La Sfida Digitale: Incognita per l’Operatore

Vi sono ormai espressioni ripetute con regolarità da coloro che ritengono che il settore della costruzione e dell’immobiliare si stia trasformando digitalmente: tra di esse, oltre all’immancabile Building Information Modeling, si annoverano 5G, Additive Manufacturing, Alliancing, Artificial Intelligence, Automation, Blockchain, Cyber Security, Cognitive Computing, Digital Surveying, Digital Twin, Drone, Internet of Things, Mixed Reality, Off Site Construction, Robotics, Self Driving Machinery, Smart City, Smart Contract.

Trasformeremo tutto in dato numerico ?

Angelo Ciribini e la Sfida DigitaleL’ambizione è quella, per un lato, di ridurre tutto ciò che accade a dato numerico e, per un altro canto, di automatizzare tutto ciò che è ripetitivo.

Di fatto, tutte queste categorie, che corrispondono ad ambiti tematici assai eterogenei tra loro, sono accomunati dalla possibilità che siano affrontati olisticamente entro un unico ecosistema, entro una sola piattaforma digitale.

È per questa ragione, a mio avviso, che gli ambienti di riferimento saranno sempre più costituiti da quelle infrastrutture orizzontali legate ai Web Service, in grado di verticalizzarsi, gestite dalle Technology Company che, partendo probabilmente da un certo agnosticismo, interverranno sempre più verticalmente e più (in)direttamente.

Immaginiamo, per un attimo, che tutto ciò sia, anziché essere fenomeno sperimentale ed elitario (per molti risvolti), patrimonio acquisito nelle prassi quotidiane degli operatori: avremmo davvero un settore più produttivo, più sicuro, più sostenibile, più circolare?

Se non volessimo porre l’interrogativo in questi termini dovremmo farlo chiedendoci in che misura una risposta affermativa al quesito non presupponga una revisione profonda dei Business Model attuali nella direzione dell’erogazione di Added Value Service.

Credo, in altre parole, che, nella foga di promuovere l’armamentario che è stato precedentemente menzionato, si stia dimenticando a quali condizioni e con quali esiti la evoluzione digitale possa avverarsi.

Quali oneri per la trasformazione digitale

Ovviamente, le prime preoccupazioni riguardano gli oneri che tale trasformazione comporta, oltre alla sollecitazione che essa genera sugli aspetti mentali e culturali degli attori.

Del resto, a prescindere dalla sostituzione di lavoro umano con algoritmi e automi, l’opinione di coloro che si mostrano maggiormente ottimisti verte sull’aumento dei volumi occupazionali, previa riduzione di molte delle mansioni attualmente svolte, cosicché tale incremento riguarderebbe inevitabilmente nuove professionalità.

Ritorniamo, dunque, a un doppio registro del racconto del cambiamento digitale che è operato dai Player che lo stanno promuovendo, nel senso che esso si incentra contemporaneamente su un livello elementare, il «BIM», e su un livello complesso, dovuto alla «Smartness».

Quali effetti produrrà questa specie di percorso iniziatico in un contesto economico in cui il tessuto sia della Domanda sia dell’Offerta è così parcellizzato?

Soprattutto, se si sottomettesse l’elenco iniziale delle «meraviglie» a uno qualsiasi dei micro e dei piccoli attori del comparto e si ipotizzasse che esso lo recepisse integralmente, che cosa resterebbe di questo operatore, nel senso di poter sopravvivere nella sua identità originale?

Onestamente, ciò che intravedo è una pressoché totale assenza di riflessione critica sulle politiche e sulle strategie da porre in essere in maniera tale da poter orientare la trasformazione.

È palese, infatti, che se il processo evolutivo dipendesse dall’adesione a un «catalogo» antologico di innovazioni di prodotto e di processo, sussisterebbe la possibilità che gli operatori attuassero investimenti ingenti in maniera casuale, accorgendosi, in seguito, che l’interoperabilità tra tutti i dispositivi coinvolti fosse piuttosto scarsa.

Si tratta, in effetti, di assicurare la migliore interconnessione tra le entità, ma, specialmente, la convergenza dei flussi informativi tempestivi e ubiqui.

La dicotomia che è presente tra i dispositivi tangibili finalizzati a uno scopo specifico e l’intelligenza immateriale che ne dovrebbe orientare le azioni appare risolutiva: è chiaro che attingere dallo «scaffale» delle innovazioni tecnologiche senza disporre di una «rete» di relazioni tra di esse indurrà esiti controproducenti.

Digitalizzazione: paradiso o inferno?

La digitalizzazione, in questo modo, descritta come la inarrestabile panacea per tutti i mali, si tradurrebbe in un meccanismo infernale al quale sia impossibile sottrarsi.

D’altra parte, se si guarda, ad esempio, alla tematica della Design Automation e del Machine Learning, ci si rende sempre più conto che l’automazione di azioni ripetitive e la previsione basata su serie storiche, piuttosto che sottrarre occupazione al mercato professionale, rischino di banalizzarlo, poiché dirigono le scelte verso soluzioni «ottimali» e riproducono elementi pregiudiziali nelle opzioni.

Il che suggerisce che, se sino a poco tempo fa, la preoccupazione principale pareva interessare la natura della transizione digitale, attualmente la sua natura risulta essere la maggiore incognita.

Naturalmente, i governi, da ultimo quello brasiliano, nonché la stessa Unione Europea, attraverso la Commissione, cercano di darsi percorsi pluriennali a partire, logicamente, dal «BIM», prevedendo, talora, obblighi incrementali lungo gli anni.

Alla fine, però, gli obblighi sono materializzati nelle categorie generali, tanto che, ad esempio, non è chiaro a tutti, o comunque sussistono diverse interpretazioni sul tema, che cosa significhi operare digitalmente in qualità di committente.

Soprattutto, occorre riflettere sul futuro delle generazioni più mature ancora in età lavorativa sia sulla misura nella quale esse riusciranno sul piano operativo a digitalizzarsi strumentalmente sia in quale modo, detenendo un potere decisionale, sapranno governare il Change Management.

Tutto ciò, come è evidente, si svolge, maggioritariamente, in Cloud e nel Web: la qual cosa, come rilevato, sottolinea le ambiguità dei soggetti che ospitano nei confronti di quelli che sono ospitati, poiché sussiste una contraddizione implicita tra la facoltà di (r)accogliere i dati altrui per facilitarne il compito e, in osservanza alla legislazione sulla tutela della proprietà e della riservatezza di questi asset, la rinuncia a sfruttarne le potenzialità.

 

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Come dimostrano, a titolo esemplificativo, i produttori e i noleggiatori dei macchinari per il movimento terra, conta maggiormente la disponibilità orizzontale di grandi moli di dati che non quella verticale relativa a ogni singolo cantiere.

Per questa ragione, occorre porre l’attenzione sul fatto che il termine «collaborazione», adoperato ossessivamente, sia affatto fuorviante.

Non si tratta, infatti, mettere, all’interno di una commessa, il proprio operato parziale al servizio dell’economia generale della stessa, bensì di condividere i dati numerici che in essa sono originati, trasformati, soppressi.

La condivisione restituisce, dunque, l’immagine di una collaborazione obbligata, che è forzata dal mettere in comune interessi e contenuti separati e distinti: con-divisi.

Il tutto, peraltro, si verificherebbe in una condizione di incessante connessione e tracciabilità, dalla valutazione iniziale dell’investimento alla dismissione finale del cespite.

Ritengo sia, perciò, chiaro il motivo per cui, in un contesto contraddistinto dalla «sorveglianza», non possiamo dipingere l’avventura digitale come così radiosa e abilitante.

Per essa, infatti, le questioni etiche e quelle giuridiche sono forzatamente destinate a prevalere.

things digital wearable devicesIn ogni caso, ancora una volta, veramente possiamo raffigurarci, tra gli altri, il tecnico comunale, dedito al visual programming, indossante in continuazione wearable augmented device, che interagisce responsivamente con l’edificio sede dell’amministrazione comunale, che sovrintende all’esecuzione di contratti computazionali, che monitora in remoto i cantieri pubblici e privati, che governa in tempo reale semi-automaticamente la permessualistica, che gestisce il parco immobiliare comunale attraverso i gemelli digitali?

E se così fosse, sarebbe ancora il «tecnico» che conosciamo?

 

La conclusione del ragionamento concerne, pertanto, l’identità dei soggetti che, in futuro, trarranno profitto da inediti servizi a valore aggiunto che la digitalizzazione del settore della costruzione e dell’immobiliare indurrà, in analogia a quanto si verificherà per il Digital Banking.

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