L’Importanza di chiamarsi Technology Company nel Settore Immobiliare

La documentazione presentata alle istituzioni finanziarie da WeWork/WeCompany per l’IPO, per l’offerta pubblica iniziale, ha sollevato numerose e controverse riflessioni sulla stampa specializzata relative a una serie di tecnicalità che tenderebbero a dimostrare come la società, sotto questo profilo, non possa essere assimilata, contrariamente a quanto asserito, a Technology Company quali, ad esempio, nell’interpretazione della stampa specializzata stessa, Alphabet (Google) o Facebook.

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Non possedendo competenze adeguate in materia, non è possibile, da parte dello scrivente, esprimere alcun giudizio in merito, ma, al tempo stesso, non solo sotto un profilo finanziario, è interessante osservare come la disputa giri attorno alla natura di un gruppo che, indubbiamente, ha introdotto nuovi business model per gli spazi di lavoro, legati a una idea di piattaforma aggregatrice di una domanda precedentemente frammentata e dominata dagli intermediari, proponendo una offerta basata sullo as a Service, avvalendosi, tra le altre cose, di metodiche di machine learning legate ai comportamenti degli utenti e alla personalizzazione della fruizione.

Le critiche degli osservatori, oltre ai commenti di carattere finanziario (e di finanza immobiliare), hanno sottolineato, anche sotto altri aspetti, come vi siano dubbi a proposito del tentativo di WeWork/WeCompany di accreditarsi come Technology Company, anziché rimanere nell’ambito del tradizionale comparto immobiliare.

Il che è motivato da ragioni legate alle valutazioni differenti che gli investitori riservano alle tradizionali società operanti nel settore immobiliare nei confronti delle Technology Company, ma cela, tuttavia, un contenuto più decisivo.

Prescindendo dal caso specifico, di cui si osserveranno le evoluzioni, dell’IPO di WeWork/WeCompany, allorché Airbnb, Amazon o Google stanno cercando, nell’ambito residenziale, di creare, non senza polemiche, un vero e proprio ecosistema digitale del vissuto, basato principalmente sugli assistenti vocali e, comunque, su forme di interazione «naturali» tra gli abitanti e i cespiti, il fatto che si ponga una questione «identitaria» non appare, infatti, certo trascurabile.

Ciò vale non solo nell’ipotesi di una possibile rivincita di bricks and mortar sui valori immateriali di servizi basati sull’esperienza e sull’emozione, ma, più in generale, sulla eventualità, ormai emergente, della servitization dei built asset.

Si tratta di una illusione, oppure solo le «autentiche» Technology Company saranno in grado di attuarla, sempre ammesso che gli occupanti lo consentano?

L’interrogativo riguarda ovviamente anche le ConTech e le PropTech che stanno acquisendo sempre più popolarità.

Su che basi, dunque, concepire e attuare davvero Space as an Experience, progettare «emozioni» e «comportamenti» attraverso l’ambiente costruito, tanto negli spazi confinati quanto in quelli aperti?

Si tratta di un tema affascinante che potrebbe sancire un passaggio stravolgente, appunto, le identità nel settore della costruzione e dell’immobiliare oppure, al contrario, ricondurlo nei suoi ambiti più tradizionali, semplicemente un poco più efficaci.

 

Si spera che possa instaurarsi un dibattito tra incrementalisti e radicalisti...

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