L’argilla, dai metodi costruttivi più diffusi alla produzione di malte da costruzione

Grazie alla facile reperibilità, all’economicità ed alla semplicità di lavorazione, la terra è senza dubbio uno dei materiali da costruzione più antichi. Esso vanta, infatti, una documentazione sia archeologica/non scritta che storica/scritta assai ampia e completa. In questo articolo, l’autore presenterà inizialmente un breve excursus storico e tecnologico sull’uso della terra come materiale da costruzione per poi focalizzare l’attenzione sul tema principale, ovvero l’uso della terra come legante nelle malte da muratura presentando il caso studio di “Villa Pezzini”, già “Casino Modena” (Rivara, frazione di San Felice sul Panaro, Modena).

La terra, un materiale da costruzione antico

I più antichi setti in pisé rinvenuti nella Gallia meridionale risalgono addirittura all’età del bronzo (2° millennio a.C.) e l’uso della terra come materiale da costruzione era noto e praticato dai greci, dai cartaginesi, dagli egizi e dalle popolazioni mesopotamiche. 

Trattatisti del passato ne fanno menzione (Marco Vitruvio Pollione, 80 a.C. circa – 15 a.C. circa) o, addirittura, realizzano a riguardo un trattato (François Cointeraux, 1740 - 1830).

Marco Vitruvio Pollione, nel suo notissimo De architectura, duemila anni fa, (nel Libro II, Dei materiali) scriveva di come si doveva procedere per ottenere dei buoni mattoni in terra, resistenti alla pioggia e non eccessivamente pesanti: 

“(…) non debbono essere formati con argilla sabbiosa né ghiaiosa né da sabbia, poiché se sono formati da questi tipi di terra in primo luogo divengono pesanti, poi, quando nei muri sono bagnati dalle piogge, si rovinano e si sciolgono e le paglie in questi non aderiscono a cagione della non purezza dell’argilla. Invece debbono essere apprestati con terra chiara cretosa ovvero con terra rossa (…)

Parla del periodo dell’anno migliore per realizzarli: “(…) È inoltre opportuno che vengano formati durante la stagione primaverile o quella autunnale, affinché si secchino uniformemente (…)

 E del periodo di tempo necessario affinché essi raggiungano un grado di essiccazione tale da poter essere intonacati e non causare il distaccamento dell’intonaco stesso: “(…) Ma saranno di gran lunghi più utili, se siano stati formati anteriormente agli ultimi due anni. E infatti prima non possono seccarsi del tutto. (…)

 François Cointeraux è il primo a trattare in maniera sistematica e completa il materiale terra nel suo Traité sur la construction des manufactures et maison de campagne (1791). Egli descrive così la tecninca del pisè: “(…) è un processo mediante il quale le case sono costruite con la terra, senza il supporto di alcun pezzo di legno, e senza mescolare paglia o imbottitura. Si tratta di battere, strato per strato, tra delle assi, dallo spessore di pareti ordinarie, della terra appositamente predisposta. Ben battuto, si lega, prende consistenza e forma un impasto omogeneo che può essere portato a tutte le altezze adatte per le case. (…)

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François Cointeraux, Traité sur la construction des manufactures et maison de campagne, fasi costruttive di una muratura in pisè. 

Nel 1786, eresse la sua prima “casa incombustibile” in pisé alla quale seguirono molte altre costruzioni che ancora oggi rappresentano un segno distintivo del Delfinato, regione sud-orientale della Francia.

Inoltre, la tecnica si dimostrò ottima per ammortizzare i colpi dei proiettili, caratteristica che, associata alla sua incombustibilità, la rendeva particolarmente indicata per la costruzione di caserme militari, della cui edificazione lo stesso Cointeraux fu incaricato nel 1808 da Napoleone.

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François Cointeraux, Traité sur la construction des manufactures et maison de campagne, muratura in pisè.

Nella successiva manualistica, le tecniche costruttive in terra furono classificate come lente poiché richiedevano lunghi tempi di essiccazione. Questa lentezza le rendeva poco adatte ai ritmi delle espansioni urbane allora in atto; mentre, al contrario, il basso costo e la semplicità di esecuzione rendevano queste tecniche particolarmente indicate per edifici in zone rurali. 

Tale caratterizzazione delle case in terra come economiche, rurali e poco moderne, ha condizionato l’opinione generale, portando al nascere di un pregiudizio che ha determinato un progressivo abbandono della terra come materiale da costruzione. Da notare che, nel secondo dopoguerra, con la diffusione su larga scala dell’uso cemento armato, le cosiddette case di fango, come spesso erano definite in modo dispregiativo, sono divenute sinonimo di vera e propria miseria. 

Per assistere alla “riscoperta” della terra occorre attendere gli anni ’70 del secolo scorso. Infatti, a seguito della crisi petrolifera, si manifestano i primi segnali di una presa di coscienza delle problematiche derivanti da un dissennato sfruttamento delle risorse del pianeta, con conseguenze sull’ambiente potenzialmente devastanti. 

La consapevolezza della finitezza delle materie prime e l’importanza delle caratteristiche e tradizioni costruttive del luogo di edificazione divengono nuove strategie progettuali, alternative a quelle che esaltano l’impiego di tecnologie sofisticate ad alto costo economico ed ambientale.

Nel 1985, è l’architetto Minke, coadiuvato dal suo team, a progettare un villaggio ecologico a Kassel (Germania): la terra diviene protagonista, addirittura, di tutti gli elementi architettonici e strutturali di alcune abitazioni; dalle strutture portanti agli elementi di arredo, il tutto è armonizzato con la natura circostante, in un’opera d’arte unica ed irripetibile.          

Tuttavia, si può considerare precursore di questa riscoperta l’architetto egiziano Hassan Fathy, uno dei padri nobili della bioarchitettura contemporanea, che nel 1946 lavorava per l’ufficio tecnico de Il Cairo (Egitto). Per dimostrare all’amministrazione comunale che dotare un quartiere urbano di edifici in terra cruda fosse meglio che realizzarli con la tecnica del cemento armato, egli fece erigere vicini due modelli identici di abitazioni: l’uno in cemento, l’altro in argilla cruda. Nel primo, la temperatura interna di giorno saliva fino a 35°C, superando addirittura quella esterna; nel secondo invece, si manteneva sempre intorno ai 22-23°C. Prevalsero però nella scelta coloro che proponevano l’uso cemento armato.

Destano ancora oggi notevole curiosità, per le costruzioni in terra cruda e per l’architettura spontanea, il volume di Bernard Rudosfky, Architecture without Architects (1964) e, per la nuova serie di dettagli costruttivi legati all’uso delle argille, quello di Gernot Minke, Earth Construction Handbook (2000).

Da evidenziare che il ritorno alle costruzioni in terra cruda è particolarmente consistente in paesi dove l’attenzione ambientale si è diffusa più rapidamente, come la Germania ed i Paesi del nord Europa.

Tra le opere di architettura contemporanea, in cui l’uso della terra come materiale da costruzione è rilevante si possono annoverare: la torre di osservazione del parco di Negenoord, in Belgio, (progetto De Gouden Liniaal Architecten), che permette ai visitatori di scrutare flora e fauna di un notevole panorama naturale; la Cappella riconciliazione, a Berlino, in Germania, (Rudolf Reitermann, Peter Sassenroth e Martin Rauch), che presenta un nucleo centrale circolare strutturale in terra; il Messner Mountain Museum, a Plan de Corones (BZ), in Italia, (Zaha Hadid architects), dove la terra cruda è stata utilizzata come materiale di finitura per pareti e soffitti.

Adobe, pisè, bauge, sono oggi oggetto di attenzioni da parte dell’industria edilizia che propone prodotti prefabbricati in terra cruda, facili da assemblare e corredati da schede tecniche e schemi costruttivi che agevolano le operazioni di cantiere. 

Blocchi e setti murari prefabbricati adatti sia al restauro sia alla costruzione di nuovi edifici, sono molto diffusi in Nuovo Messico, California, Australia e Germania. In Italia le costruzioni in terra cruda, soprattutto realizzate nel passato, sono numerose, anche se molte di queste sono state vittime di interventi di ristrutturazione maldestri che hanno provocato un’accelerazione del degrado di questo materiale.

Le principali tecnologie costruttive

In base alla localizzazione geografica del prodotto edilizio, si individuano numerosissime tecniche costruttive, tuttavia riconducibili con buona approssimazione a 6 tecniche principali, di seguito brevemente sintetizzate.  

  • Adobe: dall’arabo “al-tub” (il mattone); sono mattoni creati con uno stampo, a partire da un impasto di terra e paglia modellabili, lasciati essiccare all’aria aperta. È una tecnica assai frequentemente diffusa in tutto il mondo. 
  • Pisè: la terra è versata in vari strati (20-30cm) entro casseforme di legno e poi compattata con dei pestelli. È la tecnica più utilizzata insieme all’adobe.
  • Terra-paglia: impasto di terra e acqua, dotato di buona coesione e di consistenza fluida; si versa sulla paglia fino ad avvolgerene ogni stelo. Il prodotto viene messo in opera con un getto tra due casseri e pestato fino a renderlo compatto. 
  • Torchis: si realizza su un supporto costituito da una griglia, metallica o di legno incannucciato, ancorata ad una struttura portante. Questa è ricoperta da uno o più strati di terra e paglia, allo stato plastico, a creare le pareti della costruzione. 
  • Blocchi compressi: mattoni ottenuti per compattazione della terra leggermente umida in presse meccaniche o manuali. 
  • Bauges: si realizza con un impasto piuttosto duro di terra e paglia, modellato a mano senza l’ausilio di casseri e impilato per realizzare la muratura. E’ anche questa una tecnica largamente utilizzata, conosciuta nell’Italia centrale col nome di massone. 

La terra si presta, inoltre, ad essere miscelata con additivi che possono migliorarne le caratteristiche meccaniche, termo-igrometriche ed estetiche. Tra questi, molteplici e diversissimi per localizzazione geografica e cultura costruttiva, si riscontrano principalmente la paglia, lo sterco animale, la resina vegetale, l’albume di uova, la pula di riso, i peli di capra o di altri animali, le fibre di legno, l’asfalto e la calce. Da notare, l’origine naturale di tutti questi additivi che, al contrario di quanto si possa credere, ha premesso a popolazioni di tutto il mondo di realizzare architetture di notevole pregio e durature nel tempo anche in assenza di materiali considerati più resistenti, in primis pietra e cemento. 

Ne sono emblematici esempi la porta urbica di Tel Dan, le fortezze egizie di Urinati e di Wadi Halfa, la fortezza incaica di Paramonga in Perù, i complessi monastici Copti del basso Egitto, le Moschee di Mali, le missioni gesuitiche in Argentina, Messico ed in California; le case torri dello Yemen, le grandi cinte murarie di Samarcanda, di Marrakech, di Ur; la Muraglia Cinese, i monasteri tibetani, le antiche strutture a scala degli osservatori astronomici dell’india musulmana. 

La malta di argilla, un composto poco noto

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Oltre che materiale da costruzione a sé, la terra vanta anche un altro e tanto ampio utilizzo come legante per malte da muratura, sia quest’ultima composta da mattoni anche essi in terra, da mattoni in laterizio o da blocchi di pietra di varia tipologia. Non mancano, pure in questo caso, gli additivi di origine naturale, che garantiscono maggiore resistenza meccanica al composto. Essi sono soprattutto la resina vegetale, l’albume di uova, la pula di riso e la calce. 

Sebbene tale malta a fronte di un ampio utilizzo sia poco documentata, si riscontrano in Italia, soprattutto in Sardegna, alcuni esempi fin da tempi antichi. Si possono citare, a tal proposito svariati casi. Uno riguarda le antiche costruzioni in pietra sarde (E. Contu, La Sardegna Preistorica e Nuragica, 2006): “(…) la tecnica muraria delle costruzioni è quella che, al modo greco, si usa chiamare «ciclopica». Essa è costituita da blocchi poligonali, poco o nulla lavorati e con notevole uso di zeppe; le quali in qualche caso, come all’interno dei nuraghi Su Nuraxi di Barumini-Cagliari e Palmavera di Alghero, possono essere fermate con malta di fango. (…)” 

Un altro, invece, sempre in Sardegna, riguarda le antiche abitazioni della città di Tempio (A. Della Marmora, Itinerario dell’Isola di Sardegna, Vol.1, Cagliari 1971): “(…) Le case di Tempio sono tutte costrutte con lastroni, o piuttosto con parallelogrammi allungati di granito che si taglia regolarmente con zeppe di ferro; questi massi sono collocati uno sopra l’altro per mezzo d’un argilla tenace, e rarissimamente con calce, perché questa materia costa molto cara fino al presente, perché bisogna farla venire da lontano (…)”.

Nella stessa Regione si trova un ulteriore esempio di utilizzo della “malta di fango” nella chiesa di S. Avendrace (Cagliari). Infatti, a seguito dei lavori di restauro portati avanti dal Comune di Cagliari, è stata effettuata una analisi muraria (coordinata dalla dott.ssa Anna Luisa Sanna) che ha riscontrato l’uso della “malta di fango” nella struttura muraria della facciata della chiesa. In particolare, essa funge da legante dei blocchi di calcare di varia dimensione.

Lo stesso Leon Battista Alberti nel De re ædificatoria menziona più volte l’uso della terra come materiale da costruzione e, in uno specifico passo (Libro III, Capitolo XI), menziona l’uso della stessa come legante: “(...) Vi sono però altri modi di legare le pietre da costruzione: talora ad esempio, non si applica la calcina, ma fango (...). Le pietre che si cementano con il fango conviene siano di forma quadrata e molto secche. (…)”

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Bibliografia excursus storico e tecniche costruttive

Marco Vitruvio Pollione, De architectura, 15 a.C. (circa).

François Cointeraux, Traité sur la construction des manufactures et maison de campagne, 1791.

Achenza Maddalena, Atzeni Cirillo, Mocci Silvia, Sanna Ulrico, Il manuale tematico della terra cruda, DEI e Regione Autonoma della Sardegna, 2009.

Bernard Rudofsky, Architecture Without Architects: A Short Introduction to Non-Pedigreed Architecture, Doubleday, 1964.

Anna Luisa Sanna, Maria Luisa Mulliri, Relazione tecnica su analisi muraria e saggi archeologici della chiesa di Sant’Avendrace, 2011.