Crisi da Covid-19?...è il momento delle scelte forti e "inconcepibili" fino a ieri

Mentre i giornali e TV incominciano a parlarci di calo dei contagi c'è chi pensa al domani e alla crisi che ci attende. Questa parola non deve spaventarci, ma solo far riflettere sul suo  significato più originario, ossia quello di scelta, di decisione. E' sicuramente il momento delle scelte e nell'editoriale di Rollino alcune interessanti riflessioni su come impostare questa ripartenza.

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La Crisi e la necessità di ripartire "con un altro approccio"

Potrà sembrare contro intuitivo, ma il termine “crisi” non aveva in origine un’accezione negativa. 

Crisi viene dal greco krisis: scelta, decisione. 

Questo ci deve far riflettere sul fatto che nei momenti di maggiore difficoltà, si devono prendere delle decisioni, fare delle scelte, in grado di cambiare lo stato delle cose.

Tuttavia, questo non vuol dire ritornare necessariamente alla situazione antecedente. Anzi, la storia insegna che gli eventi epocali trasformano radicalmente vita, abitudini e idee delle persone, e in nessun modo si riesce a far tornare indietro il tempo. 

Un esempio per tutti, la Rivoluzione Francese e il periodo napoleonico: nulla potè la Restaurazione (decisa ed imposta dall’alto) per frenare le idee di libertà e uguaglianza che nel giro di 50 anni portarono alle rivolte popolari che trasformarono l’Europa.

Evidentemente, la pandemia di Covid-19 rappresenta uno di quei momenti epocali che, nella sua completa tragicità, obbligano a riflettere, per ripartire rapidamente ed in modo diverso

Si tratta però di fare delle scelte, e di prendere delle decisioni. E per fare questo si deve partire dai numeri e dai fatti.

Partiamo dall'inizio...dall'origile del virus

Iniziamo a considerare l’origine del virus, o meglio da dove è scoppiata la pandemia: mercato delle carni selvatiche di Wuhan, Cina. In quel mercato, animali dei più svariati generi e delle più svariate provenienze vengono macellati sul posto poiché, in assenza di sistemi di refrigerazione, non si potrebbe conservare la carne a lungo. Segnalo che tale usanza era diffusa anche sulle imbarcazioni a vela nel Seicento-Settecento: si tenevano animali a bordo (normalmente le tartarughe giganti) che venivano macellate vive gradualmente per sopperire all’assenza di sistemi di conservazione efficienti. In sostanza, ulteriori esempi di come l’uomo consideri la natura un serbatoio di risorse a basso prezzo da utilizzare a suo piacimento. E, contemporaneamente, ulteriori esempi di come la tecnologia e la ricerca possano (con l’uso del “freddo”, in questo caso) cambiare radicalmente abitudini arcaiche e decisamente poco salutari.

Tuttavia, l’aspetto che maggiormente colpisce è come l’origine di questa pandemia sia molto simile a quella del virus Ebola o della Sars: il contatto con il mondo degli animali, avvenuto in seguito all’estremo sfruttamento cui stiamo sottoponendo questo Pianeta. Si tratta di un modello economico di sviluppo e di sfruttamento inaccettabile, anche solo considerando che quanto stiamo vivendo potrà ripetersi altre volte in futuro.

La diffusione del virus e l'inquinamento atmosferico: c'è correlazione?

Si passi ora alla diffusione del contagio. L’Università di Bologna ha pubblicato uno studio sull’ipotesi che smog e polveri sottili potessero aver accelerato la diffusione del coronavirus Sars Cov 2.  Il particolato atmosferico viene considerato un efficace carrier, ovvero vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus.
Anche i ricercatori di Harvard hanno elaborato una ricerca che mette l’inquinamento sul banco degli imputati: un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al particolato Pm2.5 porta a un grande aumento del tasso di mortalità da Covid-19, secondo gli scienziati della prestigiosa università statunitense, indicando una possibile correlazione fra inquinamento atmosferico e aumento delle morti. Gli autori hanno osservato che un aumento di un solo microgrammo/metro cubo nei livelli di Pm2.5 è associato a un aumento del 15% del tasso di mortalità da Covid-19, con un intervallo di confidenza del 95% (5-25%). 

Senza scomodare le migliori Università italiane ed internazionali, si potrebbe molto semplicemente fare una rapida ricerca, comparando i report di Legambiente (liberamente consultabili sul web) sulle città italiane con l’aria più inquinata nel 2018 e nel 2019, con le province più colpite dal virus nel Nord Italia per contagi e tasso di mortalità: si scoprirebbe che c’è una tragica corrispondenza. Ovviamente, questo non vuole dire nulla, non è una “prova schiacciante”: servono analisi statistiche più dettagliate e raffinate, basate su dati maggiormente specifici. Tuttavia, deve far pensare e, almeno, spingere a fare qualche approfondimento in più.

Passiamo agli effetti del virus e del lockdown 

Il primo effetto, già riscontrato in Cina, è stato quello della riduzione dell’inquinamento: minor traffico, attività ferme e miglioramento conseguente della qualità dell’aria. La pandemia di Coronavirus ha fermato il mondo e fatto crollare le emissioni di gas climalteranti, nel tentativo di gestire la più grave crisi sanitaria che l’umanità abbia conosciuto dai tempi della spagnola. Secondo le proiezioni dell’International Climate and Environment Research Center (Cicero) con sede a Oslo, si avrà una riduzione complessiva delle emissioni di CO2 globali dell’1,2%, prendendo per buono lo scenario peggiore tracciato dall’Ocse, quello di una crescita mondiale dell’1,5% quest’anno. Se il Pil globale nel 2020 aumentasse invece del 2,4% (scenario migliore), le emissioni di CO2 calerebbero dello 0,3%, secondo Cicero.  Ma le previsioni più recenti puntano a una crescita globale sempre più a rischio, con conseguente aumento delle emissioni risparmiate.

Si deve però considerare che nell’ultimo decennio le emissioni globali sono aumentate ogni anno in media dell’1%, equivalente a 360 milioni di tonnellate di CO2.  Ovvero: nonostante la crisi economica generata dalla pandemia, le emissioni non calano come sarebbe necessario. E questo è stato confermato dalle rilevazioni fatte in Italia dall’ARPA (Piemonte e Lombardia, in particolare): c’è stata una riduzione dell’inquinamento dell’aria, ma non linearmente proporzionale con il blocco quasi totale del traffico e dell’economia.

In sostanza: non è smettendo di lavorare e di muoverci che impattiamo sul miglioramento dell’ambiente.

Si tratta del sistema tecnologico che è alla base del nostro modello economico e di sviluppo: non è “quanto” facciamo, ma “come” e “con cosa” lo facciamo.  Per inciso, questo mi pare il colpo più duro ai teorizzatori della “decrescita felice”: rallentare non serve a tutelare l’ambiente. Anzi, può essere causa di tensioni sociali che portano alcuni decisori politici a proporre di spostare gli investimenti dalle attività maggiormente innovative ed efficienti, a settori work intensive ad alto impatto ambientale. Un esempio su tutti: puntare sulle miniere di carbone per risolvere il problema della disoccupazione.

Peraltro, l’esperienza della crisi finanziaria del 2008-2009 indica che l’efficienza energetica dell’economia globale migliora molto più lentamente in tempi di crisi. E a questo si aggiunga che in periodo di crisi economica il costo dei combustibili fossili crolla (oggi siamo con WTI sotto i 30 $/barile, e BRENT sotto i 40 $/barile), rendendo meno conveniente investire sulle fonti energetiche rinnovabili.

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Quindi, riassumendo: il sistema economico che ci ha accompagnato sino ad oggi non è più sostenibile in quanto comporta uno sfruttamento delle risorse naturali non più accettabile, una alterazione dell’eco-sistema planetario estremamente pericoloso e, soprattutto, prevede l’impiego di tecnologie che non possono essere più impiegabili in quanto eccessivamente inquinanti. Tuttavia, la crisi economica che si sta profilando all’orizzonte, renderà poco convenienti investimenti in tutto quello che è alternativo, visto che i costi delle tecnologie tradizionali si abbatteranno, compensando (almeno parzialmente) con una maggior marginalità il crollo dei volumi.

Parrebbe si sia in un vicolo cieco, da cui non si riesce ad uscire. Oppure è il momento della “krisis”, ovvero della scelta.

La ripartenza economica richiederà una forte iniezione di denaro da parte degli Stati: con un approccio di matrice keynesiano, ogni singolo Stato dovrà “pompare” denaro all’interno della propria economia, stimolando consumi ed investimenti.
Il modello economico capitalista si basa in fondo su questo: la gente spende, quindi le aziende producono per soddisfare la domanda, e danno lavoro. L’aumento dell’occupazione migliora il tenore di vita della popolazione, che consumerà di più e quindi il processo si autoalimenta. Esattamente come è avvenuto negli anni dell’immediato dopoguerra, quando si parlò di”boom economico”.

La differenza rispetto ad allora, oltre nel livello della classe dirigente dell’epoca (De Gasperi ed Einaudi, ad esempio), risiede nel modello economico scelto e nelle ricadute che tale modello hanno avuto sull’ambiente.  All’epoca l’esigenza era ripartire dalle macerie, sopperendo alle carenze di un Paese privo di infrastrutture e materie prime, e che tuttavia ambiva ad avere un’industria manifatturiera. Sono di quegli anni alcuni degli eco-mostri industriali che, oggi, ci fanno inorridire, ma che all’epoca colmarono il gap con le altre Nazioni: si portarono le industrie in quei punti dove più facile era l’approvvigionamento via mare. E non si badò (purtroppo) troppo alle implicazioni che la produzione industriale aveva sull’ambiente e sulla salute dei lavoratori (e dei cittadini in generale): l’importante era ripartire.

Oggi però la situazione non è esattamente analoga, cosa che fa obiettivamente storcere il naso quando si fanno parallelismi con quel periodo storico. Oggi si deve parlare di “krisis”, ovvero di scelta da prendere a seguito di un momento critico globale.

Proposte e riflessioni sulle scelte da fare per una ripartenza più sostenibile

Oggi la ripartenza può essere fatta investendo su un cambiamento sostanziale della strategia economica, fondandola sulla tecnologia e sullo sviluppo

Si può ripartire non con l’obiettivo della decrescita felice ma della crescita continua e, in quanto tale, sostenibile.
Si può ripartire con una strategia di investimento che vada a incrementare quelle occupazioni che richiedono una maggior competenza e che hanno una ricaduta positiva sulla società, migliorando la qualità della vita e dell’ambiente in cui viviamo.
Si può ripartire investendo su quelli che sono definiti da Dani Rodrik (docente di Economia Politica della Kennedy School dell’Università di Harvard) i “good jobs, ovvero lavori che hanno un impatto positivo sulla collettività. E che, aumentando la Produttività Totale dei Fattori (parametro essenziale dei modelli econometrici) consentono un miglioramento netto delle previsioni del PIL (se ha ancora un senso parlare di tale parametro come indice di benessere, come già Robert Kennedy suggerì).
Si può investire sulla ricerca, medica in primis, ma anche sulla tecnologia, privilegiando le aziende (start up o storiche) che fanno dell’innovazione la loro cifra distintiva.  E questo può essere fatto in tutti i settori, senza alcuna distinzione.
Si può investire sul superamento del digital divide, ovvero la “separazione digitale” che ancora colpisce parti del territorio italiano. 
Si può puntare su una infrastruttura di trasporto pubblico veloce ed efficiente, che metta in comunicazione quelli che possono diventare “poli territoriali” per il lavoro avanzato: abbiamo capito che l’inurbazione spinta nelle metropoli può essere controproducente, e che, se dotati di una connessione veloce, si può lavorare da casa o da sedi distaccate in città di provincia, senza bisogno di spostamenti continui, con conseguente riduzione del traffico urbano ed extraurbano.
Si può investire su città moderne, nelle quali al frastuono delle macchine e dei clacson si sostituisca il vociare delle persone, finalmente di nuovo padrone di centri storici interamente pedonali.
Si può investire su edifici moderni ed efficienti, a partire da quelli sanitari, costruiti in tempi certi e rapidi, in grado di rendere di nuovo le città italiane luoghi in grado di suscitare stupore in chi si trovasse per la prima volta a visitarle.
Si può investire, per dirla usando le parole di Agostino Re Rebaudengo (Vice Presidente di Elettricità Futura), sulla «diffusione di tecnologie e stili di vita più sostenibili.  La fase post-Coronavirus assomiglierà al dopo terremoto: dovremo ricostruire, e dovremmo farlo indirizzando le risorse verso un modello di sviluppo più equo e sostenibile...».

Si può fare tutto questo solo se si investirà sull’innovazione, sulla ricerca, sulla tecnologia, e quindi sulla parte migliore del tessuto produttivo italiano.  E questo richiede attori competenti e preparati, provenienti dalle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), cui sia demandato il compito di fare le scelte opportune e poi concretizzarle. Un vecchio politico europeo era solito ripetere: «If you have a vision, you should get a doctor!», ovvero: non basta immaginare, devi poi saper concretizzare l’idea di Stato (prima) e di modello economico (poi) che vuoi implementare. E per concretizzare, devi conoscere, possedere competenze scientifiche e soluzioni tecnologiche.

In poche parole, non devi essere un avvocato o un giurista, la terza categoria di appartenenza dei decisori politici, dopo quella degli ignoranti (in senso latino) ed ex disoccupati.

Dice Gael Giraud (economista francese e gesuita) che "la ricostruzione economica che dovremo realizzare dopo essere usciti dal tunnel sarà l’occasione inaspettata per attuare le trasformazioni che, anche ieri, sembravano inconcepibili a coloro che continuano a guardare al futuro attraverso lo specchietto retrovisore della globalizzazione finanziaria. Abbiamo bisogno di una reindustrializzazione verde, accompagnata da una relocalizzazione di tutte le nostre attività umane"

Abbiamo bisogno di competenze e di decisori lungimiranti, con un’idea di Stato, un piano economico, una strategia di sviluppo.  E capaci di concretizzare la loro visione di futuro.

In pratica, avremmo bisogno di quello che manca ormai da anni in Italia.


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