Digitalizzazione e Stato di Necessità

La drammaticità della situazione attuale può probabilmente non fare risaltare appieno un fatto, a mio parere, straordinario che si sta verificando nel nostro settore in merito alla digitalizzazione: l'avvento dello stato di necessità.

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 Se, infatti, non si può certo affermare che improvvisamente siano sorti nuovi modelli organizzativi né che vi sia una piena consapevolezza del dato e una assoluta capacità di generare o di estrarre valore grazie a esso, è, però, altrettanto vero che al posto di una azione maieutica accompagnata da mandati cogenti, l'impellenza di una condizione fattuale per la prosecuzione delle attività, unita, per alcuni soggetti, a una interruzione forzata del vissuto quotidiano, stia generando una cesura epocale tra l'analogico e il digitale di carattere trans-generazionale.

Poco importa, ritengo, che le soluzioni adottate non siano ovviamente ottimali (come, d'altronde, potrebbe essere altrimenti?) né che esse generino, forse, in ultima analisi, un certo stress: resta il fatto che sia il mondo professionale sia quello imprenditoriale si siano improvvisamente trovati, ad esempio, magari con riluttanza, a gestire attività collaborative a distanza oppure a sperimentare la manifattura additiva per risolvere casi in assoluta emergenza.

Di fatto, una condizione di assoluta staticità, di privazione coatta della mobilità, ha prodotto una straordinaria accelerazione in azioni che richiedono una adesione mentale che, in precedenza, appariva assai difficile.

Se, infatti, nel vissuto quotidiano pre-emergenziale, la questione principale consisteva nell'orientare un gran numero di operatori della Domanda e dell'Offerta verso il «BIM», è probabile che in quella post-emergenziale la sfida sia quella di dimostrare che, entro un più ampio universo digitale, il primo risulti una opzione efficace.

Siamo, dunque, in presenza di una radicale inversione dei termini della questione, perché alcune forme di digitalizzazione hanno mostrato di arrecare benefici immediati, a prescindere dalla attuale coazione che, ad esempio, ha causato un grande fabbisogno di dispositivi presso il domicilio e di loro connettività.

La mia opinione è che, in effetti, una volta che la digitalizzazione sia stata interiorizzata nel continuo che intercorre tra social network e real world (per operare a distanza, per ottenere consegne a domicilio, per evitare l'uso del contante, per profilare e per tracciare gli individui, e così via), non si tratti più di convertire gli attori renitenti, bensì di dimostrare loro quali siano le soluzioni più efficaci per generare valore attraverso la produzione del dato e la sua trasmissione.

Di conseguenza, occorrerà una strategia per predisporre un'azione che miri a investimenti sistematici nella digitalizzazione, partendo dal presupposto che non sia ormai più questione di esortare o di convincere a intraprendere una cosiddetta retta via sulla scorta di promesse spesso inverificabili, bensì di offrire metodi e strumenti validabili.

Senza una politica industriale supportata da significativi investimenti, infatti, il settore rischierà di subire gli effetti di una pesante recessione e di non sfruttare le dinamiche che involontariamente si sono messe in atto.

Se vi sarà, nel prossimo futuro, un piano consistente di investimenti serviranno, infatti, prodotti immobiliari e infrastrutturali di nuova concezione, non prodotti antiquati, servirà una cultura digitale che è, di fatto, una cultura industriale, non soluzioni miracolistiche del tutto improbabili.

In definitiva, la situazione emergenziale ha provocato una svolta decisiva: occorre che si proponga la sfida digitale in termini differenti, più adeguati.

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