Ripartire nel Post Covid-19, puntando (per davvero) sulla scuola

Il Governo italiano con il Decreto Rilancio ha destinato 1,5 miliardi di euro per la scuola.

Un primo passo, come evidenzia Silvio Bosetti, presidente della Fondazione dell'Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano nell'ultimo editoriale, a cui devono seguirne altri.

Lo stanziamento, infatti, riguarderà soprattutto la regolarizzazione del personale docente, ora precario, e solo marginalmente coinvolgerà le infrastrutture.

Come intervenire quindi?

scuola-facciata-milano-700.jpg

Le criticità delle scuole italiane

Edifici scolastici e loro adeguatezza a un sistema educativo che vuole essere moderno.

Temi ricorrenti che – soprattutto per quanto riguarda gli edifici – sono tornati prepotentemente di attualità durante questi mesi segnati dall’emergenza Covid-19, con gli alunni italiani lontani dai banchi di scuola, confinati a casa in attesa del termine dell’anno scolastico.

Ciò che emerge osservando i dati dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica del Ministero dell’Istruzione (MIUR) è innanzitutto la fotografia di un patrimonio piuttosto vecchio. Come purtroppo accade per altre opere infrastrutturali nel nostro Paese, anche l’età media degli oltre 39mila edifici scolastici è decisamente alta: più di 50 anni. A questo va aggiunto che ben due terzi di essi è stato costruito ancora prima, tra la fine dell’Ottocento e il 1970. Una vetustà che – inevitabilmente – porta con sé problematiche di natura strutturale: oltre 3mila edifici (8,6% del totale) denunciano una qualche criticità alle coperture, ai solai o alle strutture portanti. Ma non solo.

Si tratta di edifici scarsamente manutenuti, costruiti con materiali talvolta scadenti, secondo soluzioni architettoniche e ingegneristiche sorpassate che, per esempio, non tengono in considerazione concetti quali l’efficienza energetica e la sostenibilità.

Solo il 38% ha i doppi vetri, mentre appena il 12% l'isolamento delle pareti esterne. A questo si aggiunge la problematica sismica per una grande parte delle scuole del Paese. Una buona parte degli edifici sono da adeguare per assicurare la massima sicurezza anche di prevenzione incendi. Per non parlare delle problematiche di origine ambientale, dato che sono moltissime le scuole ubicate vicine a fonti di disturbo o pericolo per chi le frequenta: inquinamento (acustico, atmosferico etc.), strade trafficate o a scorrimento veloce, zone industriali, assenza di aree verdi, quartieri degradati.

Scuole nuove e moderne significano ambienti più accoglienti e luminosi per professori e alunni, con spazi più ampi, strutture rinnovate, servizi di cablaggio e di accesso informatico, maggiore attenzione all’antintrusione, parcheggi per le auto o, meglio, prossimità ai mezzi pubblici.

Ristrutturare o rinnovare radicalmente gli edifici scolastici?

Cosa fare, dunque, dei 150milioni di metri quadri, somma di tutte le superfici degli edifici scolastici italiani?

Secondo un’accurata indagine della Fondazione Agnelli, servirebbero circa 200 miliardi di euro per ristrutturare questo imponente patrimonio, che indicativamente rappresenta l’11% del PIL italiano.

Senza dubbio la scelta di intervenire ristrutturando resta un’opzione valida. Ma siamo sicuri che sia l’unica?

O si potrebbe immaginare un piano scuola più ambizioso, grande e lungimirante che preveda oltre alla riqualificazione, un rinnovamento vero e radicale? Perché non dobbiamo dimenticare che anche se rimessi in sesto e a norma dal punto di vista edilizio, molti istituti scolastici rimangono legati – per scelta o vincoli architettonici – a un sistema di insegnamento piuttosto rigido, frontale, con poche possibilità di rimodulare gli spazi dell’aula a seconda di altre tipologie di attività didattica. Analogo discorso andrebbe fatto per la riprogettazione di spazi comuni da dedicare ad attività sportive, ludico-ricreative adatte alla contemporaneità.

Ricostruire o costruire con criteri nuovi significa finalmente dare un’offerta formativa integrata e all’avanguardia, in cui ambiente e didattica vanno a sovrapporsi in maniera armonica. Significa progettare pensando al presente e al futuro e non solo adeguare quanto già c’è alle esigenze dell’oggi, soprattutto se l’adeguamento coinvolge edifici e spazi inadatti al fare scuola perché, appunto, troppo vicino a aree industriali o a reti viarie trafficate o perché lontani da mezzi pubblici. Ma anche considerando la composizione della società italiana del Ventunesimo secolo, così lontana per tasso di natalità a quella del baby boom degli anni Cinquanta del Novecento. Inoltre, gli edifici svuotati dalle aule possono ritrovare nuove vocazioni e destinazioni d’uso a seconda delle necessità dei territori e delle zone che li ospitano.

Puntare sull'educazione partendo dalle infrastrutture scolastiche

In questo senso, noi ingegneri possiamo affiancare le amministrazioni pubbliche fornendo un importante contributo professionale. Guardando alla realtà milanese, si ricorda la collaborazione che, dal 2015, l’Ordine ha con il Comune di Milano in merito all’individuazione delle priorità rispetto al rischio di vulnerabilità sismica delle oltre 450 scuole di proprietà comunale.

Puntare sull’educazione partendo dalle infrastrutture diviene, dunque, un elemento di duplice valore: innanzitutto per le generazioni future che si troveranno spazi dedicati e opportunità di sviluppo per il Paese. Un sistema per rimettere in moto il mondo dell’edilizia e delle professioni.

Decreto Rilancio: un miliardo e mezzo alle scuole

Attualmente, con il cosiddetto “Decreto Rilancio”, il Governo italiano ha destinato 1,5 miliardi di euro per la scuola. Un primo passo a cui devono seguirne altri. Lo stanziamento, infatti, riguarderà soprattutto la regolarizzazione del personale docente, ora precario, e solo marginalmente coinvolgerà le infrastrutture.

A volte si è usata la metafora della necessità di un nuovo “Piano Marshall”, altre volte quella di un New Deal rooseveltiano.

Lo scopo è sempre il medesimo e cioè indicare – in modo incisivo – il bisogno che la scuola ha di un intervento consistente e lungimirante in grado di restituirle il ruolo di primaria importanza che, naturalmente, dovrebbe ricoprire. Perché lo shock Coronavirus ha reso ancora più evidente quello che – forse – già sapevamo, ovvero che non basta più solo tamponare le falle.