Filiera del Cemento: a rischio il 25% delle aziende italiane

Il presidente di Federbeton sul Corriere della Sera lancia un'allarme per la filliera

20 maggio 2020: Roberto Callieri, presidente della Federazione che rappresenta la filiera del cemento e del calcestruzzo, interviene sul primo quotidiano italiano per lanciare un allarme e porre all'attenzione del governo una priorità.

callieri.jpg

Sul Corriere infatti leggiamo "Le infrastrutture del Paese sono una priorità per far ripartire l'Italia. Non possono essere dimenticate. Nel 2018 abbiamo avuto un fatturato di circa 9 miliardi di euro, con più di 30 mila addetti e un valore aggiunto stimato intorno ai 2miliardi".

Stiamo parlando di una filiera fortemente segnata già dalla crisi del 2008, dalla quale non si è mai davvero ripresa, anche se negli ultimi 4 anni almeno si era stabilizzato. Si pensi che solo il settore del cemento, un tempo fiore all'occhiello dell'industria italiana nel mondo, è passato da una produzione di quasi 50 milioni di tonnellate a meno di 20.

E ora, come ricorda il Presidente nel Corriere della Sera, l'emergenza sanitaria portata dal Coronavirus ha portato a una situazione ancor più drammatica. Per la prima volta nel dopoguerra si sono spenti i forni delle cementerie, potrebbero chiudere il 25% delle imprese e ottomila persone potrebbero perdere il posto di lavoro.

C'è delusione - come aveva già evidenziato anche il presidente Buia di ANCE - anche per il decreto Rilancio. Nell'articolo sul Corriere il presidente Callieri lo ha detto a chiare lettere: "Il decreto Rilancio ci ha lasciato un po a bocca asciutta, non c è un piano di intervento organico per le infrastrutture che sono il fondamento dello sviluppo economico e sociale. Anche il turismo beneficerebbe delle infrastrutture che dovrebbero essere più efficienti, più moderne, più sostenibili per essere competitive" e ha poi aggiunto "In Italia c'è una grande necessità di costruzione di edifici più sostenibili, più in linea con le richieste energetiche del momento, ma non basta altrimenti rischiamo di concentrarci sul momento e non pensare al futuro».

Sul tema della sostenibilità la filiera è quanto mai pronta. Le industrie del cemento da tempo si stanno muovendo per il riuso dei rifiuti solidi urbani come combustibile, una soluzione che in altri Paesi - dove la normativa vigente non solo lo permette ma lo sostiene - è già ampiamente diffusa ma in Italia è ancora difficile farlo. Una soluzione che consentirebbe non solo di smaltire quantità ingenti di rifiuti ma anche di valorizzarli appieno. Le industrie del calcestruzzo dopo anni di investimenti in sostenibilità stanno conseguendo la severissima certificazione internazionale RSS, un obiettivo molto impegnativo ma che porta a un livello di sostenibilità superiore a qualsiasi standard nazionale. Il calcestruzzo armato è un materiale ampiamente e facilmente riciclabile a fine ciclo e l'intera filiera sta da tempo impegnandosi nella diffusione della cultura dei CAM.

Ecco perchè, sempre come ricorda Callieri nell'intervista sul Corriere le imprese del settore sono pronte, ma secondo la filiera occorrono azioni efficaci negli investimenti (svincolando gli impegni di spesa pluriennali, già previsti e contabilizzati), in semplificazione burocratica nell attesa del «decreto semplificazione» per dare un impulso veloce alla ripresa.

E richiama quanto accaduto per la costruzione del ponte sul polcevera: "basti pensare all'esempio di Genova. Le infrastrutture italiane sono un patrimonio unico, il risultato di una ricostruzione post-bellica che ci viene riconosciuta in tutto il mondo. Il crollo del Ponte Morandi ci ha fatto capire che serve manutenzione. Abbiamo progetti, capacità e competenze. Non possiamo trovarci tutto questo patrimonio artistico davanti".

Questa intervista del Presidente di Federbeton è profonda, denuncia una situazione che non ci allarma come appartenenti al settore delle costruzioni.

E' tempo che il governo, più che incentivare l'acquisto di giocattoli elettrici (perchè molti degli oggetti finanziati sono giocattoli, non mezzi di trasporto) dovrebbe aprire un tavolo con le rappresentanze del mondo delle costruzioni e le sue componenti per individuare i provvedimenti che possano salvaguardare il tessuto industriale italiano.

Negli ultimi 10 anni la maggior parte dei provvedimenti - vedi le varie forme di eco bonus - più che sostenere l'industria delle costruzioni l'hanno a mio parere demolita. I micro incentivi per i micro interventi hanno finanziati le micro aziende, restituendoci un patrimonio immobiliare ancora più vecchio, con edifici risanati a macchia di leopardo (così oggi ancor più difficili da sostituire), ponti e infrastrutture ancora più vecchie spesso con cerotti temporanei, un mondo delle imprese in cui sono scomparse le medie e grandi aziende, sostituite da un esercito di camioncini con il numero di cellulare del titolare scritto sulla fiancata. E' giunta l'ora che si pensi a un vero programma di sostituzione immobiliare, in cui il principio della valorizzazione della qualità delle industrie e della competenza delle maestranze e delle imprese sia non solo salvaguardato, ma pietra angolare di ogni provvedimento. Se è vero che la nostra capacità di sopravvivere nel futuro dipenderà dalla capacità delle nostre aziende di lavorare all'interno del nostro Paese (non in Cina, in India, o in altri paesi dove non si rispettano nessuna regola su ambiente e diritti umani del lavoro) e di saper esportare ogni provvedimento dovrà essere mirato a salvaguardare e rafforzare le nostre eccellenze, non a distruggerli.

Speriamo che il COVID faccia finire l'era delle emergenze e dei rattoppi, e faccia partire quella della programmazione e della qualità. E come ha detto Callieri, la filliera del cemento è pronta.