Ceti Intermedi, Digitalizzazione Sistemica e Industrializzazione Edilizia

 

A che punto siamo con la trasformazione, non solo digitale, ma anche circolare e sostenibile, del settore della costruzione e dell’immobiliare?

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È questa, ovviamente, una domanda a cui è molto difficile rispondere, non sia altro che per il solo aspetto relativo alla digitalizzazione, per il quale palesemente le applicazioni pratiche maggiormente diffuse riguardano la progettazione, mentre quelle inerenti alla committenza, alla realizzazione e alla gestione delle opere risultano, allo stato delle cose, minoritarie.

Il punto è, comunque, che talora la pubblicistica onnipervasiva produce una percezione «ottimistica» dello stato reale di adozione degli strumenti, per non dire dei metodi.

Attraverso la comunicazione, infatti, ogni argomento e ogni possibilità appaiono rapidamente acquisite, nel senso che non rappresentano più un «valore di novità».

Eppure, anche in presenza di dimostrazioni della loro applicazione, ancora, peraltro, assai modeste in valori assoluti, a una prima indagine approfondita i punti di debolezza appaiono spesso impietosamente.

Se così è, i quesiti non possono riguardare quanto valga, in cifre d’affari, il mercato della digitalizzazione, bensì quale livello di maturità si sia effettivamente raggiunto in esso, in un ambito che dovrebbe essere fisiologicamente sistemico, ma che, al contrario, vede adozioni quasi sempre parziali.

D’altra parte, la sensazione è che sussista uno scarto tra le ipotesi e gli scenari avanzati dai maggiori ICT Player del settore nelle loro espressioni internazionali e il messaggio che, attraverso le filiazioni locali, giunga veramente all’«operatore medio».

Maturità digitale dei ceti intermedi

Se non possiamo, dunque, disporre di una metrica precisa per valutare il fenomeno, è possibile, tuttavia, cercare di individuare quale sia il ceto professionale e imprenditoriale a cui guardare con maggiore interesse.

Esiste, in effetti uno zoccolo duro di organizzazioni di un segmento superiore, e, talvolta, inferiore, del mercato, in grado di raggiungere un livello piuttosto avanzato di maturità digitale.

Con ogni probabilità si tratta degli operatori che sono maggiormente noti attraverso la pubblicistica e che, comunque, contribuiscono a offrire esemplificazioni nonché a fungere da soggetti di riferimento.

Sono, questi, i medesimi soggetti che iniziano a perseguire politiche di internalizzazione delle competenze, che, unitamente alle esperienze, divengono asset aziendali e che, solo a determinate condizioni, possano essere condivise o, almeno, formalizzate.

Molti di essi hanno, peraltro, tempestivamente subito l’influenza di committenti particolarmente attrezzati e consapevoli sia sul mercato domestico sia sui mercati internazionali.

Quanto, poi, tali organizzazioni fungano da effettivi stimoli all’emulazione è tema da discutere e da verificare, poiché l’imitazione implica che vi sia preliminarmente un riconoscimento di affinità: in ogni caso, l’attenzione da nutrire nei confronti di attori strutturati, quali quelli «intermedi», ma non ancora pienamente investiti dalla «cultura del dato», deve assumere caratteri strategici.

Ciò che a essi occorre proporre non può essere, naturalmente, un insieme di tecnologie e di dispositivi, bensì una vera e propria politica di crescita culturale, dimensionale e operativa che passi attraverso un progetto di riconfigurazione del comparto che veda tali soggetti protagonisti.

Digitalizzazione sistemica e l'importanza della «cultura del dato»

Questo disegno, che inerisce non solo ai processi aggregativi, verte chiaramente sulla rivisitazione della catena di fornitura, prevedendovi riposizionamenti e rimozioni.

Che sia, ancora, probabilmente la realizzazione da effettuarsi On Site o, al limite, Off Site, l’esigenza che si pone è quella che esposizioni, convegni, formazioni, consulenze, siano convergenti verso e mirati a un percorso evolutivo, ma pure trasformativo.

A essi, pertanto, andrebbero, anzitutto, proposti approcci improntati al Change Management in cui, ad esempio, all’interno di un evento convegnistico ed espositivo, siano mostrati ecosistemi in grado di supportare flussi di lavoro digitalizzati, cosicché tali operatori, prima ancora di interessarsi ai singoli «strumenti» abbiano chiari i passaggi di crescita e che non siano distratti da soluzioni puntuali estranee a un quadro d’assieme il più coerente possibile.

La «piattaforma» convegnistica e fieristica non è esclusivamente l’infrastruttura che agevola la collaborazione e la connessione, ma è pure una «visita guidata» alla dimensione della digitalizzazione.

Per questa ragione, continuando nell’esempio, al di fuori di una convegnistica di alto livello e di una serie di dimostrazioni pratiche relative agli strumenti, il viaggio, materiale e immateriale, che abbisognano di compiere i rappresentanti dei «ceti medi» è, al contempo, un percorso di acquisizione della consapevolezza digitale e di interiorizzazione di una cultura industriale.

Questa cultura industriale si basa su criteri e su mentalità che facciano ricorso al dato numerico per rendere i propri processi maggiormente prevedibili, controllabili, e, di conseguenza, efficienti ed efficaci.

L’industrializzazione del settore, che non equivale forzatamente alla replica pedissequa dei modelli manifatturieri, dipende, perciò, dalla Data Strategy adottabile per questi operatori, che deve originarsi da modalità di strutturazione dei dati e delle informazioni che siano sfruttabili entro una determinata piattaforma digitale: «industriale», appunto.

Per questa ragione, le proposte espositive, convegnistiche, formative e consulenziali dovrebbero seguire una Road Map che, sin dall’inizio, accompagni le organizzazioni verso un processo di acquisizione di una cultura industriale digitalmente abilitata.

All’interno del percorso in questione il fine non può essere, singolarmente, perciò, dato dalla circolarità, dalla sostenibilità né tanto meno dalla digitalizzazione, quanto dal ripensamento dei flussi informativi e decisionali che conducano il «ceto intermedio» a una crescita progressiva, innanzitutto, sul mercato domestico e, in prospettiva, su quelli internazionali.

Modern Methods of Construction e la System Engineering potrebbero supportare la trasformazione del comparto, sotto i profili della circolarità, della sostenibilità e della digitalizzazione

La ragione per cui, sia pure con tutti i correttivi immaginabili rispetto alla storia anti- o pre- industriale recente, e non solo, del settore e alla prevalenza degli interventi sul costruito, i cosiddetti Modern Methods of Construction, ma, soprattutto, la System Engineering, potrebbero validamente supportare la trasformazione del comparto, sotto i profili della circolarità, della sostenibilità e della digitalizzazione, risiede, specialmente, nella essenza logistica dell’assemblaggio dei componenti che sollecita la ricostruzione della catena del valore ristrutturando la catena di fornitura, ormai interconnessa in cloud in termini geo-spaziali, forzando progettisti, produttori, distributori e costruttori (oltre che gestori) ad assumere ruoli e responsabilità inediti.

Come affermato, se è vero che le logiche digitali ben si prestano ad abilitare processi imperniati sulla produzione «fuori opera», non è questa sempre la via obbligata, dato che, specialmente per i professionisti, attualmente la cultura manifatturiera (del Design for Manufacturing & Assembly, per intendersi) appare per lo più estranea e, in una certa misura, inconciliabile colla mentalità consolidata.

Si tratta, tuttavia, di riconoscere che la essenza industriale risieda nell’accoglimento di criteri che tendano a generare «valore» eliminando gli «sprechi», vale a dire le inefficienze nei processi.

Il che spiega perché in un ipotetico viatico espositivo, convegnistico, formativo, consulenziale, la «visita» delle soluzioni tecnologiche, oltre che essere affiancata da un racconto organizzativo, richieda pure una narrazione giuridica, tanto più che l’ambito di applicazione del mercato digitalizzato tende a muovere verso la dimensione distrettuale, come anche la categoria della «rigenerazione urbana» sembra indicare.

Conseguentemente, edifici e infrastruttura, coi loro «gemelli digitali», non hanno ormai più ragione di sussistere se non collocati letteralmente entro un ambito «territoriale», la loro «connessione» non è solo letterale, ma riguarda la trasposizione degli «accadimenti» in «dati».

È, ormai, infatti, chiaro che, sul tema della digitalizzazione, gli operatori siano sommersi da una crescente offerta di soluzioni legate ad applicativi intangibili e a dispositivi tangibili, la cui onerosità non è solo intrinseca, ma, soprattutto, riguarda l’assenza di soluzioni che «colleghino» i dati connessi in maniera strutturata e proficua.

Gli stessi produttori di soluzioni digitali, in realtà, intravedono nello «sfruttamento del dato» la fonte primaria di business, cosicché il valore aggiunto deriverà sempre più dalle «intelligenze» che essi sapranno «mettere a disposizione» agli attori del settore, proporzionalmente, però, alla volontà di questi ultimi di «mettersi a disposizione» dei primi.

D’altra parte, come è stato evidente anche da un nuovo dibattito occorso recentemente presso la House of Lords a seguito di una comunicazione di Lord Bourne of Aberystwyth, (Parliamentary Under-Secretary (Housing, Communities and Local Government) serve, per la diffusione della Nuova Industrializzazione Edilizia, una politica governativa capace di assicurare direzioni precise e volumi ingenti, per segmenti di mercato quali, ad esempio, quello dell’edilizia residenziale tesa a fini sociali: nel Regno Unito come in Germania.

Si osservi che, tutto sommato, a livello fieristico, un ruolo di stimolo fondamentale, in passato, a questo proposito è stato assunto dalle mostre e dai convegni internazionali promossi dal SAIE, nella misura in cui il luogo di incontro degli operatori costituiva anche l’occasione per discutere di strategie industriali.

Se, tuttavia, lo sforzo producesse una nuova generazione di medie strutture professionali e imprenditoriali in grado di interpretare la nuova cultura industriale, capace, ovviamente, di traduzioni non letterali dei paradigmi manifatturieri, resterebbe, attraverso ibridazioni, da conferire a essi anche una «cultura del servizio».

È proprio su questo terreno, dello as a Service ancora embrionale sui mercati internazionali, i cui campioni come WeWork, sono, tuttavia, già ben noti universalmente (e presenti anche sul territorio nazionale), che occorrerebbe trasferire gli esponenti del «ceto intermedio», laddove la contemporaneità cui alludono i Modern Methods investe prodotti/servizi inerenti a diverse value proposition.

La morale del ragionamento sta, perciò, nella considerazione per cui tutti i famigerati benefici del «BIM», consistenti nella maggiore attrattività, nella compressione dei tempi, nell’abbattimento dei costi, e così via, in definitiva, possano contribuire a rendere i competitori più efficienti ed efficaci, ma, su una scala assoluta, i margini di profitto restano limitati a pochi punti percentuali, nei casi di maggiore successo.

Sono, invece, i «servizi a elevato valore aggiunto» che derivano dallo «snaturamento» dei prodotti tradizionali.

Se, infatti, il prodotto digitalizzato vive di «oggetti», il servizio digitalizzato vive di «relazioni»: la transizione dalla «oggettualità» alla «relazionalità» rappresenta, di conseguenza, la maggiore sfida.

Sfortunatamente, «BIM» e «Digitale» oggi appaiono come categorie familiari, ma vaghe, onnicomprensive, entro le quali l’offerta espositiva, convegnistica, formativa, consulenziale, è molto eterogenea e assai disordinata.

Occorre, dunque, un percorso «comunitario» che si prefigga scopi determinati, che offra agli operatori «mediamente strutturati» una «infrastruttura» concettuale e operativa entro cui orientarsi e muoversi.

È chiaro, infatti, che, per una iniziativa che, a titolo esemplificativo, voglia «mettere in mostra» il mercato delle soluzioni digitali per il settore, gli exempla proposti come sommatoria e accompagnati da introduzioni variegate non possano più bastare.