Data Modeling & Ambient Computing. Nuove Offerte Formative per l’Ambiente Costruito Digitalizzato?

Una serie di espressioni, da Smart City ad Agile Land, da Digital Twin a Cognitive Building, concorrono a far comprendere che si stia formando un nuovo settore dell’Ambiente Costruito Digitalizzato, vale a dire un ecosistema, una AECO-Sphere che, attraverso le logiche della circolarità e della sostenibilità, propone, agendo sia sugli spazi aperti sia su quelli confinati, l’erogazione di servizi individualizzati alle persone che entrino nel vissuto più intimo e che prevedano sistemi di regolazione dei cespiti immobiliari e infrastrutturali dinamici, interattivi cogli utenti «da servire», evolutivi quasi in tempo reale.

angelo-ciribimi-bim-digitalizzazione.jpgOccorre, a questo proposito, fare attenzione a non soffermarsi sugli aspetti più esteriori del fenomeno, per quanto importanti, quali, ad esempio, quelli legati all'Internet of Things, ovvero alla tracciabilità geo-spaziale delle entità, bensì cercare di comprendere appieno quale sia il portato ultimo di tale servitization di quello che la FIEC per prima, indirizzandosi alla nuova Commissione e al nuovo Parlamento Europei, traguardando il 2050, definiva come il bene tangibile per eccellenza, vale a dire il cespite immobiliare o infrastrutturale.

Per questa dimensione è difficile, ma pure prematuro, proporre una definizione e una denominazione abbastanza stabili, eppure essa contempla la possibilità che le entità fisiche e tangibili, che siano edifici, infrastrutture o altro, sensorizzate, interconnesse, e evolutive e interattive, concorrano attivamente e senza mediazioni appunto, a supportare l’erogazione di tali servizi.

È palese che questo fenomeno sia ben esemplificato da una serie di iniziative che, technology company, come Airbnb, Google o Uber, e molte altre, anche in misura non sistematica attraverso ConTech e PropTech, stanno intraprendendo, destinate a innescare confronti e, forse scontri, con le istituzioni pubbliche e colle entità statuali.

Queste iniziative spesso hanno un obiettivo diretto relativo, specialmente, ai beni immobiliari, che parlano di nuovi modelli abitativi e lavorativi, tra cui quelli inclusivi, che immaginano, ad esempio, la residenza come «giovevole» agli stili della vita, ma che, come dimostra il caso degli home speaker, celano notevoli insidie da «ascolto».

In altri casi, il settore della costruzione appare del tutto ausiliare rispetto ai «progetti esistenziali» proposti come sviluppi immobiliari: in ogni caso, come dimostra lo studio prospettico del Centre for Digital Built Britain, le interazioni tra i cespiti immobiliari e infrastrutturali e gli occupanti potrebbero considerevolmente modificare la natura dei servizi alla persona e dei prodotti legati alla General Construction e alla Civil Engineering.

Chi scrive ha recentemente promosso moduli formativi inediti, come l’ITS per i Tecnici Superiori per la Smart City che la Fondazione Green organizza presso il CNR a Milano e come il Master Universitario sui Process Driven Project Manager gestito presso l’Università degli Studi di Brescia, ma evidentemente si tratta di piccoli passi nei confronti di una transizione identitaria per il settore della costruzione e dell’immobiliare che si annuncia forse radicale e che non si potrà risolvere con etichette come quelle citate nell’incipit.

Naturalmente, l’essenza del fenomeno è in divenire, cosicché si pone oggettivamente l’interrogativo sulla possibilità di formare i discenti secondo un corpo (inter)disciplinare instabile, non ancora consolidato, i cui contenuti, con ogni probabilità, si scontrerebbero con gli ordinamenti didattici istituzionali.

Ciononostante, è chiaro che occorra dare vita a un programma formativo completo, includente corsi di laurea e corsi di laurea magistrali, in grado di iniziare a soddisfare questa esigenza che, nei termini di un mercato non solo immaginario o immaginato, seppure embrionale, coinvolgerebbe con ogni probabilità, in primo luogo, le grandi amministrazioni pubbliche, le utility e, per l’appunto, le technology company, sul terreno, generale, della Smart City e, sul piano specifico, dello Smart District.

Stante la natura articolata del tema non dovrebbero essere necessariamente, almeno in via esclusiva, le Scuole di Architettura o di Ingegneria i primattori, proprio perché i cespiti immobili e infrastrutturali, per quanto fondamentali, sono, allo stesso modo dei social, tendenzialmente dei medium.

Al centro di questo ipotetico programma formativo starebbero essenzialmente due polarità, quella relativa al dato e quella relativa alla persona, in cui, come si diceva, le categorie della circolarità e della sostenibilità stanno al centro.

In particolare, i dati relativi alla persona sembrano cruciali, ma occorre che essi siano incrociati con quelli relativi alle entità che la circondano.

È palese che l’ambiente costruito a cui dovrebbe fare riferimento il programma formativo, per sua natura, tenda a rimuovere una serie di distinzioni che appaiono, invece, fondanti per quanto riguarda le offerte formative tradizionali consolidate.

Il punto, però, non è quello di ipotizzare soluzioni ibride in cui la con-fusione non si riveli altro che confusa soluzione, bensì consisterebbe nell’aggregare saperi forti attorno a tematiche inedite.

L’ibridazione non riguarda, in realtà, fantasiose promiscuità, ma il diverso senso che le entità nell’ambiente costruito assumerebbero.

In questa sede non è possibile sicuramente restituire uno scenario sufficientemente preciso, ma, per certo, tutte le operazioni che chiameremmo immobiliari (ad esempio, in merito alla rigenerazione urbana) e tutti gli investimenti che definiremmo infrastrutturali (che si associano alla crescita economica) potrebbero assumere le vesti di «progetti sociali», spesso di Social Innovation, non privi di risvolti ambigui, proprio perché il loro retrofondo digitale abilita sistemi di sistemi di relazioni, di interazioni e di connessioni che incidano in profondità sugli stili di vita dei cittadini, intesi come individui o come comunità.

La sensazione è che la digitalizzazione, espressa nelle sue più avanzate espressioni, possa creare divisioni accentuate tra soggetti che possano usufruire dei servizi di cui si ragionava e coloro che ne possano essere esclusi, ma, al contempo, la Surveillance e l’Ambient Intelligence potrebbe indurre alcuni a sottrarvisi intenzionalmente.

Per queste motivazioni, una Scuola di Gestione dell’Ambiente Costruito Digitalizzato, che forse sarebbe meglio connotare come Socialmente Abilitante, che fornisca competenze operative anche sul piano critico, giuridico ed etico, andrebbe istituita da parte di chi avesse la capacità di individuare i tratti autentici delle trasformazioni in atto.