Per un Pensiero (Auto)Critico della Digitalizzazione nel Settore della Costruzione e dell’Immobiliare

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Le recenti tornate elettorali, al netto della variabilità e della volatilità con cui hanno premiato forze politiche diverse di volta in volta, hanno evidenziato la costante relativa alla dicotomia tra città e campagna, tra centro e periferia, forse tra analogici e digitali.

Si tratta, in realtà, di una contrapposizione assai più articolata, che non presenta necessariamente una connotazione spaziale o territoriale in merito all’esclusione o all’inclusione: nelle reti interconnesse, nei sistemi economici internazionali, ecc.

Questo pretesto, in ogni caso, potrebbe consentire di estendere il ragionamento ai processi innovativi legati al settore della costruzione e dell’immobiliare che vedono nella digitalizzazione il principale fattore abilitante trasformativo nella direzione della sostenibilità e della circolarità.

È ormai chiaro, infatti, che la digitalizzazione, anche nel settore della costruzione e dell’immobiliare, debba richiedere un approccio critico, che non possa essere considerata aprioristicamente positiva, benché appaia, peraltro, probabilmente inevitabile e inarrestabile.

Di conseguenza, è utile domandarsi se essa possa intersecare le linee divisive inclusive ed esclusive di cui si parlava poc’anzi per le dinamiche politiche e sociali, vale a dire, se essa possa costituire un agente di esasperazione dei divari nei tessuti committenti, professionali e imprenditoriali, di per se stessi provati dalla crisi decennale e in qualche modo già selezionati.

Non è, naturalmente, immaginabile che la geografia dei «pionieri» e dei «ritardatari» segua pedissequamente criteri, ad esempio, dimensionali o territoriali, anche se la struttura dei diversi mercati e le dinamiche dei territori è sicuramente influente.

Quale è la distribuzione geografica delle visualizzazioni degli articoli sul tema apparsi nelle riviste settoriali?

Quale quella relativa alla diffusione degli applicativi, ormai a consumo?

Si possono, comunque, avanzare alcune timide ipotesi di lavoro sulle quali instaurare un percorso teso alla comprensione dei fenomeni.

In primo luogo, bisogna domandarsi sino a che punto possa reggere una applicazione «analogica» dei processi digitali che, come già evidenziato in altre circostanze, solleva la questione sia del ricambio generazionale sia della trasmissione intergenerazionale dei saperi.

In altre parole, che tipo di acculturamento operativo delle filiere e delle catene è oggi davvero in corso? Su basi tradizionali, di «bimizzazione»?

Prevarrà un approccio che investe prevalentemente gli aspetti immediati, come la tridimensionalità, magari perpetuando la separazione tra fasi e attori del processo?

Quale ritorni sono oggi misurabili sugli investimenti, temendo in conto dei condizionamenti negativi che una mentalità consolidata possa eventualmente esercitare?

In secondo luogo, un orientamento alla collaborazione inizia a emergere oltre le retoriche, anche sotto le fattispecie contrattuali o paracontrattuali, la cui estensione potrebbe, tuttavia, richiedere molto tempo per risultare significativa.

In terzo luogo, la riconfigurazione del mercato prevede, sul versante professionale, il consolidamento di società di architettura e di ingegneria in grado di rispondere alla committenza più evoluta a livello domestico e internazionale e, addirittura, la formazione di un grande polo nazionale imprenditoriale.

Tali organizzazioni stanno dimostrando e dimostreranno per certo di poter dominare agevolmente, almeno in parte, le principali sfide poste dalla digitalizzazione, ma come si rapporteranno alle proprie supply chain?

Soprattutto, quali legami di prossimità concettuale potranno mai sussistere tra queste realtà e la micro e piccola professionalità che costituisce la pancia profonda del mercato italiano, il cui processo di avvicinamento alla digitalizzazione non potrà che essere molto differente?

In quarto luogo, potranno davvero «luoghi» come la Grande Milano fungere da laboratori nazionali replicabili altrove, anzitutto, in termini di committenza digitale costituita dai maggiori sviluppatori immobiliari, sugli Smart District, ma anche sul Social Housing?

Se questi sono alcuni interrogativi che possano essere avanzati a titolo esemplificativo, vi sono, purtuttavia, alcuni aspetti che pertengono alla natura intrinseca della digitalizzazione che meritano un supplemento ulteriore di indagine: tra questi, l’as a Service, propria dell’immobiliare, e il Connected Construction Component, propria della costruzione.

Il secondo argomento, che si presenta come maggiormente «tangibile», ha a che fare col fatto che, presumibilmente, entro il prossimo decennio tutti i componenti strutturali, edilizi e impiantistici dei cespiti immobiliari potranno essere sensorizzati e interconnessi.

Ora, è chiaro che l’attenzione attuale sia focalizzata sulla digitalizzazione delle CPR, sulle BIM Library e sui Product Data Template, nel senso che i modelli e le strutture di dati relative alle merceologie debbano consentire la configurazione di digital marketplace in cui gli «oggetti» siano reperibili nella forma più aggiornata (si pensi ai cataloghi e ai listini) e più attagliata ai mercati locali, corredati da ulteriori funzionalità di supporto agli operatori, in modo tale da poter effettuare Data Analytics più raffinate.

Tutto ciò riguarda, perciò, la gestione di dati e di informazioni, computazionalmente e semanticamente strutturati, che riguardano valori dichiarati e certificati in condizioni controllate e convenzionali.

Che cosa accadrà, però, allorché dati notarizzati, grazie ai registri distribuiti, provenienti in continuo dai componenti e dai sistemi sensorizzati e interconnessi, confermeranno o smentiranno i valori originariamente negoziati in termini computazionali, procedendo o meno a pagamenti automatizzati?

Su un piano più «immateriale», la nozione di as a Service o, in più, di as an Experience, promette di sconvolgere l’intima essenza del bene e del prodotto immobiliare, anche in virtù del sistema di sensorizzazione e di interconnessione prima accennato e menzionato.

D’altra parte, i componenti sensorizzati e interconnessi «dialogheranno» tra loro, con gli elettrodomestici e cogli arredi, nonché cogli occupanti/utenti e con tutte le altre entità e reti, restituendo molta «cognizione» sui comportamenti degli esseri umani,

Quali saranno, pertanto, gli oggetti negoziali di questo nuovo mercato (im)mobiliare? I cespiti da detenere, gli spazi da utilizzare, i progetti di vita da perseguire?

È palese che questi scenari avverranno entro le «piattaforme delle piattaforme», prevalentemente nella «nuvola», i cui gestori fungono da soggetti abilitanti, ma anche potenzialmente condizionanti.

Le questioni sollevate in questa sede dovrebbero essere sufficienti per legittimare un approccio più (auto)critico a fenomeni epocali, di straordinaria complessità, le cui implicazioni e ricadute ultime sfuggono tuttora agli osservatori più esperti.

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