Addio a Vittorio Gregotti, maestro dell'architettura del Novecento

Il mondo dell’architettura e della cultura piange la scomparsa di Vittorio Gregotti. Il decano degli architetti italiani è scomparso a 92 anni, domenica 15 marzo, a causa di una polmonite da coronavirus all’ospedale San Giuseppe di Milano dove era ricoverato insieme alla moglie Marina da qualche giorno.

Il grande urbanista realizzò 1600 progetti, tra cui spiccano il quartiere Zen di Palermo, il teatro degli Arcimboldi di Milano e gli stadi di Genova e Barcellona.

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«Se ne va, in queste ore cupe, un Maestro dell’architettura internazionale; un saggista, critico, docente, editorialista, polemista, uomo delle istituzioni, che - restando sempre e prima di tutto un architetto - ha fatto la storia della nostra cultura. Concependo l’architettura come una prospettiva: sull’intero mondo e sull’intera vita. Che grande tristezza», ha detto l’architetto milanese Stefano Boeri su Facebook.

Anche il Consiglio nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori ha espresso il proprio cordoglio per la scomparsa dell’architetto.

«Interprete tra i più significativi dell’architettura e dell’urbanistica del 900 - si legge nella nota - ha rappresentato la storia dell’architettura e in generale quella della cultura italiana. Intere generazioni di architetti sono state formate dal suo pensiero: una scomparsa, quella di Vittorio Gregotti, che lascia un vuoto che sarà difficile colmare».  

Chi era l'architetto Vittorio Gregotti

Vittorio Gregotti, progettista, designer, ma anche docente, saggista, critico e direttore di riviste specializzate, era nato a Cameri, in provincia di Novara il 10 agosto del 1927.

Dopo la licenza liceale classica, si iscrive ad Architettura al Politecnico di Milano e trascorre l’estate del 1947 a Parigi. Un periodo che gli consente di venire a contatto con i più interessanti artisti e filosofi del mondo e di fare esperienza come disegnatore nello studio dei fratelli Perret.

Tornato a Milano cerca lavoro e soprattutto insegnamento presso lo studio BBPR dove lo prende sotto la sua ala Ernesto Nathan Rogers. Da quell’ufficio milanese, frequentato dai maestri del razionalismo italiano, passano i protagonisti della cultura del Movimento Moderno: da Walter Gropius a Le Corbusier passando per Alvar Aalto.

Gregotti e Giotto Stoppino, ancora studenti, collaborano con Rogers a un suo spazio alla Triennale e poi, nel 1951 è invitato al convegno del Ciam a Hoddesdon e qui incontra tutti i «big»  della sua generazione.

In Italia, a Milano, ha intanto come colleghi di studio Gae Aulenti e Lodovido Meneghetti. Quest’ultimo con Stoppino saranno i suoi primi soci.

Dopo la laurea al Politecnico di Milano si trasferisce negli Stati Uniti e viaggia da Boston a New York sino a Chicago venendo a contatto con architetti di grido come Mies Van der Rohe. Dopo questa eccezionale esperienza Gregotti apre a Novara il suo studio con Stoppino e Meneghetti.

Entrato a far parte della redazione della rivista «Casabella», diretta da Rogers, diventa poco dopo assistente in facoltà prima di caratteri stilistici e poi della cattedra di Rogers. L’impegno editoriale lo porta a viaggiare molto e a conoscere tantissimi artisti fra cui Pablo Picasso. In Italia, è l’unico architetto a partecipare al famoso «Gruppo 63», il movimento letterario d'avanguardia nato a Palermo nel 1963.

Gregotti, oramai proiettato sulla scena internazionale, chiude lo studio di Novara e si stabilisce a Milano dove insegna all’università e ha come allievi Aldo Rossi e Renzo Piano. Nel 1968, diventa ordinario a Palermo e nel 1974 è chiamato a dirigere la Biennale di Venezia, dove crea la Biennale di Architettura.

Nello stesso anno apre lo studio «Gregotti Associati International» che diventa un punto di riferimento per la progettazione di opere in tutto il mondo dal recupero di valenze formali a tecniche di tradizioni precedenti. Secondo l’enciclopedia «Treccani» - che gli dedica una voce - il concettualismo compositivo di Gregotti «tende a ricercare un possibile dialogo tra geografia e segno architettonico, interrelato con un combattuto rapporto con la storia».

Per il maestro piemontese, compito dell’architettura è quello di produrre un’ipotesi di ordine e non di ritrarre il caos che ci circonda. Il progetto richiede rigore e regole severe e deve «procedere lento e intenso, fatto di tracce discrete se non proprio segrete di segni generatori».

L’architetto — postulerà Gregotti — deve accogliere e non mostrare la sua personalità e visione del mondo.

Le opere più famose di Gregotti

L'architetto Gregotti ha firmato 1.600 progetti in Italia e all'estero.

Tra le sue realizzazioni si ricordano: il quartiere Zen e i dipartimenti di scienze a Palermo, la sede dell’università della Calabria ad Arcavacata, il nucleo abitativo nel sestiere di Cannaregio a Venezia, l’edificio per abitazioni sulla Lutzowstrasse a Berlino, gli stadi di Barcellona, Genova, Nimes e Marrākesh, l’ampliamento del Museo d’arte moderna e contemporanea dell’Accademia Carrara di Bergamo, il ponte sul fiume Savio a Cesena, il Museo Guiso a Orosei, l’Acquario municipale D. Cestoni a Livorno, l’ampliamento del Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze, la progettazione del nuovo quartiere residenziale nell’area di Pujiang a Shanghai, la realizzazione del nuovo Teatro dell’Opera di Aix-en-Provence, la chiesa di San Massimiliano Kolbe a Bergamo, la facoltà di scienze ambientali presso il polo tecnologico Bicocca di Milano il Teatro degli Arcimboldi sempre nel capoluogo lombardo.

«L’immagine di Milano è stata “disegnata”, negli ultimi decenni, anche dall’intervento appassionato e intelligente di Vittorio Gregotti. Pensiamo solo alla Bicocca, al Teatro degli Arcimboldi e ai lavori di ampliamento della sede del Corriere» ha dichiarato Bruno Finzi Presidente Ordine Ingegneri Provincia di Milano.

«Ma il suo sguardo, la sua visione hanno toccato i diversi continenti: da Barcellona, con il nuovo Stadio, sino alla Cina. La sua opera architettonica è stata sviluppata in un dialogo continuo con l’ingegneria. Proprio con il progetto “Bicocca” Gregotti è stato uno dei precursori della rigenerazione di aree industriali dismesse nella nostra città. Milano e l’ingegneria ambrosiana lo ricorderanno sempre con particolare affetto e gratitudine» ha concluso Finzi.

 Riconoscimenti e attività editoriale dell'architetto Gregotti

Nel 2012 è stato insignito della medaglia d’oro alla carriera della Triennale di Milano, mentre la sua attività editoriale lo ha visto dirigere «Rassegna» (dal 1979 al 1998) e «Casabella» (dal 1982 al 1996).

Diverse anche le pubblicazioni, tra queste: Il territorio dell’architettura (1966), Il disegno del prodotto industriale (1982), La città visibile (1993), Le scarpe di Van Gogh Modificazioni dell’architettura (1994), Identità e crisi dell’architettura europea (1999), Sulle orme di Palladio (2000), Diciassette lettere sull’architettura (2000), Contro la fine dell’architettura (2008), Incertezze e simulazioni (2012), Il possibile necessario (2014) e Quando il moderno non era uno stile (2018).

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