BIM, non più BIM

È tempo di iniziare a trarre qualche, assai provvisoria, conclusione dalla prima fase emergenziale pandemica, per quanto riguarda l’evoluzione dei processi di digitalizzazione nel settore della costruzione e dell’immobiliare.

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Alcuni autorevoli studiosi hanno sempre giustamente invitato coloro che discorrevano di «oltre il BIM» a essere consapevoli del motto natura non facit saltus, ma il processo lento e incrementale si è interrotto bruscamente, in maniera fortunosa, non certo ottimale.

La soluzione di continuità, paradossalmente, non è avvenuta in virtù dei linked data o dei protocolli IoT, si è verificata, usando una immagine, noleggiando per i dipendenti che ne fossero stati sprovvisti un PC dalla sera alla mattina, acquistando una stampante sul digital marketplace, ricercando la migliore connessione e la migliore VPN.

Come già osservato in precedenti occasioni, si sta, infatti, repentinamente concludendo una liturgia che contemplava il catechismo inerente ai principî primi della metodologia e l’individuazione puntuale degli strumenti, una sorta di maieutica che, in nome dell’innovazione, distingueva tra i soggetti più sensibili e quelli più indifferenti, tra i pionieri e i riluttanti.

Il tema, nell’era pre-emergenziale, riguardava, perciò, l’indottrinamento o l’alfabetizzazione di soggetti che si ostinavano a pensare analogicamente e che, semmai, ritenevano di poter addomesticare le logiche digitali nel senso dell’universo loro noto: in altre parole, la bimizzazione.

Non che gli attori del mercato, ovviamente, abbiano repentinamente subito una conversione paolina, che siano stati abbagliati dalla luce «celeste» del 4.0, ma, come sempre accade, più che la teoresi e la dottrina ha potuto lo stato di necessità.

È chiaro che ciò che sta accadendo e, tanto più, quello che accadrà, riflette un processo improvvisato, talora estemporaneo, che non riguarda di certo la modalità ottimale per i processi di digitalizzazione, ma, di fatto, è avvenuto un radicale rovesciamento di senso.

Non importa più, infatti, predicare la distinzione tra CAD e BIM, tra documento e dato, poiché è la separazione dalla «fisicità» del luogo di lavoro come metafora di un tecnigrafo, di un regolo, del modo per spegnere la calce viva (che non esistevano più da lunga pezza nella realtà materiale, ma persistevano in quella mentale), per molti, non per tutti, affatto inedita, che ha messo in risalto come i processi debbano continuare ad accadere, anche a distanza, anche in condizioni di immobilismo apparente, anche accedendovi laddove non si sarebbe nemmeno voluto che fossero presenti.

Quello che sta accadendo, nella maniera meno ortodossa, ma più efficace possibile, rischiando di mettere fuori gioco, per primi, coloro che, come lo scrivente, abbiano sempre indicato una «retta via», è che, ormai, poco importa proporre soluzioni puntuali, singolari: il GIS, il BIM, il Laser Scanning, e così via, che ormai poco importi ribadire le virtù del cambiamento, della «rivoluzione» digitale.

Allo stato del presente e, in particolare modo, allorché si ritornerà in presenza, almeno in parte, risalterà il fatto che esista la necessità, vale a dire ciò che non può più venire meno, di poter disporre e di governare dati, possibilmente strutturati, entro ecosistemi e piattaforme digitali, conterà, vale a dire, quella dimensione generale, non tanto gli applicativi particolari.

Paradossalmente, in questa maniera, potremo archiviare il dibattito sulla vera natura del BIM, potremo forse proporre un approccio più autenticamente digitale, a prescindere da obblighi di varia natura.

Il che, tuttavia, comporterà, entro questa inversione di significato, l’impellenza di dimostrare che le asserzioni sin qui proposte sull’inevitabilità della digitalizzazione dovranno passare il vaglio della efficacia delle soluzioni e dei dispositivi: non più adempiere a cogenze e constatarne a posteriori l’efficacia (eventualmente anche solo nell’adempimento nominale).

Se il dato varrà veramente, se esso, peraltro, permetterà che i processi siano gestiti meglio, magari con un minore numero di risorse (umane), la sfida del valore imporrà un riposizionamento degli operatori entro nuove catene di fornitura.

La vicenda della classificazione delle filiere sta, d’altronde, a testimoniare come sia urgente ripensare le catene di fornitura.

È stato detto, giustamente, che la pandemia esiga modalità drastiche atte a interrompere le catene del contagio, ma che, al contempo, non si possa, per questo, interrompere le catene di fornitura, altrimenti gli effetti negativi virali potrebbero essere ulteriormente amplificati, dal piano socio-sanitario a quello socio-economico.

È, pertanto, tempo di riconoscere che senza una adeguata cultura industriale, che oggi è definita frettolosamente e suggestivamente come la quarta rivoluzione industriale, non si potrà dar corso al compimento della trasformazione del settore.

Che, anche dal punto di vista dell’offerta di prodotti e di servizi si andasse nella direzione olistica e integrata era già palese da tempo, ma attualmente ciò si sta rivelando ineludibile, proprio in termini fattuali.

Curiosamente, tuttavia, la opportunità di offrire un ecosistema digitale, prima ancora di singoli dispositivi, presuppone un approccio, una metodologia, l’esistenza di una nuova disciplina interiore, di una modalità di interazione con le controparti e con i partner.

Ha più davvero importanza guardare in sé stesso all’applicativo di BIM Authoring oppure contano solo i modelli e le strutture di dati a esso sottesi?

Il brave new world, nella retorica sempre invocato, coll’auspicio che l’impellenza delle scadenze frenetiche quotidiane lo scongiurasse indefinitamente, si avvicina, dunque, in virtù di una «interruzione» che ha sospeso la quotidianità della tradizione.

Punto e daccapo.

 

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