Riflessione (amara) sulla progettazione oggi in Italia

edificio-costruzione-700.jpg

Continuo ad ascoltare e a leggere di dubbi dei progettisti tra interpretazione dei requisiti di normativa, risultati dei metodi computazionali e dettami del buon senso pratico e mi chiedo: non è che stiamo facendo un po' di confusione? 

Normativa vs metodi computazionali = 1-0

Purtroppo in un Paese dove la progettazione DEVE essere fatta a norma di legge, il criterio che vince è quello di seguire la normativa. Una normativa però non sempre chiara, spesso contraddittoria e sicuramente non incline ai metodi computazionali. Assistiamo infatti a richieste di normativa alle quali NON SI PUO' dar risposta senza usare metodi computazionali ma che, di contro, sono formulate senza tener conto delle caratteristiche di questi ultimi. 

Da ex presidente dell'AIST posso affermare che le software-house non sono mai state invitate ad un tavolo per contribuire alla revisione della norma. Questo snobbismo è anche offensivo. Il buon senso può far applicare la formula di normativa per il taglio ad una sezione circolare, ad esempio, ma costruire un algoritmo che faccia confluire tale rigida formula di normativa in una formulazione algoritmica per la generalizzazione del problema è impossibile.

Occorrerebbe una formulazione, nelle norme, squisitamente orientata alla meccanica computazionale, ma questo una norma prescrittiva e classificatoria non può farlo. 

Quindi nascono concetti e considerazioni peregrine come validazione del software e responsabilità del progettista nel valutare le capacità computazionali di rispondere correttamente ai requisiti di normativa. Così si scaricano solo sugli altri le responsabilità che non ci si vuole assumere. 

Poiché abbiamo detto che la normativa non è e non può essere esaustiva sotto il profilo computazionale, è assurdo pensare di trovare dei metodi di validazione. Naturalmente i tecnici che scrivono le norme non producono casi prova per la validazione, e sì che abbiamo fior fiore di istituzioni, accademie, associazioni che potrebbero farlo. Il fatto è che si scoprirebbe che “il re è nudo” come grida il bambino nella favola de “I vestiti nuovi dell'imperatore”. 

Aggiungiamo un’altra riflessione. 

Il problema di fornire dati alla Pubblica Amministrazione per ottenere permessi, è un problema che segue formulazioni prettamente italiane e anzi regionali. Pertanto si affida il soddisfacimento di requisiti piuttosto complessi a produttori di software che operano in un mercato microscopico e non particolarmente rigoglioso. Ci sono gli Eurocodici, si dirà. Ma ci sono il SieRC in Calabria, poi SismiCa, la Muta in Lombardia, Opengenio nel Lazio, Portos in Toscana e così via. 
Ho seguito solo il SieRC perché fu il primo. Mi pare sia costato un milioncino, poi c'è stato un ricorso ed è stato rifatto, col nome di SismiCA, non so se con altri costi. Ogni regione vuole il suo sistema, le regioni sono venti. Diciamo venti milioncini di soldi nostri? Non vi sembrano un po' buttati? Oltretutto non si può informatizzare la trasmissione di dati in venti formati diversi. 

Non si potevano coinvolgere le softwarehouse già impegnate da anni nel settore? 

Mi pare che nessuna sia stata chiamata a collaborare. 

Si parla tanto di digitalizzare ma per digitalizzare occorre prima uniformare, pensare i formati etc. Qui pare si digitalizzi la penna d'oca...

E se il BIM viene visto come la salvezza per gli appalti, perché invece non va bene – come sostengo da anni – per il deposito delle pratiche? Non è un controsenso? Quindi c'è qualcosa che fa rabbrividire, se ci si pensa bene. Ma nessuno trova ridicolo tutto questo, se non anche uno sperpero assurdo di danaro pubblico? Si vedono articoli trionfalistici redatti soprattutto da produttori di software e da “addetti ai lavori” sull'apologia della norma e la dichiarazione di perfetta sottomissione al dogma. Sarebbe il caso di essere meno sottomessi e manifestare maggior orgoglio per la propria professionalità, se non altro perché se non si ha rispetto per il proprio lavoro, si dimostra di non averne neanche per quello degli altri. 

La burocratizzazione del progetto strutturale e l'impoverimento delle competenze computazionali degli operatori italiani

Sul problema del supporto locale al progetto con metodi computazionali, si assiste ad un invecchiamento senza significativa alternanza degli operatori del settore informatico. Sarà inevitabile nel giro di pochi anni affidarsi, come sta già accadendo, a software non nazionali affiancati da sviluppi di software scarsamente avanzati per il soddisfacimento dei requisiti burocratici italiani. Si va, cioè vistosamente verso la burocratizzazione del progetto strutturale e all'impoverimento delle competenze computazionali degli operatori italiani.

Tra pochissimi anni il progetto strutturale sarà supportato solo dalle “multinazionali”. 

Niente da eccepire. Vorrei poter vedere però come reagirà la pubblica amministrazione quando gli verrà presentata una relazione di calcolo scritta per un mercato internazionale. Addio Muta, Opengenio e SismiCa. Si accontenteranno, anzi imporranno, forma senza sostanza. Intanto sarà andato distrutto un altro po' del nostro patrimonio non solo culturale. 

Qualcuno mi vorrà spiegare perché siamo europeisti fin agli standard sulla curvatura delle banane ma se parliamo di regolamenti per le costruzioni diventiamo nazionalisti anzi regionalisti? 

A pensar male... diceva Andreotti. 

Chi scrive non ha motivo di nascondere che dopo quaranta anni spesi a coltivare la passione per la meccanica computazionale, ora, a vedere il grafico a colori del PAM, ha la nausea, e non solo per la sciocca banalità di questo, quanto perché non è difficile rendersi conto che dietro alle frecce colorate ci sono incertezze metodologiche paurose che i bei colori nascondono, e che nascondono anche alla preparazione e consapevolezza delle nuove leve. Ormai si sente una sola richiesta dai progettisti: io devo riempire il modulo! 

Purtroppo il problema non è di poco conto. 

Le testate giornalistiche e i blog e i forum e i social parlano solo di decreti legge e di provvedimenti governativi. Sembrano organi di organizzazioni politiche. Certo, tutti guardano ad opportunità di avere qualche elemosina dallo Stato ma, per la miseria! un po' di cultura tecnica mai? Io non pretendo di dare giudizi sul crollo del ponte sul Polcevera perché non pretendo di averne le competenze, ma anche lo sfoggio di cultura di cercare i difetti nell'opera di un grande genio mi pare davvero meschino. Si vuol sempre ridurre la grandezza alla propria mediocrità. 

E mi chiedo se una cultura delle strutture più diffusa, più radicata nelle coscienze, più diffusamente consapevole non potrebbe portare a intervenire, prevedere, valutare, anche temere, con maggior lucidità e convinzione. Anche con un po’ più di umiltà. Sono tempi di amare riflessioni.