Riflessioni su Riccardo Morandi, di Maurizio Morandi

10/04/2019 501

L'iniziativa di Enzo Siviero di raccogliere una serie di testimonianze e di impressioni che si sono sviluppate in questi mesi, dopo il crollo del ponte sul Polcevera, mi pare estremamente importante.

La serie di attacchi a mio padre - Riccardo Morandi, progettista del ponte - che abbiamo visto svilupparsi in questi mesi tendeva a colpire l'intera sua storia di ingegnere progettista, sia di ponti che di tante altre opere di architettura. È probabile che le ragioni di questi attacchi siano state in alcuni casi determinate da crassa ignoranza, ma non possiamo davvero escludere che si sia spesso tentato di dare le responsabilità del crollo al progettista, quando invece - come ben presto è emerso - la manutenzione è stata del tutto insufficiente e la verifica delle condizioni in cui versava la struttura si sono palesate assai scarse, manchevoli o del tutto mancate. E questo nonostante che lo stesso progettista avesse più volte messo in evidenza e segnalato la necessità di controlli e verifiche di questa struttura, che come sappiamo, era stata sottoposta a carichi assai superiori a quelli previsti nel momento della sua progettazione ed era esposta - per la sua posizione - ad agenti atmosferici particolarmente degradanti per il calcestruzzo.

Per fortuna questi attacchi - portati avanti da persone non informate e scarsamente competenti - sembrano finiti e hanno lasciato lo spazio ad interventi basati sullo studio scientifico del crollo, nel tentativo di comprendere le cause che lo hanno determinato. A questi interventi se n'è aggiunta un'altra serie nella quale sono state ricordate sotto diversi aspetti le qualità e le capacità tecniche e progettuali di mio padre, già famose e riconosciute da decenni a livello internazionale. Si è trattato di testimonianze restituite nei convegni, negli articoli sulla stampa, nelle interviste televisive.

Colgo l’occasione di questo piccolo contributo per ringraziare, anche a nome di tutta la nostra famiglia, queste persone per i contributi scientifici dati in queste occasioni, per le belle parole e l'atteggiamento ponderato, ma anche per la stima e l'affetto veramente commoventi.

Il crollo del ponte sul Polcevera è stata una tragedia,

una tragedia anzitutto per le 43 vittime innocenti e le loro famiglie, quindi una tragedia per la città di Genova che si è vista mancare un elemento fondamentale per la sua organizzazione urbanistica. Vorrei aggiungere che il ponte sul Polcevera era divenuto un emblema della città, una forma a testimonianza delle scelte di progresso fatte negli anni della sua costruzione, della grande crescita nella ricerca dell’ingegneria strutturale e dell’architettura degli anni ’60 e ’70 in Italia.

Marzia Marandola, professore di storia dell’architettura contemporanea presso l’università La Sapienza di Roma, ha detto recentemente che il crollo del ponte sul Polcevera denuncia l’incapacità dell’Italia di mantenere le grandi opere di ingegno che sono state realizzate negli anni della ricostruzione. Vorrei illustrare molto brevemente alcune caratteristiche per le quali questo ponte è stato riconosciuto come una delle grandi opere di ingegno alle quali appunto si riferisce Marzia Marandola; queste caratteristiche contraddistinguono peraltro l’intera attività progettuale e costruttiva di mio padre.

La continuità della ricerca.

Il ponte sul Polcevera è un’opera che si inserisce in un percorso di ricerca di mio padre su una tipologia specifica di ponti - i ponti strallati - iniziata prima di Genova e continuata successivamente con molte altre opere.

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La continuità della ricerca e la sua memoria erano considerate da mio padre un cardine della progettazione. Tutti i progetti erano conservati nell’archivio dello studio che forniva così una componente essenziale nell’elaborazione del progetto: la documentazione sullo sviluppo di quella ricerca.

L’archivio era quindi visto non come semplice raccolta di testimonianze del passato, ma come componente attiva per la riflessione sui nuovi progetti. Per questo l’archivio è sempre stato mantenuto all’interno dello studio e opportunamente ordinato in modo da potervi accedere con facilità.

Questo archivio alla chiusura dello studio Morandi è stato dato in deposito all’Archivio di Stato che lo ha accolto nella sua interezza. Oltre ai progetti sono stati depositati tutti i materiali documentari inerenti e accessori alla costruzione dei progetti: pratiche amministrative, bandi di concorso, corrispondenza, rapporti con le istituzioni, rapporti con le imprese ed ogni altra documentazione di ciò che è intervenuto nel periodo dell’elaborazione del progetto e della realizzazione dell’opera

L’Archivio di Stato ha fatto un’eccezionale opera di riorganizzazione e riordino dei materiali per cui attualmente tutti i progetti sono facilmente consultabili e a disposizione degli studiosi e dei ricercatori.

Vorrei ricordare a questo proposito uno dei tanti episodi di ignoranza e tendenziosità che hanno caratterizzato l’informazione fornita dai media nei mesi scorsi. A pochi giorni dal crollo, mentre si cercavano notizie sulle possibili cause della tragedia, è comparsa sulla stampa la notizia - presentata in modo molto evidente e aggressivo, come in un giallo - che il progetto Morandi del ponte sul Polcevera era scomparso, inaccessibile e introvabile.

Naturalmente il progetto era invece depositato presso l’Archivio di Stato dall’inizio degli anni ’90 del secolo scorso e consultabile da chiunque ne facesse richiesta.

La metodologia progettuale utilizzata nella progettazione delle strutture.

Carattere centrale di questa metodologia di mio padre è la progettazione "in simultanea" della struttura e della sua forma estetica: sosteneva infatti che Il calcolo esatto e la correttezza della progettazione strutturale non sono da soli in grado di creare una struttura architettonica "bella".

In un’intervista su Domus del 1984 contestava la celebre affermazione di Pierluigi Nervi per il quale tutto ciò che è staticamente corretto è bello, affermando che davanti a un problema strutturale esistono molte soluzioni tecniche ed economiche assolutamente analoghe. La scelta della soluzione da adottare non è quindi tecnica, ma appartiene ad un'altra sfera: quella dell’appropriatezza complessiva dell’opera che coinvolge la sfera artistica e quella estetica.

In una intervista filmata fatta da Angelo Cetica nel 1985, parlò del ruolo dell’inconscio e dell’aspetto soggettivo che intervengono in queste scelte. Questo non significa ovviamente che trascurasse i problemi tecnici e costruttivi: l’attenzione alla struttura e al sistema costruttivo per ogni opera era una fase centrale del suo lavoro, nella quale spesso studiava e disegnava lui stesso i particolari costruttivi di qualunque elemento potesse essere utile, fosse pure l'ultimo bullone.

Per capire questo atteggiamento culturale è invece importante ricordare come la sua produzione non fosse mai il risultato di una sommatoria di analisi, ma - in virtù della straordinaria competenza acquisita come costruttore - era una progettazione sintetica, per immagini, per la quale le opportune analisi e i calcoli strutturali erano visti alla fine anche come verifica e approfondimento di scelte complessive e simultanee sulla forma e il carattere dell’opera.

Il rapporto con il paesaggio.

Il ponte sul Polcevera costituisce una delle testimonianze privilegiate dell’importanza che mio padre attribuiva al paesaggio e al ruolo che una grande struttura poteva avere nell’ambiente. In questo caso l’ambiente è una periferia urbana, con la ferrovia, un contesto industriale con le sue pertinenze, un corso d'acqua dissestato, un posto designato dall'assenza di forma e di carattere.

Al ponte e ai suoi sistemi di accesso era stato dato nel progetto il ruolo di rovesciare positivamente queste valenze, di costruire l’immagine di un paesaggio di qualità, di connotare con una figura di arditezza e progresso l'ambiente della zona industriale, di costituirne un monumento.

In altri casi il ponte si inseriva differentemente nel paesaggio. Il ponte sul lago di Sabaudia si uniforma all’ambiente assecondando le linee orizzontali che lo caratterizzano (la duna, la spiaggia, i canali di bonifica).

Altrove è stata la drammaticità del paesaggio a fare esprimere la struttura strallata in tutta la sua essenzialità e durezza: è il caso del ponte sul Wady Kuf in Libia che sovra-passa un vallone molto profondo, con un paesaggio particolarmente duro e accidentato, come drammatiche erano state le vicende storiche delle quali era stato scenario, della resistenza libica contro un'Italia colonialista, violenta e fascista. Il ponte lì diventò il monumento a quella resistenza.

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Questi e altri esempi contribuiscono a delineare un rapporto con il progetto, in questo caso di ponti, che non era mai autoreferenziale. Il paesaggio era essenziale nel concepimento della forma dell’opera.

riccardo-morandi-progettista-di-ponti-e-coperture.jpgQuindi a conclusione di questo intervento cito nuovamente l’intervista rilasciata a Cetica, nella quale Riccardo Morandi dice “io non sono capace di progettare o disegnare un ponte se prima non ho passeggiato sul luogo. Con questa passeggiata "bevo" l’ambiente, con un processo inconscio, così da fare entrare il ponte nel paesaggio: a volte come un’emergenza caratterizzante, altre volte come un nuovo elemento che vi si inserisce e in alcuni casi può contribuire a qualificare il paesaggio”.


Questo articolo fa parte di un approfondimento curato da Enzo Siviero su Riccardo Morandi visibile a questo LINK.