FASE 2? ripartiamo da un approccio sostenibile di tutto il "sistema"

Anche se la FASE 2 è stata posticipata, pare, al 3 maggio, ben poco di sa di come avverrà nella pratica, di quali saranno le scelte politiche ed economiche. Per ora si sa solo che è stato creato un comitato che se ne sta occupando, ahimè senza ingegneri nè rappresentanti stretti del mondo produttivo. Con l'ing. Luca Rollino si è voluto ragionare su quali potranno essere i punti di ripartenza formulando proposte concrete basate su un concetto che diventerà sempre più centrale per la crescita economica e sociale del Paese: sto parlando della SOSTENIBILITA' di tutto il sistema, a tutti i livelli.

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Fase 2: un comitato per la ripartenza senza ingegneri nè rappresentanti del mondo produttivo in senso stretto

Si sente sempre più parlare di Fase 2, ovvero del momento in cui il lockdown verrà tolto e si potrà finalmente tornare ad “essere liberi”: di muoversi, di lavorare, di spostarsi.  Non sarà (subito) la vita di prima, sia chiaro, ma avremo comunque meno vincoli rispetto all’attuale.

Addirittura, è di questi giorni la nomina di un comitato di 17 membri per pianificare la ripartenza. Figure di altissimo profilo accademico e manageriale costituiscono questo gruppo di saggi, tra i quali non vi è nessuno appartenente al mondo produttivo in senso stretto. Non vi è nessuno con un profilo imprenditoriale o ingegneristico ma del resto non c’è da stupirsene: che competenze hanno imprenditori ed ingegneri in materia di organizzazione del lavoro e della produzione, in materia di manifattura ed operations, e nel campo della gestione della sicurezza e del rischio? Decisamente più competenti gli economisti e gli psicologi.

Personalmente, non ho ben capito se da questo gruppo di esperti debbano scaturire anche strategie per la ripartenza dell’economia. In compenso, non ci sono ancora proposte concrete (a livello strategico) da parte dei decisori politici: si sa che ci sarà una Fase 2 e che sarà condotta garantendo la sicurezza di cittadini e lavoratori, ma nessuno dice quali lavori ci saranno visto che si stima una crisi epocale dell’economia.

E se si ripartisse da dove avevamo interrotto, semplicemente migliorando e potenziando cosa funzionava ed eliminando «lacci e lacciuoli» che da sempre inquinano la vita economica italiana?

Lanciamo qualche proposta...  ripartiamo dalla SOSTENIBILITA' di tutto il "sistema"

Proviamo a lanciare qualche proposta, partendo come sempre da dei dati di fatto.

A livello strategico, il settore su cui maggiormente si deve puntare è quello della sostenibilità, per ricostruire un’economia che sia in grado di crescere in modo continuo e duraturo.  Un’economia che cresce è un’economia basata fortemente sulla sostenibilità: la crescita rapace ed incontrollata finisce per creare povertà, tensioni sociali, inquinamento.  Un’economia sostenibile è un’economia che nasce e si sviluppa in città moderne ed efficienti, in fabbriche a misura d’uomo, in cantieri sicuri per la costruzione di infrastrutture moderne e realmente necessarie. Un’economia sostenibile è un’economia che non genera contrasti ma accompagna verso un futuro migliore l’intero Pianeta e, proprio per questo, garantisce una crescita diffusa che non deve interrompersi. Con buona pace della folle teoria della “decrescita felice”.

Lavorare sulla sostenibilità significa considerare ogni singolo business, che può essere declinato in tale senso.

E significa considerare anche un dato di fatto: oltre il 60% degli italiani pensano/temono di subire un peggioramento delle proprie condizioni economiche dopo la crisi (come rivela un sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera del 12/04/2020), il che implica che ci sarà poca propensione a spendere nella cosiddetta Fase 2. Ma meno spese implica meno consumi, quindi meno produzione, e infine meno lavoro. Rischiamo una spirale negativa che rischia di far collassare l’intero sistema Italia.

Per questo conviene che i decisori politici lavorino da subito dal lato della domanda, spingendo i cittadini ad “investire” sulla sostenibilità.

Questo significa porre le condizioni affinché quelle poche spese che saranno fatte, siano rivolte verso prodotti e/o servizi con un basso impatto ambientale, energetico e sociale. Per fare questo si deve puntare sulla riduzione della “spesa percepita”, ovvero quello che il consumatore spende realmente al netto di incentivi, detrazioni e bonus.

Contemporaneamente, si deve lavorare dal lato dell’offerta, stimolando gli imprenditori ad investire su tecnologie moderne e a basso impatto ambientale, tramite prestiti bancari agevolati (ad esempio con garanzia pubblica) e con la possibilità di derivare un ulteriore vantaggio fiscale negli anni a venire. In questo modo si stimolerebbe una riconversione in ottica green della produzione, e si farebbe ripartire immediatamente la produzione, sostanzialmente senza investimenti eccessivi per lo Stato, che sposterebbe negli anni a venire l’effetto di queste politiche incentivanti, tramite una riduzione delle future entrate fiscali.

Proposte per trasformare le nostre aziende e le nostre case più green

Si provi ora ad entrare più nel dettaglio delle proposte.

A livello produttivo, si dovrebbe affiancare agli incentivi di Industria 4.0 un analogo sistema che potremmo definire Sostenibilità 2.0 e che dovrebbe essere complementare (e non alternativo) al meccanismo dei Titoli di Efficienza Energetica, ormai molto macchinoso e complesso. La logica potrebbe essere quella di una riconversione delle varie linee produttive garantendo una copertura dei consumi energetici tramite energia “pulita” (ovvero prodotta senza significativi impatti ambientali, lato emissioni e gas climalteranti).  Contemporaneamente, un effettivo tracciamento dei rifiuti dovrebbe premiare quelle aziende che utilizzano materiale riciclato e gestiscono in modo attento tutto lo smaltimento degli scarti della produzione. Tale ammodernamento delle catene produttive dovrebbe essere supportato da finanziamenti bancari rilasciati a tassi vantaggiosi grazie ad opportune garanzie statali, ammortamenti “maggiorati” e aliquote IVA ridotte per i prodotti di una filiera che sia in grado di dimostrare integralmente la propria “anima sostenibile”. Tale dimostrazione non dovrebbe passar tramite i complessi e lunghi processi di certificazione, bensì su sistemi smart basati sulla tecnologia di tracciamento dei prodotti, analogamente a quanto avviene oggi nel mercato farmaceutico.  E dovrebbe essere accompagnato sul mercato globale attraverso un marchio di sostenibilità tutta italiana: il “Made in Italy” per certi prodotti non ha molto appeal, ma “l’Italian Sustainability” decisamente sì.

Questo approccio dovrebbe essere applicato anche nel mondo dell’immobiliare e dell’edilizia, garantendo premialità (volumetriche o fiscali, per esempio) a chi realizza interventi non solo a basso impatto ambientale, ma anche tramite il ricorso a prodotti derivanti dalle filiere sostenibili di cui abbiamo parlato prima. Tuttavia questo settore deve essere ulteriormente supportato attraverso quella riduzione della “spesa percepita” dal consumatore.
Si deve operare infatti cercando di far “investire” il meno possibile al cittadino, già provato da 2 mesi di entrate economiche ridotte a causa del lockdown. Per fare questo, possono essere riproposti i meccanismi dell’ecobonus e dell’ecosismabonus, con aliquote maggiorate rispetto alle attuali (diciamo 90% per arrivare sino al 120%), e con la possibilità di cessione del credito o di sconto in fattura. Quest’ultimo dovrebbe essere reintrodotto per tutti gli interventi fatti su interi fabbricati, dando però la possibilità anche ai “piccoli” fornitori di poterlo utilizzare. Si potrebbe ad esempio estendere la possibilità di applicare lo sconto in fattura alle reti di imprese, cui dovrebbero essere dedicate delle linee di finanziamento ad hoc, fruibili qualora si raggiungano livelli di eccellenza del prodotto finale.

Si deve garantire la reale efficacia degli interventi che godono degli incentivi e della cessione del credito, incentivando il ricorso alla locazione finanziaria come strumento operativo, o ai contratti di tipo EPC.  In tal senso, una semplificazione ed un’estensione dell’utilizzo del contratto Servizio Energia Plus è sicuramente auspicabile. Per garantire l’efficacia degli interventi si deve anche richiedere delle garanzie a progettista e direttore dei lavori, ovvero le figure tecniche direttamente coinvolte: oltre alla necessaria assicurazione professionale, dovranno dare garanzie fideiussorie pari ad una percentuale importante del risparmio economico garantito dal loro intervento negli anni a venire.  Questo aumenterà sicuramente la qualità del progetto: in assenza di un sistema efficace di controlli da parte della PA, si evita così di rimettere ai Tribunali l’onere di dire se qualcuno ha sbagliato.  Inoltre, in questo modo si obbliga ad una forte specializzazione della professione, rallentando la proliferazione di progettisti che, da soli, riescono a coprire tutto lo scibile tecnico (dalle strutture all’energia, passando per architettura, sicurezza ed estimo!).

Per far questo occorre anche snellire le procedure amministrative

Queste proposte non bastano, e sicuramente non sono neppure applicabili se non si parte da una semplificazione delle procedure amministrative, tramite una reale assunzione di responsabilità da parte dei tecnici e delle imprese che solo in caso di controllo (o contestazione) devono poi esibire le migliaia di tavole, domande ed autorizzazione che rendono la vita dei progettisti più simile a quella degli archivisti. L’idea potrebbe essere: se il progettista dice ed attesta che è tutto fattibile ed in regola, si parte e poi, a fine lavori, si consegna tutta la documentazione attestante quanto è stato fatto. Su quella si fanno i controlli e sulla base di questi ultimi si dice se qualcuno ha sbagliato o meno. Chi sbaglierà, pagherà (e pure caro) i propri errori.

Quanto sopra non comporterebbe stravolgimenti legislativi o normativi, ma solo lo “snellimento” di molte procedure e la semplificazione di attività ad oggi decisamente troppo burocratizzate.  Si deve sfruttare maggiormente quella che è la “finanza di progetto”, declinata anche per il privato, innovando un processo ormai superato e troppo statico tale per cui il pagamento deve essere fatto tutto dal Committente una volta terminati i lavori: stimolando finanziariamente la domanda, anche l’offerta si adeguerà a formule e proposte più moderne.

Si tratta in pratica di lavorare su diversi piani: domanda, offerta, finanziamenti, incentivi, procedure, attori, sistemi produttivi.

Si tratta di responsabilizzare tutti gli attori della filiera, obbligandoli a fare scelte ponderate.

Si tratta di avere una strategia a medio lungo termine, insensibile ai richiami elettorali di breve periodo, ed attuata da decisori competenti e capaci. 

Quest’ultimo aspetto è quello che rende veramente di difficile attuazione tutto quello che si è immaginato di proporre.


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