Il Panorama Internazionale per lo Sviluppo delle Costruzioni

«Green & BIM» o Ambiente Costruito?

ISTeA Annual Assembly, Roma, 10.12.2019

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Lo sviluppo e l’avvenire del settore della costruzione e dell’immobiliare può essere descritto, tra «Green & BIM» all’interno di uno storytelling affatto convenzionale che si arricchisce di molte varianti, tutte, però, incentrate su uno scenario autoreferenziale che sta, al momento, culminando nel Digital Twin.

Digitalizzazione e ambientalismo formerebbero, così, un quadro prevedibile di maturazione di un comparto che appare ansioso di raccontarsi in questa nuova veste, quella che, ad esempio, ha costituito la cornice ideale dei progetti e dei programmi di ricerca comunitari di Horizon 2020.

È il racconto di un comparto che si immagina in ritardo nella trasformazione digitale e che insegue affannosamente la quarta cultura industriale.

Bisogna, tuttavia, domandarsi quanto efficace sia davvero questa narrazione, sempre più stereotipata, di un settore che ambisce a descriversi «autonomamente».

È, al contrario, praticabile un’altra narrativa, che fuoriesca da questi cliché, focalizzata sull’Ambiente Costruito.

L’Ambiente Costruito, nella sua accezione più dilatata del settore della costruzione e dell’immobiliare, si trova oggi, in effetti, sullo scenario mondiale e su quello europeo, al centro di una contesa più generale che riguarda, nel mondo occidentale, le opposte tendenze di società tecnologiche che tendono a statualizzarsi e di governi nazionali o transnazionali che cercano di porsi a regolatori dei mercati.

Tutto ciò si deve all’insorgenza del cosiddetto capitalismo delle piattaforme che, con lo spettro del capitalismo della sorveglianza e del feudalesimo digitale, cerca di occupare monopolisticamente molte sfere tipiche dell’economia, della società e della politica.

Il che, per contrappeso, suscita la reazione delle istituzioni statuali che, a fronte di questa intenzione, a loro volta, risultando spesso all’origine, come finanziatori di prima istanza, di molte innovazioni tecnologiche e organizzative, desiderano assumere un ruolo regolatorio sui mercati.

Il tema è, perciò, quello della contrapposta esigenza di estrarre, da una parte, o di creare, dall’altra, valore attraverso i dati, vale a dire attraverso la digitalizzazione delle attività umane.

Si noti che proprio il nuovo programma comunitario Horizon Europe ha come fonte ispiratrice proprio la teoria dello «Stato innovatore».

La gran parte degli ambiti in cui si svolge la contesa di cui poc’anzi sono «immateriali», come nel caso della finanza (da Facebook in poi), oppure sono «materiali», come nel caso della mobilità (da Uber in avanti).

Vi è, però, un contesto, o meglio un meta-contesto, quello dell’Ambiente Costruito, in cui la dimensione tangibile, propria dei cespiti immobiliari e infrastrutturali, e quella intangibile, propria dei comportamenti umani, sono destinate a ibridarsi.

È per questa ragione che il ciclo della vita utile di servizio dei cespiti e il ciclo vitale delle persone si intersecano in una dialettica inedita.

In un certo senso, l’interoperabilità tra ecosistemi digitali che simulano e che interpretano i modi di funzionamento dei cespiti fisici e le modalità di comportamento degli esseri umani fa sì che l’accezione di «costruzione» della AECO Sphere, del «luogo», fisico, geo-spaziale, ma anche astratto, esistenziale, di «incontro» tra i Social Network e il Real World possa divenire l’occasione decisiva in cui dipanare la questione prima accennata.

La trasformazione del settore AECO tra digitalizzazione e Green New Deal

Nel panorama comunitario la trasformazione del settore della costruzione e dell’immobiliare è palesemente influenzata dal Green New Deal, attraverso cui sembrano passare, persino ideologicamente, tutte le azioni di cambiamento, evolutive, dei settori economici.

È prevedibile, perciò, che le evoluzioni del comparto debbano essere sempre legittimate da categorie ispirate ad ambientalismo, circolarità, decarbonizzazione, resilienza, sostenibilità.

La qual cosa, tuttavia, rischia paradossalmente di continuare a incentrare l’attenzione degli operatori del comparto esclusivamente sulla accezione che è loro propria, quella, appunto, legata alla «matericità» dei prodotti immobiliari e infrastrutturali.

Al contempo, la digitalizzazione, tra ConTech e PropTech, rischia di avanzare in ordine sparso, attraverso soluzioni puntuali, difficilmente collegate da un fil rouge, come se l’innovazione tecnologica potesse spontaneamente conferire un orizzonte di senso al settore.

Come definire il prodotto/servizio?

Il punto consiste, allora, nel comprendere meglio quali tratti possa assumere il prodotto/servizio, tanto materiale quanto immateriale, originato dalla complexio, dall’intreccio tra la possibilità di profilare i desideri e le emozioni degli individui (gli «utenti» nello storytelling della questione energetico-ambientale) e la capacità di edifici, di reti e di infrastrutture di «dialogare» singolarmente e collettivamente con gli esseri umani.

È ovvio, peraltro, che questa eventualità presenti molti risvolti ambigui in termini di orientamento e di controllo sociale, come già accade in Paesi dalle tradizioni meno democratiche di quelle occidentali.

È per questa ragione che l’Ambiente Costruito, la sua possibile «mappatura», a iniziare dalle mappe geo-spaziali, dovrebbe costituire un tema prioritario per i decisori politici, oltre che per quelli economici e finanziari e, invero, che il settore potrebbe interpretare la cosiddetta Rigenerazione Urbana secondo questa stessa ottica.

È, infatti, chiaro che lo sviluppo infrastrutturale dei territori e quello immobiliare delle città dovrà avvenire, digitalmente, secondo intelligenze centralizzate ovvero distribuite.

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La differenza che sussiste tra queste due opzioni è assai rilevante, perché è evidente che l’ibridazione tra le identità digitali e i cespiti fisici può generare marginalità più elevate nel primo caso, ma altrettante insidie per la libertà dei cittadini.

È chiaro, pertanto, che nella prospettiva di sviluppo della Unione Europea, il settore della costruzione e dell’immobiliare, o, per meglio dire, il settore dell’Ambiente Costruito, potrebbe proporre alle istituzioni un modello di consapevolezza non solo ambientale, ma pure digitale, che ben si riflette nella nozione della Sharing Economy.

La definizione del prodotto/servizio, del soggetto/oggetto, appare, infatti, decisiva per stabilire metriche di valutazione del «valore» del settore, in un orizzonte economico, finanziario, ma, soprattutto, sociale e politico.

A titolo esemplificativo, ciò avrebbe conseguenze sia sui criteri contabili della spesa pubblica sia, tra l’altro, sulla fiscalità che, da un canto, incentiva principalmente gli interventi di riqualificazione solo «fisico-meccanica», esclusivamente tangibile, dei beni immobiliari, mentre, da un altro lato, si accanisce su cespiti edificati e terreni edificabili, non comprendendo che il valore si stia trasferendo altrove.

Per il settore tradizionale è palese che questo sforzo di dislocazione sia impervio; d’altronde, le stesse Technology Company dimostrano di averne compreso la portata molto parzialmente, agendo su spezzoni del tema, come il cloud computing o l’home speaker, oppure proponendo soluzioni totalitarie per gli urban district.

È comprensibile che sia difficile valorizzare una esperienza di viaggio o una esperienza di lavoro come prodotto/servizio infrastrutturale o immobiliare, ma la strada è tracciata: il cosiddetto contratto esistenziale, al di là di una sua intrinseca ambiguità, non pare, perciò, più così remoto.

Di fatto, l’interrogativo concerne la possibilità che la interattività, espressa in termini di cognitività e di responsività, tra il bene immobiliare o infrastrutturale e il suo fruitore umano, abiliti i servizi alla persona abitualmente erogabili o, addirittura, ne origini di inediti.

La locuzione as a Space probabilmente sta a indicare che lo spazio, la spazialità, sia il dispositivo di intermediazione, o di reintermediazione, che permette di connettere business model incommensurabili nei loro contesti di appartenenza.

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Lo spazio come esperienza potrà, in definitiva, rappresentare probabilmente l’oggetto della transazione commerciale frutto della sintesi tra universi eterogenei.

Naturalmente, non si tratterà del metro quadrato o del metro cubo di una categoria stanziale, fissa, bensì di un livello di benessere dinamico, traslabile.

La chiave di lettura potrebbe risiedere forse nella digitalizzazione dei protocolli che, dapprima energetici, sono diventati ambientali e, infine, contestuali, ma essi sono pur sempre riferiti a ciò che è immobile, non sconfinano nelle simulazioni comportamentali e cognitive: come a dire che si legano più alle percezioni statiche che non ai flussi mobili.

Contrattualizzare l’esperienza sarà, invece, la scommessa che attende il settore; essa, comunque, passa per il tramite di una rivisitazione dell’identità degli attori che, ovviamente, cercheranno di trattenersi entro l’ambito che loro pertiene maggiormente.