano innanzi tutto la capacità di ideare prima e di realizzare poi.

Pensiero e azione (perché il nostro mestiere di tecnici è orientato al “fare” e non solo alla “speculazione” teorica e astratta). Quei costruttori non si limitavano a disegnare, ma si “sporcavano” anche le mani a dirigere i lavori o addirittura a progettare e costruire le macchine di cantiere (mestiere che non delegavano ad altri specialisti).

Quando Filippo Brunelleschi ideava la Cupola di Santa Maria del Fiore (ho detto volutamente “ideava”) aveva contestualmente in testa il progetto architettonico e quello statico-strutturale per farla stare in piedi (in dipendenza della tecnologia dei materiali che avrebbe usato) e, sempre contestualmente, il progetto delle innovative “macchine” per la sua realizzazione in cantiere (di cui personalmente dirigeva l’esecuzione). Cantiere di cui teneva la contabilizzazione. Che cosa era?  un architetto, un ingegnere, un capomastro o un carpentiere?

Era un tecnico nel senso più compiuto del termine che aveva la “cultura” del costruire (non disgiunta da una cultura umanistica di fondo). Un “tecnico dell’edilizia”.

Si dirà: era un’eccezione, un genio. Certo era un uomo di grande genialità che per primo seppe superare la tecnica costruttiva (per così dire) sperimentale dei capomastri medioevali che si basavano sull’individuale personale sensibilità ed esperienza (fondata sui pregressi fallimenti e crolli) applicando al “fare” la conoscenze teoriche della matematica, della fisica e del disegno.

L’antesignano del progettista moderno. Che ci piace prendere a riferimento e simbolo del mestiere di “tecnico edile”.

Anche se oggi gioco forza viviamo in una società e in un mondo professionale parcellizzato dalla specializzazione (dalla super-specializzazione) quello deve restare il modello: una cultura progettuale complessiva e unitaria; fin dall’ideazione.

Se così è, la domanda “Era un ingegnere o un architetto?” è retorica o fuorviante. 

Ma gli esempi della interdisciplinarietà del mestiere di “tecnico dell’edilizia” (o, se preferite, della trasversalità della sua formazione) non sono riferibili solo al passato più o meno remoto; sono ancora attuali perché siamo pieni di ingegneri che hanno progettato mirabili opere architettoniche o di architetti che hanno realizzato gioielli di opere strutturali (vi bastano i nomi di Nervi o di Calatrava?).

Per non parlare dell’urbanistica (l’ideazione e la costruzione della città): disciplina da sempre praticata nei fatti ma solo recentemente codificata in materie di studio. Nulla è più interdisciplinare dell’urbanistica, che ha stentato ad assumere una sua precisa definizione e collocazione proprio per questa sua intrinseca caratteristica. 

Ma, ancora una volta, tradurre l’urbanistica in una materia di studio è una classificazione finalizzata a ricondurla all’ordinamento scolastico-accademico che nulla deve (o può) togliere all’assoluta interdisciplinarietà della “materia”.

Il “mestiere” di urbanista, nella più diffusa convinzione, è attribuito alla professione di architetto ma, come si diceva, la distinzione professionale è rimasta confusa e sovrapposta per secoli fino alla sua separazione negli ordinamenti didattici più recenti. Finché non sono state istituite le lauree - e quindi era possibile una “codificazione” ufficiale in base al titolo di studio - è stato svolto indifferentemente da architetti o ingegneri (nel secolo scorso ad esempio, possiamo dire che Ildefons Cerdà e Arturo Soria Y Mata in Spagna, Plinio Marconi in Italia erano ingegneri).

Le differenziazioni dei titoli di studio sono necessarie oggi per esercitare la professione (e per cautelarci dall’esercizio abusivo di un’attività che richiede pur sempre conoscenze specifiche e approfondite) ma gli argomenti che qui affronteremo (che sono quelli dei tecnici dell’edilizia) sono trasversali e interdisciplinari e con questo spirito vogliamo affrontarli rivolgendoci indifferentemente ai Tecnici dell’edilizia che devono conoscere tutte le problematiche della materia.

Certamente sono trasversali le conoscenze degli aspetti normativo-procedimentali dei processi edilizi di cui principalmente ci occupiamo in quest’Area e che tanto pesantemente incidono oggi sulla “fattibilità” delle opere. Per risolvere i quali occorre acquisire non solo nozioni accademiche, ma anche esperienze professionali e gestionali dirette.

Come suggerisce l’attuale presidente Carlea dalle cui dichiarazioni abbiamo preso lo spunto per queste righe introduttive di inquadramento.