I Molteplici Risvolti della M di BIM

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM, Università degli Studi di Brescia 04/03/2019 1331

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Più volte si è affermato che la modellazione informativa sia eccessivamente finalizzata alla produzione di documenti, tradendo la sua natura intrinseca e costituiva, orientata, invece, alla generazione di dati, come indica, in effetti, il passaggio da Modeling a Management.

Il «BIM», d’altronde, sembra essere sempre più compresso tra Computational Engineering e Data Science, come se, paradossalmente, avere meglio appreso a estrarre dai modelli informativi, in altri ambienti, modelli e strutture di dati, ne avesse evidenziato il ruolo, al contempo, di apripista e il limite effettivo.

Per certi versi, si potrebbe ritenere che avere definito il «BIM» introducendo il termine «informazione» anziché il vocabolo «dato» abbia costituito una fuga in avanti.

A testimonianza di una diversa attitudine che si sta pionieristicamente segnalando, Ricardo Farinha, presso Sweco, ha gestito digitalmente, vale a dire grazie ai dati, alcuni progetti senza la produzione di alcun documento, mentre John Tobin, in SMRT, ha evidenziato come la nozione di «visualizzazione» (dei dati) possa passare attraverso una via numerica, senza necessariamente implicare la rappresentazione geometrico-dimensionale, o meglio, conseguendola in maniera alternativa e ottimizzata.

Il che, naturalmente, se avesse un fondamento e una validazione, rimetterebbe in discussione il ruolo convenzionale della geometria (o meglio, della sua rappresentazione) per architetti e per ingegneri.

HDR ha, infine, cercato di includere in modo totalmente digitale e generativo lo schizzo manuale (dati non strutturati) nel processo digitale.

Tutti questi tentativi sorgono in virtù della centralità assunta dalle Operations e dal Digital Twin, che mettono in rilievo la opportunità di utilizzare dati affidabili e aggiornati a prescindere dai supporti e dagli applicativi.

Di fatto, secondo tale impostazione, gli strumenti autentici del «BIM», contrapposti a quelli del «BIm», sarebbero, ad esempio, Tableau o PowerBI, strumenti, dunque, di Data Analytics.

A questa considerazione occorre aggiungere gli sforzi di coloro che ambiscono a utilizzare i linked data per sviluppare azioni di reasoning, legate alla gestione della conoscenza.

Il tema, a cui bisognerebbe aggiungere l’uso ormai capillare, tra gli altri, di Dynamo e di Python, ma anche di Karamba, Grasshopper, Rhino, per supportare la Design Automation, è troppo complesso per essere liquidato in una nota, ma davvero sta iniziando forse una «fuga» dal modello informativo, nel senso che si preferisca utilizzare anche i dati presenti in esso al di fuori dello stesso, oltre che «strumentalizzarlo», allorché lo si strumenta meglio.

Tutti coloro che si sono cimentati col tema, da Randy Deutsch a Daniel Hall, da Alain Waha o Vishal Singh, hanno messo in luce come l’affermazione progressiva del dato computazionale non possa che porre, nel medio termine, in secondo piano, la componente «geometrica» e «grafica», nella accezione tradizionale, per quanto parametrica e tridimensionale, oltre che riattribuire al vocabolo «modello» i suoi significati propri.

Si tratta di una questione che, inoltre, vede affiancarsi modelli, quelli veri e propri, previsionali e simulativi molto diversi tra loro, da quelli classici a quelli basati su serie storiche di dati.

In ogni caso, già i pionieri del CAD, ancor prima che del BIM, manifestarono un intento tettonico, costruttivo, nel senso di «edificare» strutture di dati, in parte leggibili dalla macchina.

Sotto questo profilo, la modellazione delle informazioni (dei dati strutturati) è stata probabilmente intesa in un senso differente da quello più appropriato, tanto che il BIM a lungo è stato identificato, sia pure parametricamente, con la tridimensionalità, salvo poi enfatizzare una relativamente vaga nozione di «informazione».

La I di BIM sarebbe, infatti, corrisposta al concetto di «informazione», come se la componente geometrico-dimensionale e quella non strutturata non concorressero a essa.

Anche laddove si guardi ai migliori applicativi per la produzione dei capitolati informativi, come, a vario titolo, BIMQ o di dRofus, essi consentono di definire, per le varie fasi della commessa e secondo i livelli di fabbisogno informativo, le entità geometrico-dimensionali e alfa-numeriche (e le loro proprietà attese) imponendole successivamente all’interno degli applicativi di produzione dei modelli informativi, affinché siano successivamente verificate e validate altrove: nella prospettiva, appunto, dell’esercizio e della gestione dell’opera.

È, questo, un procedimento affatto analitico, che costituisce l’atto digitale di committenza legato all’acquisizione di dati, coll’intenzione di transare questi ultimi nei modelli informativi, cosa che si inverte allorché nell’ambiente di condivisione dei dati si vorrebbero, piuttosto, collegare basi dati differenti ed eterogenee.

D’altra parte, se si considerano i livelli di fabbisogno informativo inerenti agli obiettivi della modellazione, si comprende come ben pochi di essi possano davvero essere conseguiti con l’impiego esclusivo del BIM, che si fa, non a caso, ludico, immersivo, interconnesso, robotizzato, e quant’altro.

Le osservazioni precedenti suggeriscono, perciò, che si sia mutata la direzione: più che introdurre più dati possibili nei modelli informativi, da essi se ne dovrebbero estrarre un numero significativo per attuare la vera e propria «modellazione».

Si pone, quindi, un cruciale dilemma, poiché è evidente che il «BIM» sia oggi spesso confusamente assurto a specializzazione, cosicché gli operatori avvertono l’esigenza di identificarlo con uno strumento preciso che, in realtà, si è già trasformato nella possibilità, accedendo a una «piattaforma», di utilizzare più funzionalità e, perciò, una molteplicità di strumenti.

D’altronde, accanto alla necessità di apprendere le funzionalità degli applicativi di produzione dei modelli informativi si è affermato il bisogno di conoscerne le logiche costitutive e, come detto poco indietro, di estrarne i contenuti, di collegarli ad altri contenitori informativi.

La piattaforma, che si vuole per definizione «collaborativa», è già, peraltro, divenuta dispositivo unico, anche se continua a gestire documenti più che dati.

Di conseguenza, il «BIM» è l’apparato che induce (convince od obbliga) gli operatori a utilizzare al meglio le potenzialità dei «puri» dati, strutturati in informazioni, alfine di generare e di capitalizzare la conoscenza.

È chiaro, dunque, che si sia in presenza di una nuova forma di industrializzazione e di capitalismo della conoscenza che investe non solo le imprenditorialità, ma pure le professioni, nell’ottica di una costante tensione tra intuito e mercificazione, tra originalità e automazione.

Il «BIM» è, infatti, quell’universo in cui i dati supportano gli attori nei loro processi decisionali, ma anche in cui essi vi sono guidati e nel quale l’obiettivo intrinseco è quello di sottrarre all’irripetibilità il maggior numero di casi possibili.

Ritenere, dunque, che del «BIM» non si possa fare a meno dovrebbe significare che gli operatori siano resi coscienti, esattamente come i fruitori dei social media, dei rischi che la digitalizzazione comporta e delle modalità con cui sia praticabile il dominio degli operatori sui veicoli che utilizzano.

Senza una consapevolezza digitale, infatti, il «BIM» condizionerà gli attori assai più che non farsi sfruttare da essi, perché essi, in ogni modo, accettano di tradurre ciò che pensano o ciò che fanno in termini analizzabili e leggibili: da coloro che meglio sapranno valorizzare, ai propri fini, questo patrimonio.

Le nuove piattaforme digitali, infatti, saranno in grado di far conoscere a chi le saprà gestire non solo ciò che gli operatori fanno o come lo fanno, ma anche con quale motivazione lo fanno, nelle differenti fasi della commessa e del ciclo di vita.

Affermare provocatoriamente «il BIM è morto, viva il BIM!» significa, dunque, riconoscere come la maturità digitale, cioè il riconoscimento del valore del dato, costringa a ripensare le strutture giuridiche, i quadri contrattuali, gli assetti organizzativi, ma, soprattutto, evidenzi il sorgere di ruoli inediti e di processi ibridati.

Ciò che appare sterile è la pretesa che la digitalizzazione efficienti i processi storicizzati senza porli, piuttosto radicalmente, in discussione.