E del BIM... ne vogliamo parlare?

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Vogliamo parlare del BIM?

re-nudo.jpgNon certo sotto il profilo tecnico che ormai anche su Topolino ci sono forse storie di Paperone che vuole che il suo nuovo deposito sia progettato con il BIM, parliamone come fenomeno sociale.

Forse tre o quattro anni fa se dicevate BIM ad un professionista pensava all'illusionista di Sim Sala, appunto, BIM, cioè Silvan. Ora è di moda: senza BIM della villetta al mare non si potrà fare più neanche la manutenzione del termosifone della camera da letto.

Devo fare purtroppo una premessa per evitare che quanto dirò sia interpretato come ignoranza livorosa. Non trovo elegante, però, fare un curriculum professionale dell'autore così mi limiterò ad asserire che, come Softing e sotto il mio coordinamento, negli anni '90 facemmo un collegamento con Archicad per aprire il CAD architettonico all'analisi FEM, supportiamo su Nòlian le entità IFC da affidare ad un mesher per costruire il modello FEM, esportiamo le armature di EasyBeam in formato IFC, abbiamo proposto il SIM, un progetto per ampliare l'IFC all'analisi dinamica spettrale in modo che l'IFC possa essere valutato come alternativa regionale al deposito del progetto. ...Quindi, forse, so di che parlo.

L'esplosione del BIM e i mille dubbi....

La mia perplessità è l'esplosione BIM. Che l'informatica debba entrare nel mondo del progetto e delle costruzioni mi pare così ovvio che non varrebbe la pena parlarne, ma mi chiedo: come? Col BIM, mi si dirà continuando a credere che le mie non siano domande retoriche. Il BIM è un concetto e con i concetti non si costruiscono le case. Occorrerebbe una seria maturazione del problema che dovrebbe partire dalla standardizzazione.

Il giorno che il norvegese spacciato per greco, a sua volta ad interpretare il segno grafico di diametro sparirà dalla nostra normativa (per intenderci il famigerato “phi”) , allora comincerò a credere che qualcuno stia pensando realmente a razionalizzare e standardizzare.

Il British Standard, che è una associazione no-profit che accetta standard predisposti dall’industria o da associazioni (e non una legge dello Stato, scritta nel chiuso delle accademie di Stato), ebbene un British Standard da decenni classifica la forma delle barre con una sigla seguita dalle dimensioni necessarie (BS8666). Noi no, noi per dire in cantiere la dimensione delle staffe, gli dobbiamo fare il disegnino. In questo contesto un formato dati può essere tradotto in uno standard affidato a memorizzazione digitale? Non è chiaro.

Andiamo avanti. Ho partecipato a decine di conferenze sul BIM e tutt'ora nessuno mi ha mai detto come si classificano le procedure temporali di costruzione delle parti, per fare un esempio banale. Non so se è una cosa semplice o faraonica, non so se si possono facilmente estrarre i dati per applicare un'analisi di tempi e metodi con strumenti di nostra preferenza. Però c'è la clash detection che ti sparano ad ogni passo, operazione complessa e interessante che però con il concetto di BIM non so se ha propriamente a che fare, perché attiene ad un'analisi geometrica di entità appunto geometriche. Ottima cosa, intendiamoci, ma poco ha a che fare con un PROCESSO.

La mia ovviamente non è una critica al BIM. La mia è una critica al MODO in cui si vuol fare entrare il BIM nel progetto. La mia impressione è che dei risultati non importa niente a nessuno, ciò che importa è creare opportunità di lavoro tramite attività, anche fittizie.

Altra domanda che ho fatto senza ottenere risposta: se partecipo ad un appalto e trasmetto i dati in IFC, siamo sicuri che poi si possano e sappiano estrarre per essere valutati? Io sono certo, certissimo che non è così. E lo so per esperienza: lFC è un ottimo formato, molto vasto che contiene molti “sinonimi” (passatemi il termine) cioè corrette descrizioni di una entità geometrica, ad esempio, con modalità diverse. Ciò conferisce grande potenza al formato ma se tu dici pentola e io pignatta, un sistema automatico non è detto che conosca entrambi i termini, entrambi corretti. Oppure potrei dire teglia, padella, casseruola, paiolo che non sono esattamente sinonimi ma sfumature forse inessenziali in certi contesti per i quali un sistema automatico può trovare difficoltà. E poi, per gli appalti, come legge il verificatore i dati, con quale strumento, intendo? Un software “commerciale”, è ovvio. E sarebbe più pratico se fosse lo stresso usato per redigere il documento digitale. Cominciate a capire?

A conferma, quando è esplosa la BIM mania? Con il Decreto che lo ha reso obbligatorio per appalti sopra un certo importo! E il cerchio si chiude: il progetto in Italia è ormai normo-asservito. Non è un fatto prevalentemente tecnico. E, dietro l'obbligo di legge, nasce qualcosa che ha la stessa natura della tassa, pertanto si spiega l'interesse di chi può di imporci questa nuova tassa.

Qualche associazione fan del BIM non potrebbe fare un esempio standard di una casetta in cemento armato di due piani e quattro stanze e:

  1. illustrare class detection anche con gli elementi strutturali, gestione dei tempi e metodi, calcolo termotecnico, calcolo strutturale, interrogazione con finalità di manutenzione
  2. estrazione dei dati tramite un programma free ed open così che lo Stato non debba comprare software “commerciali” per svolgere un compito istituzionale e soprattutto non ne incentivi il monopolio.
  3. consentire a qualsiasi programma di verificare la compatibilità con il formato.

Finché non vedrò una cosa così semplice, avrò dei dubbi. Per il punto 3, già sento che c'è chi dice che si può far “validare” da buildingSmart (ente che custodisce l'IFC) il software. Questa operazione è costosissima, è una tantum, ha una procedura da seguire. Se si vuole realmente l'interoperabilità, e non solo come uno specchietto delle allodole, una piccola software specializzata in operazioni semplici su elaborazione di dati IFC, non deve essere obbligata a investire alcune decine di migliaia di euro per capire se sta andando nella giusta direzione!

Esiste una democrazia digitale?

Occorre poi fare un discorso sulla DEMOCRAZIA o, se vogliamo, sulla “democrazia digitale”. Noi viviamo in un apparente regime democratico rappresentativo per cui non ci chiediamo con attenzione cosa sia in effetti. Nel caso digitale, del quale parliamo, è la elaborazione dei dati digitali effettuabile in modo libero (ovviamente da chi è autorizzato ad accedere a quei dati) senza dover ricorrere a strumenti proprietari.

Il BIM nasce da più di quarant'anni come evoluzione di STEP ed EXPRESS in campo meccanico e dai CAD architettonici. Ha una storia pluridecennale e le parti più mature del BIM sono esattamente queste, sviluppate nel tempo, con la spinta solo di una sana concorrenza e tanta passione. La vera “rivoluzione” che potrebbe portare il BIM è la INTEROPERABILITA' e cioè la possibilità di consentire l'elaborazione di un progetto dalla cooperazione di strumenti diversi. Ciò comporterebbe l'esplosione di applicazioni, anche “micro-applicazioni” che potrebbero elaborare i dati del formato IFC fornendo strumenti specializzati, anche gratuiti in certi casi, per la cooperazione INTORNO ad una fonte di dati unica. Senza interoperabilità vera e con quelli che efficacemente sono stati chiamati “ecosistemi” BIM in mano a tre o quattro produttori internazionali qualcuno farà un bel business ma la collettività non avrà vantaggi sensibili né sarà incentivata la ricerca e lo sviluppo partecipato. Si avranno solo dei sudditi degli ecosistemi. Considerate che il progetto e la costruzione delle nostre case e delle nostre infrastrutture è un fatto vitale e di interesse collettivo per cui gli strumenti per governarlo devono essere DEMOCRATICI non dirigisti, è una fatto serio, molto serio di libertà.