BIM e Design Management. Le Criticità della Progettazione Digitalizzata

BIM: Rapporto tra le strutture di committenza e i fornitori dei servizi di progettazione

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La diffusione delle prassi digitali legate al «BIM» dimostra progressivamente l’inadeguatezza di coloro che ritenevano semplicisticamente che esse non avrebbero mutato le condizioni precedenti e che, anzi, le avrebbero, piuttosto, rafforzate.

Due elementi, ascrivibili al rapporto tra le strutture di committenza e i fornitori dei servizi di progettazione smentiscono, infatti, clamorosamente questa affermazione.

BIM e tutela della proprietà intelletuale

La prima riguarda il fatto, non infrequente e del tutto legittimo in materia di tutela della proprietà intellettuale, alla luce degli schemi contrattuali abituali, che organismi di progettazione fortemente specializzati, avendo tradotto in una BIM Library societaria la gestione della conoscenza accumulata, dopo aver generato tramite essa come documenti statici gli elaborati progettuali, consegnerebbero ai propri committenti modelli informativi, in formati nativi o neutri, depurati da qualsiasi dato sensibile, specie alfa numerico, sotto questo profilo.

La retorica della «collaborazione» si infrangerebbe così al cospetto di regole di ingaggio palesemente derivate dall’universo analogico, impraticabili in quello digitale: come era accaduto, in precedenza, anche nel Regno Unito.

Se ciò non avvenisse, si avrebbe, infatti, una cessione di conoscenza, riutilizzabile, autentico fattore competitivo, senza che fosse per questo, riconosciuto un corrispettivo congruo.

Si avrebbe, perciò, la situazione paradossale di una documentazione tradizionale tratta in maniera credibile da modelli informativi che, nella loro struttura di dati oggetto delle consegne contrattuali, lo sarebbero assai meno.

Struttura dei modelli informativi

Il secondo elemento di riflessione è offerto dalla struttura dei modelli informativi che, alla transizione di fase, risultano, comunque, configurati secondo logiche non integrate, cosicché di sovente all’attore della fase successiva convenga rifare daccapo i modelli informativi stessi, creando una (in)volontaria asimmetria informativa.

In altre parole, le strutture di (de)composizione dei modelli informativi non possono che rispecchiare punti di vista e ottiche incommensurabili tra loro, se non disciplinate da accordi e da logiche collaborativi.

D’altra parte, all’interno stesso di compagini professionali o imprenditoriali non omogenee, perché estemporanee, l’«integrazione» dei modelli informativi disciplinari lascia alquanto a desiderare.

Anche in questa occasione, peraltro, tra i diversi attori professionali riuniti temporaneamente sussisterebbe la stessa diffidenza precedentemente menzionata a proposito della proprietà intellettuale.

Non possiamo, tuttavia, in questi due casi, parlare di cattive pratiche, poiché, in verità, esse sono necessitate da una carenza di indirizzo (oltre che di consapevolezza) da parte di committenze, pubbliche e private, che si affidano spesso fideisticamente al «BIM», ricorrendo solo in parte alla redazione di un capitolato informativo e, soprattutto, se del caso, facendolo passivamente senza che esso sia originato da un processo vero e proprio processo di briefing.

È chiaro, dunque, anche tralasciando la definizione dei livelli di fabbisogno informativo, che, nel prossimo futuro, come da normativa sovranazionale, sarà relativizzata alle finalità della committenza, occorra agire su ambienti di condivisione dei dati che siano tali (è d’obbligo il rimando alle DIN SPEC 91391-1 e -2) e su schemi di contratto differenti da quelli attuali, poiché allocazione di responsabilità e tutela della proprietà intellettuale mutano profondamente.

Difficoltà nelle relazioni contrattuali tra Domanda e Offerta di servizi di progettazione

È, del resto, l’assenza del Design Management a evidenziare una difficoltà nelle relazioni contrattuali tra Domanda e Offerta di servizi di progettazione a comprendere e ad affrontare la transizione digitale.

Troppo acriticamente, ad esempio, si è accettato il paradigma della «anticipazione», la cui conseguenza è, oltre che quella di spostare le entità degli sforzi e delle remunerazioni all’interno dei livelli di progettazione, l’irrigidimento dei processi decisionali.

Il quadro che è restituito da un simile scenario verte, perciò, sulla necessità di far sì che il governo del processo sia affidato a committenti digitalmente consapevoli, che non si limitino, anche in presenza di capitolati informativi, puramente formali e documentali, a lasciare l’iniziativa a una controparte di fornitori di servizi di architettura e di ingegneria la cui coesione è, comunque, tutta da verificare.

Senza agire, in effetti, sulle condizioni al contorno, le tanto declamate virtù del «BIM» si tradurranno in un gioco degli specchi che potrebbe ingenerare non pochi contenziosi e alcune diseconomie.

Serve, da questo punto di vista, una azione decisa delle rappresentanze per affrontare i nodi strutturali che, certo, non potranno essere risolti all’interno dei singoli rapporti contrattuali.

In sintesi, se, da un lato, la progettazione attuata tramite la modellazione informativa è fortemente condizionata dall’esigenza, contraddittoria, ma obbligata, culturalmente e legislativamente, di tradurre i dati in documenti, da un altro versante, quegli stessi dati, nella loro interezza ed efficacia, permangono negli elaborati, ma sfuggono nei modelli informativi stessi nella loro versione ufficiale.

La centralità del documento, tratta, ironicamente, dai modelli informativi, è ulteriormente rafforzata dal fatto che, gli stessi modelli informativi, pur nella loro versione originale, non emendata, riflettano principalmente un punto di vista diverso da quello dei successivi destinatari.

Diventerà il «BIM» il nuovo luogo elettivo, o il nuovo campo di battaglia, delle distinzioni e delle contrapposizioni?

La risposta potrà essere negativa solo a condizione di rendere manifeste le criticità e di agire sugli aspetti strutturali.

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