Il Nuovo Bene Immobiliare come Digital Social Medium e il Contratto Esistenziale

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Sylvain Venayre e Pierre Singaravélou, nella loro Histoire du Monde au XIXe siècle, anche con riferimento alle opere monumentali di Jürgen Osterhammel, tradotte dal tedesco in francese e in inglese (senza contare la curatela per Einaudi de la Storia del mondo), si interrogano sulle relazioni, in apparenza paradossali, che intercorrono tra la storia globale e la microstoria.

Analogamente, riflettendo sulla condizione contemporanea e prospettica del bene immobiliare, dovremmo ragionare sulla possibile ricomposizione di una serie di locuzioni in un grande récit: Digital Social Innovation, Urban Cloud Computing, Modern Method of Construction, Digital Twin, Cognitive Building, Responsive Building, Building Management System, Integrated Workspace Management, Smart Home, Smart Construction Object.

Come, infatti, trovare un filo che funga da comune denominatore tra Contech e Proptech, tra as a Service e as an Experience, tra intelligenza centralizzata e intelligenza distribuita?
In molti hanno, peraltro, tentato di costruire mappe concettuali che restituissero le molteplici dimensioni digitali: tra di essi, vale la pena ricordare quelle recenti proposte da BIM WORLD e da DIGITAL&BIM ITALIA che, non caso, nascendo per finalità espositive, sono particolarmente attagliate allo scopo.

Ha, peraltro, davvero senso cercare una ricomposizione di tematiche attinenti, certo, ma anche veramente coerenti?

Da questa risposta dipende, in realtà, la possibilità che si dia una politica, o almeno una strategia industriale, per il settore sul medio termine, alla luce della trasformazione digitale che si annuncia epocale per il settore della costruzione e dell'immobiliare.

Digitalizzazione del prodotto immobiliare, una concezione affine alla «immaterialità»

In realtà, la digitalizzazione del prodotto immobiliare segna il passaggio dal tangibile all'intangibile, essendo molto prossima alla transizione dal documento al dato, ma anche dallo spazio fisico allo spazio percepito, dalla condizione alla emozione: in altre parole, a una concezione affine alla «immaterialità».

Poiché, come sottolineava Stefano Quintarelli nel suo ultimo saggio, nella realtà immateriale non vi è nulla di virtuale, l'interrogativo è molto serio, anzitutto, perché potrebbe caratterizzare una certa marginalizzazione di alcune tipologie di operatori: i costruttori e gli immobiliaristi forse più dei progettisti, anche se tra generative (computational) designer e psicologi cognitivi e ambientali, magari anch'essi computazionali, le competenze sembrano evolversi drammaticamente.

Una prima parola chiave che può essere utilizzata riguarda i rapporti che si possano instaurare, ad esempio, tra un home speaker, i piccoli e grandi elettrodomestici, gli arredi e gli occupanti, così da poter profilare e predire i comportamenti e le preferenze di questi ultimi.

Con riferimento a un componente sensorizzato e connesso che si sta perfezionando presso eLux Lab dell’Università degli Studi di Brescia, «parlare al muro» potrebbe divenire, da espressione di inutilità o, addirittura, di follia, una opzione interessante, persino vitale, in caso di malessere, per l’utente, interno o esterno a un edificio.

E' ormai luogo comune, ma anche oggetto di possibili scontri titanici, la eventualità che, attraverso i social media, sia possibile, oggettivamente, o perlomeno non pregiudizialmente, che l'individuo sia profilato in maniera tale da generare una consapevolezza oggettiva di se stesso maggiore di quanto non sia in grado autonomamente e soggettivamente di fare.

Il cespite come Digital Social Medium?

Allo stesso modo, si potrebbe immaginare che il cespite, non più tanto immobile, anzi dinamico, agisca di per se medesimo quale inedito social medium?
A quale livello, quello della abitazione, quello della città o quello del territorio?

«Uber, Google, IBM, and others join Urban Computing Foundation to create tools for ‘cities of tomorrow’», riportano le cronache recenti: si legge, infatti, che la UCF sia stata ideata per developers working in intersection of smarter cities, multimodal transportation, and autonomous vehicles to have a venue to effectively collaborate together on the next “big ideas” in open source software. In addition, there is also the potential for open data to accelerate the next generation of solutions for connected urban living.

Al contempo, il governo britannico promuove il Digital Framework per Digital Built Britain, con un intento non dissimile.
La coscienza di una più complessa e articolata mobilità geografica, ma, soprattutto, fisiologica e anagrafica, degli individui/cittadini amplia a dismisura il requisito di «flessibilità/versatilità» che si prevede oggi per gli spazi di vita e di lavoro, interni, confinati, ma anche esterni, aperti.

Dopo aver tracciato gli spostamenti delle persone grazie al Web sembra che attualmente prioritaria sia la comprensione dei loro movimenti nello spazio, dall'accendere lo smartphone allo spegnere il dimmer, per giungere, infine, a stabilire tra i dispositivi e l'essere umano interfacce le più «naturali» possibili: gestuali, vocali e...cerebrali.
Ecco, perciò, che si hanno l'appartamento connesso, l’ufficio connesso, la fabbrica connessa, l'edificio connesso, il distretto connesso, la città connessa, il territorio connesso, l'essere umano connesso: connessi a che cosa?

La consapevolezza di una cultura dell'«abitare digitalmente» 

Può essere, allora, che l'utente, per essere al centro dell'ecosistema digitale necessiti di una consapevolezza, di una cultura dell'«abitare digitalmente», per non divenire «strumento» del cosiddetto capitalismo di sorveglianza, per essere cittadino digitale relazionale, o meglio, riprendendo alcuni spunti offerti da Mario Calderini sulla innovazione tecnologica digitale come generatrice di riequilibri e di disuguaglianze, in grado di sfruttare le tecnologie digitali abilitanti ai fini più opportuni per l'imprenditorialità sociale, sempreché esse non siano intese come «neutre».

Se, quindi, il «prodotto» immobiliare dovesse assumere queste caratteristiche «da pazzi», nel senso che oltre a essere servitizzato divenisse un dispositivo dinamicamente «emotivo» (in un significato per nulla astratto, «poetico» semmai nel senso etimologico della ποίησις), sarebbe chiaro che gli aspetti iconici e formali dovrebbero essere in parte rivisti, nel senso che il comportamento, la percezione, lo stato d'animo, sarebbero parte integrante dei nuovi business model immobiliari.
Come, dunque, «rappresentare» dinamicamente i behavioural pattern, come «disegnare» evolutivamente la distribuzione spaziale delle percezioni e delle emozioni, come commissionare queste «funzioni» del bene immobiliare?

Può esistere, accanto alla modularità dei Modern Method of Construction e alle loro capacità combinatoriali legate ai sistemi di connessione (ai giunti), una inter-connessione di «relazioni»? Tra esseri umani e gadget più o meno «cognitivi»? Tra emozioni e percezioni «naturali» e «artificiali»?

Davvero «muovere» con automatismi pareti, mobili o quant'altro offre la soluzione alla condizione richiesta di flessibilità e di versatilità degli spazi o tale esigenza, oltre a ciò, risiede in una interazione più profonda collo spazio e con gli elementi?
Per questa ragione, anziché contratti di locazione o di compravendita, sarebbe possibile probabilmente, come affermato ripetutamente, immaginare «contratti esistenziali», in-formati da quanto detto sopra, scalabili a seconda dei soggetti e del loro stile di vita.

Naturalmente, tali «contratti» potrebbero essere offerti dalla mano pubblica (nell'ambito dei Data for the Public Good) oppure dalle Technology Company entro il contesto dell'ecosistema digitale complessivo così controverso perché ibrido col «privato», nel senso di esclusivo.

Si può, pertanto, ritenere che il campo della costruzione e dell'immobiliare possa diventare uno dei luoghi elettivi per una contesa destinata a connotare il futuro della società e dell'economia.

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