Architetti e Iscrizione all’Albo: l’Esame di Stato è indispensabile? La battaglia legale dell’Ordine di Rimini

Una battaglia legale e di principio. È quella che l’Ordine di Rimini sta conducendo da anni contro quanti, avvalendosi delle norme di diritto internazionale riconosciute dall’Italia, s'iscrivono all’Albo degli Architetti facendosi riconoscere un titolo valido all’interno dell’Ue o in paesi extra Comunitari come la Svizzera. 

Uno scontro legale che adesso pende in Cassazione. 

L’Ordine romagnolo ha infatti impugnato la delibera del Consiglio Nazionale degli Architetti (CNAPPC) con la quale si cassava il diniego d'iscrivere all’Albo un laureato in Svizzera che voleva accedervi senza aver sostenuto l’Esame di Stato italiano. 

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La vicenda della laurea in Architettura conseguita all'estero

Pres. Ricci, cosa chiede l’Ordine degli Architetti di Rimini?

«Chiediamo che tutti i laureati in Architettura che esercitano sul territorio italiano e che vogliano iscriversi all’Albo professionale, debbano prima sostenere e superare con esito positivo l’Esame di Stato, così come previsto dall’articolo 33, comma 5, della nostra Costituzione».

Sembrerebbe una richiesta scontata, per essere abilitati non bisogna superare l’Esame di Stato?

«Certo, in realtà, accade che arrivino richieste d'iscrizione all’Albo anche da parte di architetti italiani, residenti nel nostro Paese ma che si sono laureati all’estero, ad esempio in Svizzera, e che al termine del percorso di studi domandano di essere iscritti senza aver superato l’Esame di Stato».

Facciamo un passo indietro, come siete arrivati alla Corte di Cassazione? Come è iniziato tutto?

«Da quando sono Presidente abbiamo ricevuto diverse richieste d’iscrizione da parte di dottori architetti laureati all'estero, situazioni che, come ho potuto verificare successivamente, non si verificano solo all’Ordine di Rimini. I colleghi, come previsto dalla normativa, arrivano mostrando il diploma di laurea in architettura e il decreto direttoriale emesso dal Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR). Infatti per ottenere il riconoscimento del titolo abilitante all’esercizio della professione di Architetto conseguito in un Paese UE, nella Confederazione Svizzera o nell’area SEE, ai fini dell’esercizio della professione nel nostro Paese, l’interessato deve presentare domanda al MIUR. Ora, io e il mio Consiglio non vogliamo entrare nel merito della validità dei percorsi di studi di ogni singola Università, piuttosto desideriamo che sia fatta chiarezza su una procedura che riteniamo ingiusta. In Italia abbiamo tanti giovani architetti che purtroppo tentano l’Esame di Stato più di una volta e non riuscendo a superarlo restano «parcheggiati» per anni, senza poter entrare nel mondo del lavoro. In alcuni casi i candidati sostengono l’Esame anche fino a dieci volte e abbiamo colleghi che hanno perso cinque anni della loro attività lavorativa per superarlo. Viceversa, chi sceglie, o può permettersi, di laurearsi, ad esempio in Svizzera, e rientra in Italia, ora come ora, pare possa essere iscritto all’Albo previa consegna di tutta la documentazione necessaria, tra cui il decreto del MIUR. Giusto o non giusto, regolare o meno, mi pare una grande ingiustizia. Per questo l’Ordine degli Architetti di Rimini si è attivato ricorrendo a tutti i gradi di giudizio, l’importante è venirne a capo, in una direzione o nell’altra».

E quindi come vi siete comportati in questi anni?

«In prima battuta abbiamo chiesto un parere legale al Prof. avv.  Daniele Granara di Genova (che tuttora ci segue in Cassazione), che insieme all’avvocato Leonardo Guidi ci ha fornito un parere legale molto dettagliato. In poche parole ci diceva di non procedere con le iscrizioni di coloro che non avevano sostenuto l’Esame di Stato, in quanto si rilevano elementi per creare una palese ed evidente discriminazione «al contrario» nei confronti degli architetti che si laureano in Italia. E così abbiamo fatto».

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Il ricorso in Cassazione 

E poi cosa è successo? 

«Un architetto ha impugnato la nostra decisione rivolgendosi al Consiglio Nazionale degli Architetti che nel 2017 ha annullato quanto avevamo precedentemente deciso. In particolare il Consiglio, nella sua decisione, richiamava la nota del MIUR in cui si riconosceva all’architetto l’accesso alla professione. A quel punto abbiamo proceduto con l’iscrizione all’Albo, ma contemporaneamente abbiamo fatto ricorso in Cassazione contro quanto stabilito dal CNAPPC».

E quindi ora state aspettando la sentenza?

«Sì, solitamente ci vogliono tre anni, per cui non dovrebbe mancare molto. Tengo a precisare che l’Ordine di Rimini ne fa solo una questione di giustizia. È vero che ci sono decreti legislativi, direttive europee, accordi bilaterali, ma un conto è venire a lavorare in Italia con il sigillo professionale svizzero o tedesco, un altro è pretendere di essere iscritti all’Ordine professionale, quando in realtà la Costituzione autorizza a farlo solo nei confronti di coloro che hanno superato l’Esame di Stato. Tra l’altro, come evidenziato dall’avvocato Granara, potrebbe esserci un’evidente discrasia tra la Direttiva comunitaria 2005/36/CE e la relativa normativa italiana di recepimento, ossia il Decreto legislativo 206/2007. Siamo difronte a un fenomeno di «discriminazione alla rovescia», in quanto i cittadini italiani sono sottoposti a un regime meno vantaggioso rispetto a quello riservato ad altri cittadini dell’Unione».

E con le domande d’iscrizione come fate? Continuano ad arrivare?

«Al momento continuiamo a iscrivere all’Albo ma con riserva perché siamo in attesa della sentenza della Cassazione. Se dovessimo avere ragione noi, a quel punto sarei obbligato a cancellare gli architetti iscritti. Altri Ordini d’Italia si stanno tutelando in questo modo».

Cosa si aspetta?

«Mi auguro arrivino perlomeno risposte certe perché i giovani architetti hanno bisogno di lavorare, non possono stare fermi quattro o cinque anni a fare pratiche e tirocini negli studi pagati con stipendi bassi, solo perché non riescono a superare l’Esame di Stato».