Un Piano Marshall per l’economia, le costruzioni, le professioni, ... ma chi era Marshall ? e il suo Piano ?

In questa fase di grande incertezza, in cui le nostre società sono paralizzate dalle - pur necessarie - restrizioni volte a contenere il dilagare del coronavirus, sono stati fatti frequenti richiami a un nuovo ‘Piano Marshall’ per evitare il collasso delle attività produttive e porre le basi di un ritorno alla normalità.

Ma chi era questo 'Marshall' e che cosa fu il Piano Marshall emanato dopo la seconda guerra mondiale ?

 

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COVID-19: una emergenza sociale, sanitaria ed ... economica

Aumenta la consapevolezza comune che oltre all'emergenza sociale e sanitaria tutti i paesi devono affrontare anche quella economica.

Dovunque nel mondo, sia a livello nazionale che sovranazionale, sono stati già messi in campo numerosi e significativi interventi.

Basti pensare alle linee fortemente espansive adottate dalle banche centrali così come alle politiche fiscali, che in Europa hanno addirittura portato alla sospensione del Patto di Stabilità. Tuttavia, nel Vecchio Continente il dibattito imperversa circa la necessità di approntare un piano di investimenti imponente, a sostegno dei sistemi sanitari e non solo.

In tale contesto sono stati numerosi i paralleli con quanto fatto alla fine del secondo conflitto mondiale per la ricostruzione dell’Europa devastata dalla guerra e con il cosiddetto "Piano Marshall". 

Chi era George Marshall

George Catlett Marshall nacque a Uniontown in Pennsylvania nel giorno di San Silvestro, precisamente il 31 dicembre del 1880, e morì a Washington D.C. il 16 ottobre 1959. Proveniva da una famiglia di ceto medio e le sue biografie non riportano se fosse stato un democratico o un repubblicano. Senza dubbio fu un militare di rango.

 

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George Catlett Marshall

 

Dopo il diploma presso il Virginia Military Institute entrò subito nell'Esercito degli Stati Uniti. Lo attendeva una lunga e brillante carriera che lo avrebbe portato a diventare Generale di Brigata nel 1936 e poi Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel 1939. In questo ruolo riorganizzò profondamente le forze armate statunitensi, soprattutto nella prospettiva della guerra, e fu il principale consigliere militare del presidente Franklin Delano Roosevelt. 

Dopo il conflitto, dal gennaio 1947 al gennaio 1949, fu Segretario di Stato sotto l’amministrazione del Presidente Harry Truman. Durante tale mandato avviò le prime trattative per la costituzione della NATO. Il 7 gennaio 1949 - a settant’anni compiuti - fu costretto a dare le dimissioni per ragioni di salute. 

Nel 1953 gli fu assegnato il premio Nobel per la pace.

ll Piano Marshall: come e perché 

Il Piano, ufficialmente denominato "European Recovery Program” (ERP), fu annunciato da Marshall il 5 giugno 1947 in un discorso all'Università di Harvard. 

Il programma stanziava 12 miliardi di dollari (di allora) in aiuti per la ricostruzione dell'Europa. Sebbene anche altri paesi avrebbero contribuito con risorse proprie (come il Canada e alcuni paesi dell’America latina), gli Stati Uniti si accollarono il 70% degli aiuti. Alla fine il costo per l’amministrazione americana fu anche superiore a quanto inizialmente dichiarato: si arrivò infatti a spendere quasi 14 miliardi di dollari su un periodo di quattro anni. 

A dimostrazione delle generosità degli americani, basti considerare che l’esborso cumulato sul periodo 1948-1952 fu più o meno pari al 4% del PIL annuale degli Stati Uniti. 

All’Italia toccarono un miliardo e 204 milioni di dollari (secondo altre fonti 1,413 miliardi, più 95,6 milioni di prestiti.) 

Del resto è noto che il piano non aveva solo finalità economiche ma, come si direbbe oggi, più largamente ‘geopolitiche’. Gli americani erano infatti molto preoccupati che le condizioni di estremo disagio in cui versavano le popolazioni europee potessero spingerle nell’alveo dell’Unione Sovietica e favorire l’affermazione di regimi comunisti. Inoltre, spingevano sin da allora per la creazione, in prospettiva, di un soggetto comune europeo e per questo vollero che il programma per l'Europa fosse redatto e messo in atto mediante un accordo europeo congiunto. 

Diverse centinaia di consiglieri economici statunitensi furono inviati in Europa, mentre fu consentito a studiosi ed esperti europei di visitare impianti industriali e di frequentare corsi d'istruzione negli Stati Uniti. 

Non vi è dubbio che anche questo libero scambio di informazioni e conoscenze contribuì alla ripartenza dell’economia mondiale.

 

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George C. Marshall (third from right) talks with Harvard President James Bryant Conant on the steps of Widener Library during Harvard's Commencement in 1947. (Fonte: Harvard University Archives)

 

La destinazione dei fondi del Piano Marshall

Durante la prima parte del programma l’emergenza umanitaria fece sì che circa la metà degli aiuti fosse destinata ai generi alimentari e ai fertilizzanti, quota che negli anni seguenti scese sotto il 30%.  

Superata l’emergenza, lo scopo principale degli aiuti divenne quello di incentivare gli investimenti, con l’obiettivo di contribuire alla creazione di capitale fisso. 

Così le materie prime e i semilavorati, che in un primo momento rappresentavano il 20% del totale, arrivarono a sfiorare il 50% nell’ultimo quarto del 1949.

L’ERP tuttavia non può essere semplificato ad un mero piano di finanziamenti. 

Esso condusse alla creazione di strutture e organizzazioni che consentirono il graduale sviluppo di economie ‘di mercato’ e la costruzione della casa comune europea. 

Per favorire una prima integrazione economica nel Continente, nacque contestualmente al Programma la CEEC (Committee of European Economic Co-operation), che portò alla creazione nel 1948 dell'Organization for European Economic Cooperation (OEEC, in italiano OECE). 

Si trattava di un organismo sostanzialmente tecnico - precursore dell’odierna OCSE con sede a Parigi - in cui gli esperti americani dialogavano con gli europei per indirizzare gli aiuti oltre le necessità contingenti, con l’obiettivo di stimolare un processo di trasformazione strutturale delle economie europee fondato sulla loro interdipendenza.

 

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Presentation of Marshall Plan album to George C. Marshall by Dean Acheson and Paul Hoffman. (fonte: https://www.trumanlibrary.gov) 

 

I disaccordi iniziali sul Piano Marshal

Anche all’epoca del Piano Marshall il dibattito fu acceso. 

Negli Stati Uniti non mancarono grandi oppositori. Una parte importante del paese sosteneva che il fornire le risorse necessarie a rimettere in piedi l’economia d’oltreoceano potesse tradursi in uno svantaggio per gli Stati Uniti, poiché appena gli europei avessero raggiunto il livello di produzione desiderato, avrebbero inondato con i loro prodotti il mercato americano. I risultati però dimostrarono il contrario: malgrado gli aiuti, ancora nel 1950 i produttori europei erano in difficoltà ad operare nel proprio mercato continentale, e questo fece sì che l’Europa continuò ad importare, e per molto tempo, grosse quantità di beni dagli USA. 

Un altro argomento di disaccordo riguardò l’efficacia stessa del Piano. 

Infatti gli aiuti, per quanto molto significativi per gli Stati Uniti, rappresentavano pur sempre una quota ridotta sul Pil dei paesi europei. E nel corso del quadriennio coperto dal Piano la crescita economica di questi ultimi fu relativamente modesta. 

Tuttavia le cose mutarono presto e già nel 1952 il reddito dei paesi che avevano beneficiato degli aiuti aveva superato il livello prebellico. 

Non a caso il Piano Marshall è da sempre considerato un caso di grande successo, il che spiega perché esso venga ricorrentemente tirato in ballo.

Perché ha senso evocare il Piano Marshall

Ha senso riproporre un Piano Marshall, oggi, al tempo del coronavirus? 

Le differenze col passato sono indubbiamente tante, a partire dal fatto, non secondario, che quel piano prevedeva finanziamenti esterni in forma di ‘aiuti’, mentre oggi l'Europa dovrà fare da sé, utilizzando risorse del proprio budget  - come nel piano contro la disoccupazione annunciato dalla Von der Leyen - ovvero prendendo a prestito dal mercato (i cosiddetti 'Coronabonds').

Inoltre all’epoca si usciva da un conflitto devastante e decenni di guerre valutarie e commerciali, e la voglia di riattivare i flussi internazionali del commercio e dei capitali era largamente prevalente. 

Il mondo aveva letteralmente ‘fame’ di globalizzazione! 

Oggi, al contrario, assistiamo alla graduale disintegrazione dell’economia globale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trentanni, una tendenza che la paura del contagio potrebbe persino aggravare. 

Forse più che il Piano Marshall in sé, ci sembra di grande attualità lo spirito che lo ha animato e che ne ha consentito la realizzazione: la volontà dell’agire comune, il condividere esperienze e conoscenze tecniche, in ambiti strategici e scientifici, dimenticando per una volta gli egoismi e i segreti di ogni industria e paese.


Fonti utilizzate per l'articolo:

  • https://www.trumanlibrary.gov
  • http://www.storiologia.it/marshal/marsh3.htm
  • https://news.harvard.edu/gazette/story/2015/05/reflections-on-the-marshall-plan/
  • http://www.marshallfoundation.org
  • https://www.slideshare.net/dniolet/an-overview-of-the-marshall-plan-the-long-version
  • https://www.defenseone.com/ideas/2018/04/why-marshall-plan-worked-and-why-it-wont-todays-warzones/147127/
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Marshall
  • https://en.wikipedia.org/wiki/CEEC
  • https://en.wikipedia.org/wiki/Committee_of_European_Economic_Co-operation

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